Un centro di monitoraggio delle minacce ibride e della disinformazione russa. A lanciarlo è il governo inglese di Boris Johnson creando una nuova struttura dell’Alan Turing Institute. Nel primo rapporto una lastra alla propaganda di Mosca. I russi vogliono infiltrare l’informazione ucraina e occidentale. Ma Cina e India sono il primo obiettivo

Un centro per fermare la disinformazione russa, nel segno di Alan Turing. Nel Regno Unito il governo di Boris Johnson passa ai fatti: nasce il Centro per le tecnologie emergenti e la sicurezza (CETas), il team di ricercatori dell’Istituto Alan Turing – il centro del governo inglese per l’intelligenza artificiale e la data science – che dovrà combattere la propaganda e le fake news russe.

Mentre in Italia si incendia il dibattito intorno al monitoraggio dell’intelligence di alcuni profili che diffondono online la disinformazione di Mosca, a Londra serrano i ranghi. Niente “liste di proscrizione” ma una squadra di cacciatori di bufale diffuse da Stati avversari che conterà scienziati, analisti, criminologi ed esperti di cybersecurity. Ma la missione del centro è più ampia. “Produrre ricerca sulla tecnologia emergente e la sicurezza nazionale, sviluppare un network interdisciplinare di stakeholders, supportare direttamente la comunità della sicurezza nazionale inglese”, si legge sul sito.

“Il conflitto in Ucraina ci ha dimostrato l’importanza della data analysis e della tecnologia per svelare le campagne di disinformazione russa”, ha detto alla Bbc Paul Killworth, vice consigliere scientifico per la sicurezza nazionale di Downing Street. A inaugurare il lancio del centro un rapporto sulla disinformazione di Mosca durante la guerra in Ucraina. La più grande paura di Vladimir Putin, esordisce il documento, “è un tumulto popolare in casa propria”.

Anche per questo buona parte degli sforzi della macchina della propaganda russa, coordinata dagli 007 del Cremlino, è rivolta al fronte interno, per tenere lontane dalle case dei russi le notizie del fronte ucraino. Sul fronte esterno sono due invece i target, dicono gli esperti del Cetas. Da una parte l’esercito e la resistenza ucraina, di cui Mosca vuole spezzare il morale. Con questo obiettivo sono stati prodotti con la tecnologia deep-fake fin dalle prime fasi dei combattimenti video del presidente Volodymyr Zelensky che invita gli ucraini a deporre le armi. E ancora agli ucraini, specialmente le comunità russofone, si rivolge “una rete di canali social pro-russi di finti fact-checker, che sostengono di svelare notizie false degli ucraini su unità militari russe distrutte o infrastrutture civili colpite dai missili russi”.

Quanto all’estero “lontano”, non c’è solo l’Occidente nel mirino della macchina russa. “Sfidare il consenso politico sulla guerra in Occidente è un obiettivo importante – scrivono i ricercatori inglesi, spiegando però come ancora più importante sia “la promozione di narrazioni russe e anti-occidentali all’interno di altre audience internazionali, incluse Cina, India, Africa e Medio Oriente”.

Tra le soluzioni proposte per contrastare la disinformazione russa c’è il ricorso all’open-source, che sarà una stella polare per l’attività del centro nell’Alan Turing Institute. La guerra russa in Ucraina ha consacrato una volta per tutte l’uso delle fonti aperte per verificare le informazioni dal campo di battaglia. Basti pensare che è stato un gruppo di neolaureati dalla California, nella sera del 23 febbraio, a notare per primi su Google Maps il movimento delle truppe russe attraverso il confine e a twittare la notizia subito dopo.

“I forum online sono stati fondamentali per creare e connettere diverse comunità di analisti open-source”, si legge nel report. Dagli spostamenti nelle trincee alle batterie di equipaggiamento militare fino alle pattuglie di sabotatori, l’Osint (Open source intelligence) è stata e continuerà ad essere una chiave di lettura fondamentale della guerra russa in Ucraina.

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