Mesi di strategia zero-Covid, uniti alla crescente sfiducia verso l’economia del Dragone hanno portato a un drastico calo delle entrate fiscali pari a 2.500 miliardi di yuan. Ma gli esperti si aspettano un tracollo di almeno 6mila miliardi

Ci risiamo con la crisi del debito cinese, eterno male oscuro della seconda economia globale. Ancora una volta il Dragone si scopre fragile e soprattutto a corto di liquidità. C’è di mezzo la strategia zero-Covid, che ha fatto più danni che altro, mettendo sotto chiave per settimane Shanghai, hub finanziario e portuale del globo. Ma anche la fuga precipitosa degli investitori, raccontata da Formiche.net, sempre più maldisposti verso certe politiche, lotta al virus in testa, e la costante repressione dell’industria tecnologica, la cui morsa si è allentata solo un mese fa.

Tutto questo si è tradotto in un calo generalizzato delle entrate fiscali. Lockdown vuol dire meno consumi e meno transazioni, di qualsiasi natura. E fuga dei capitali vuol dire meno tasse versate all’erario del Paese ospitante oltre al venir meno dei soldi prestati in cambio di debito cinese. Insomma, la Cina è a secco. Lo dicono gli analisti, come quelli di Nomura, principale banca d’affari giapponese.

“L’ultima ondata di Omicron e i blocchi diffusi da metà marzo nelle principali metropoli hanno portato a una forte contrazione delle entrate del governo”, ha affermato Ting Lu, capo economista cinese di Nomura. “Stimano un deficit di finanziamento di circa 6 trilioni di yuan (895 miliardi di dollari), circa 2,5 trilioni di yuan di minori entrate a causa della produzione economica più debole e altri 3,5 trilioni di yuan di entrate perse dalla vendita di terreni da parte degli enti locali (da sempre una delle primarie fonti di entrate per il governo cinese, ndr) per colpa della fuga dei capitali”, ha spiegato ancora Lu. E a poco serviranno gli stimoli messi in campo da Pechino. “Gran parte delle misure in arrivo, che si tratti di titoli di Stato speciali o prestiti delle banche saranno semplicemente utilizzate per colmare questo gap di finanziamento”.

A Pechino sembra esserci aria di resa o quanto meno di rassegnazione. Lo stesso premier Li Keqiang ha affermato durante un incontro con i vertici delle autorità di controllo cinesi, la scorsa settimana, che per alcuni aspetti le difficoltà attuali sono state maggiori rispetto al 2020. C’è da crederci, visto che i dati sulla fuga di capitali sono ormai sotto gli occhi dell’intero governo cinese.

Un sell-off, termine tecnico per descrivere un disimpegno azionario e obbligazionario su vasta scala, che segue quasi due anni consecutivi di deflussi netti di portafoglio dalla Cina, incluso il quarto trimestre del 2021, con un deficit del conto capitale e finanziario di 320,6 miliardi di dollari. Secondo l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, è l’obbligazionario che ha sofferto maggiormente: i dati del governo cinese mostrano infatti un ritiro record degli investitori stranieri pari a 5,5 miliardi di dollari di titoli di stato cinesi a febbraio, la più grande riduzione mensile mai registrata, secondo la China Central Depository and Clearing, seguiti un nuovo massimo di oltre 8 miliardi di dollari a marzo.

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