Il pacchetto da 52 miliardi di dollari è ancora bloccato tra Camera e Senato. Le aziende iniziano a preoccuparsi. Per il Presidente c’è il rischio di perdere terreno in una battaglia cruciale, mentre le elezioni di Midterm sono in cima ai pensieri del Partito democratico

Parafrasando una delle battute cinematografiche più note di tutti i tempi pronunciata da Humphrey Bogart nel film L’ultima minaccia del 1952: sono i sussidi pubblici, bellezza – e tu non puoi farci niente. Il mercato dei semiconduttori, con la crisi del settore in corso, appare sempre più legato ai sussidi pubblici, con i colossi che puntano agli aiuti dei governi per aprire nuove fabbriche e gli Stati che cercano di bilanciare la necessità di far fronte alla carenza attuale e l’impegno all’innovazione con ricerca e sviluppo come bussola. Anche in Italia, come dimostrano le situazioni che riguardano Intel e Tsmc.

La notizia più recente riguarda GlobalWafers, società con sede a Taiwan, che ha dichiarato di voler costruire una fabbrica da 5 miliardi di dollari in Texas per la produzione di wafer di silicio utilizzati nei semiconduttori. Sarebbe il primo stabilimento statunitense per la produzione di wafer di silicio in oltre due decenni e creerebbe fino a 1.500 posti di lavoro. Senza dimenticare il contributo alla crescita dell’industria statunitense dei chip. Ma i dirigenti dell’azienda hanno messo in chiaro che l’impianto richiederà incentivi finanziari inclusi nel Chips Act, un pacchetto da 52 miliardi pensato proprio con l’obiettivo di aumentare la produzione di chip negli Stati Uniti e ora al vaglio di Camera e Senato. “Se il Chips Act non verrà approvato, dovremo spostarci in Corea del Sud”, ha dichiarato il presidente Mark England citato dal Wall Street Journal, sottolineando come nel Paese asiatico i costi sono più bassi.

In ballo c’è anche il futuro del settore. Secondo GlobalWafers, l’attuale capacità produttiva statunitense di wafer di silicio sarà in grado di soddisfare solo il 20% della domanda interna stimata entro il 2025 e i wafer non saranno adatti ad alcuni dei chip avanzati che si prevede di realizzare nei nuovi impianti di produzione attualmente in costruzione da parte di Intel, Tsmc e Samsung.

L’amministrazione Biden è in pressing. Gina Raimondo, segretaria al Commercio, ha spiegato che la situazione evidenzia l’urgenza di approvare il pacchetto. Corea del Sud, Giappone e Unione europea hanno già fatto passi in questa direzione offrendo sussidi per garantire forniture stabili di chip. “Siamo davvero a un punto di svolta nella catena di fornitura dei semiconduttori”, ha dichiarato. “O gli Stati Uniti saranno un grande vincitore, in quanto saremo in grado di attrarre un certo numero di aziende”, ha osservato ancora, “oppure, se il Congresso non approva il Chips Act nelle prossime settimane, gli Stati Uniti saranno un grande perdente, perché queste aziende andranno in altri Paesi”.

Il pacchetto è fermo alla Camera e i dubbi hanno spinto la scorsa settimana Intel a comunicare al Congresso che avrebbe rinviato a tempo indeterminato la cerimonia di inaugurazione di un impianto multimiliardario per la produzione di chip in Ohio. Il colosso ha spiegato attraverso un portavoce di aver ancora intenzione di costruire l’impianto e non ha posticipato l’inizio dei lavori, la cui costruzione dovrebbe iniziare alla fine del 2022 e la produzione nel 2025. Ma l’annuncio suggerisce frustrazione.

La partita è anche elettorale. Manca poco più di quattro mesi alle elezioni di metà mandato e il Partito democratico ha bisogno di una vittoria in economia per recuperare lo svantaggio sul Partito repubblicano. La settimana scorsa Nancy Pelosi, presidente della Camera e figura di spicco dell’Asinello, è scesa in campo. “La vera domanda è: i repubblicani al Senato vogliono davvero che l’America sia indipendente? Vogliono davvero riportare i posti di lavoro, essere ‘Make It In America’ e stanziare le risorse per assicurarsi che ciò accada?”.

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