Pechino preferisce poter continuare a fare affari, evitando di rimaner coinvolta in crisi e dispute regionali. L’analisi di Andrea Ghiselli, assistant professor alla Fudan University di Shanghai e responsabile alla ricerca del ChinaMed Project del TOChina Hub

C’è un passaggio della Strategia di sicurezza e difesa per il Mediterraneo pensata dal ministero della Difesa italiano che inquadra come buona parte degli affari internazionali sia interconnesso.

“La postura degli Stati Uniti di parziale disingaggio militare nell’area MENA (Middle East North Africa) — scrivono i generali italiani — a favore di una presenza più marcata nell’area indo-pacifica, divenuta di maggiore rilevanza strategica nazionale, ha creato un vacuum che ha richiamato vecchie e nuove competizioni che possono nuocere ai nostri interessi nazionali e alla nostra sicurezza”.

Russia e Cina per esempio sono presenti in modo sempre più evidente nel bacino mediterraneo. E il ministero guidato dal dem Lorenzo Guerini aggiunge: “La Cina, in particolare, persegue senza sosta un’efficace azione di penetrazione nel bacino mediterraneo similarmente a quanto avvenuto da anni nei quadranti africani e mediorientali. Un approccio che si concretizza specialmente nell’ambito economico e commerciale, canali attraverso i quali Pechino persegue con risolutezza i propri obiettivi strategici, peraltro con crescenti risvolti nella dimensione militare”.

Secondi i più recenti dati raccolti dal progetto di ricerca ChinaMed, c’è un leggero aumento degli investimenti cinesi nella regione del Mediterraneo allargato, anche se principalmente focalizzato nel Medioriente più che Nord Africa o Europa del Sud e Balcani, dove anzi sono in parte calati. Per quanto riguarda i contratti firmati dalle compagnie di costruzione cinesi, nel 2020 è continuato il trend negativo che era cominciato nel 2016, anche se comunque parliamo di nuovi contratti per un valore complessivo di più di 40 miliardi di dollari. Anche il numero di lavoratori cinesi è calato drasticamente.

”È probabile che il Covid-19 abbia contribuito ulteriormente a rallentare, se non a ridurre, la presenza economica cinese in questi ultimi due anni”, spiega Andrea Ghiselli, assistant professor alla Fudan University di Shanghai e responsabile alla ricerca del ChinaMed Project del TOChina Hub.

Tuttavia, non c’è dubbio che la Cina rimane un attore economico, e quindi diplomatico, importantissimo nella regione. “Basta pensare — continua Ghiselli in una conversazione con Formiche.net — che compagnie cinesi operano in o controllano numerosi porti attorno tutto il bacino del Mediterraneo, Mar Rosso e Golfo. Quindi, penso che descrivere come ‘senza sosta’ la crescita della presenza cinese sia corretto se consideriamo un arco temporale esteso, ma se invece guardiamo solo agli ultimi anni i dati danno indicazioni un po’ differenti”.

La strategia per la difesa e sicurezza italiana parla apertamente anche di una “crescente dimensione militare” della Cina nel Mediterraneo. La presenza militare cinese nel Mediterraneo e le regioni limitrofe è ancora piuttosto limitata, sebbene anche quella cresciuta d’impronta negli ultimi decenni. “Anche qui, non ci sono stati cambiamenti degni di nota negli ultimi anni. Essenzialmente — spiega il docente — ci sono truppe di terra che fanno parte di varie missioni di peacekeeping come in Libano, Mali e, più verso sud, in Sudan del Sud. Navi della marina cinese pattugliano il Golfo di Aden in coordinazione con quelle di altri paesi, Italia inclusa”.

La Cina ha anche una base a Gibuti dal 2017 che funziona principalmente a supporto delle missioni antipirateria, creando contemporaneamente una presenza militare in un’area strategica. Ma c’è di più: “La Cina si sta anche affermando come produttrice di armamenti, come nel caso di artiglieria a navi vendute all’Algeria o sistemi di difesa antiaerea alla Serbia, anche se sicuramente non ancora a livello di Russia o Stati Uniti. In generale, come nella descrizione della presenza economica cinese, credo che il Ministero stia prendendo nota di un fenomeno già innescato da tempo”, aggiunge Ghiselli.

Se nel Mediterraneo si è creato quel “vacuum” strategico dovuto a uno shift di interessi Usa verso l’Indo Pacifico, allora l’Europa e l’Italia possono ancora cercare di riempirlo evitando che vi penetrino più a fondo attori potenzialmente rivali? “Sicuramente — risponde — in Italia e in Europa c’è bisogno da tempo di un dibattito più serio circa il ruolo della Cina nel Mediterraneo. Ciò detto, rimango dell’idea che bisogni essere pragmatici e attenti”.

Secondo Ghiselli, il Mediterraneo non è una regione particolarmente importante per diplomazia cinese: “In generale, credo Pechino preferisca poter continuare a fare affari, evitando di rimaner coinvolta in crisi e dispute regionali. La Cina partecipa alle missioni di peacekeeping e antipirateria e offre supporto economico per le missioni dell’Unione Africana, tutte azioni che non credo danneggino l’Italia o l’Europa in maniera significativa, anzi. In paesi critici per l’Italia come la Libia, la Cina non gioca alcun ruolo particolare nonostante la presenza massiccia che aveva prima del 2011”.

“Questo per dire — continua — che ora che ci si rende conto che la Cina è veramente vicina è controproducente e futile trattarla solo come rivale. Da parte italiana ci sono limiti ovvi dovuti alla propria appartenenza alla Ue e alla Nato per quanto riguarda come e quando si può lavorare con la Cina. Anche la Cina è sicuramente molto cauta. Tuttavia, costruire una working relationship con la Cina nel Mediterraneo potrebbe anche essere una strada perseguibile”.

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