Niente bis per Michelle Bachelet. La commissaria dell’Onu per i diritti umani non si candiderà per un secondo mandato. Effetto della pioggia di critiche piovuta dopo la visita-farsa in Xinjiang: al Palazzo di Vetro finisce un equivoco (cinese). Il commento di Laura Harth

Game, set, match. Un sospiro di sollievo nella comunità dei difensori dei diritti umani al secco annuncio dell’Alta Commissaria Onu per i diritti umani oggi all’apertura del Consiglio diritti umani a Ginevra. Michelle Bachelet non si ricandiderà per un secondo mandato e lascerà l’Ufficio a fine agosto.

Sebbene non si sia espressa sulle ragioni di questa decisione e in precedenza non aveva mai dichiarato pubblicamente che si sarebbe offerta per un altro mandato di quattro anni, risulta difficile non accreditare questo annuncio improvviso alle feroci critiche partite dalle vittime del regime comunista cinese e alle quali hanno fatto eco molte cancellerie occidentali nelle ultime due settimane.

Veramente un boomerang la missione della Bachelet nella Cina di Xi Jinping. È finita molto male l’operazione di propaganda per il primo tenente del suo ufficio a fare visita ufficiale nella Repubblica popolare in due decenni. Segno di una storia che sta cambiando drasticamente, almeno nella scrittura.

La visita definita “Potemkin” era stata annunciata a marzo, a sorpresa di tutti, incluso chi si occupa – molto meritoriamente – di Cina all’interno del suo ufficio. Possibile che la stessa Alta Commissaria che solo a settembre aveva rammaricato dinanzi agli Stati membri del Consiglio diritti umani come non era stato possibile giungere ad un accordo su una visita indipendente e senza limiti con il governo cinese si stesse vendendo per un secondo mandato all’orizzonte?

Non solo i malumori non si placcarono, ma si trasformarono in pura rabbia – per quanto sempre diplomatica – durante la conferenza stampa in conclusione della sua missione. Se le autorità cinesi pensarono di potersi rivendere le sue dichiarazioni – a volte anche manufatte proprio del regime – per contrastare il coro crescente delle accuse di genocidio e crimini massicci contro l’umanità si sono sbagliati. Ed è solo l’ultimo degli sbagli diplomatici di Pechino nelle ultime settimane. Un accumulo che in previsione del Congresso autunnale del Partito comunista qualche preoccupazione al dittatore che mira al terzo mandato deve pur preoccupare.

Ma a pagare il prezzo del sangue in prima persona per ora è l’ex presidente cilena Bachelet. Certo, scontate le critiche feroci degli attivisti e dissidenti che non appena finita la sua conferenza stampa, avevano subito chiesto le sue dimissioni. Scontate in qualche modo anche le critiche di alcuni governi occidentali, con una sentita nota di novità da parte del Ministero degli esteri tedesco. Già le critiche poco velate del Parlamento europeo nella risoluzione adottata a maggioranza quasi unanime (513 voti a favore, solo 1 contrario e 14 astensione, una novità anche nell’Assemblea di Strasburgo e segno di un fronte sempre più unito nel contrasto alle incessanti violazioni di Pechino) erano più sorprendenti.

Ma il vero colpo di grazia è arrivato il giorno dopo. Venerdì, con una dichiarazione inedita sia nei toni che nella quantità di sottoscrittori – niente meno che 42 degli Esperti indipendenti e delle Procedure speciali che compongono il cuore battente del sistema Onu dei diritti umani – quei malumori che si sentivano sin dall’annuncio della visita a marzo sono venute a galla.

In una lezione di finissimo linguaggio diplomatico, le procedure speciali non potevano mandare un segnale più chiaro. Sia alla Bachelet, che a Pechino. In poche righe hanno ricordato alla Repubblica popolare la lista infinita delle accuse mosse da tempo nei suoi confronti: i campi e il lavoro forzato nello Xinjiang; la violenza nel Tibet e a Hong Kong; il silenziamento dei dissidenti, di giornalisti, e di chi indagava sulla pandemia Covid; il mancato rispetto della libertà religiosa, della libertà di parola ed opinione, della libertà di associazione; i sistemi delle sparizioni forzate e le detenzioni arbitrarie; etc. Una lista da tempo e ripetutamente mandata a Pechino dal sistema dei diritti umani ONU, e sulle quale le autorità cinesi – come rimarcano a più riprese gli stessi esperti – non hanno mai dato risposta soddisfacente.

Ragione per la quale si torna a ripetere la richiesta di indagini “credibili” già nel titolo nella dichiarazione – ahia Michelle… -, sottolineando che “dobbiamo ancora vedere alcun segno di volontà politica per affrontare le preoccupazioni sollevate”.

Una lancia al cuore della propaganda cinese e un messaggio rincuorante per le vittime ed i dissidenti del Partito comunista cinese. Persino nella conclusione della dichiarazione che riecheggia le richieste formulate da tempo degli attivisti e alla quale speriamo gli Stati membri, a partire dell’Italia, daranno ampio seguito: “Gli esperti ribadiscono le raccomandazioni formulate nella dichiarazione congiunta del giugno 2020, esortando il Consiglio Diritti Umani a convocare una sessione speciale sulla Cina; a prendere in considerazione la creazione di un mandato per le procedure speciali, un inviato speciale del Segretario generale o un gruppo di esperti per monitorare da vicino, analizzare e riferire annualmente sulla situazione dei diritti umani in Cina; ed esortando gli Stati membri delle Nazioni Unite e le agenzie delle Nazioni Unite a chiedere che la Cina adempia ai propri obblighi in materia di diritti umani anche durante i dialoghi in corso con Pechino.”

A volte anche fare l’attivista può dare qualche soddisfazione. Si è tracciata una nuova linea. Ora si riparte da qui.

Laura Harth

 

 

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