Caduto il muro di Berlino, c’è chi ha creduto alla fine della storia. De Mita ha nutrito una speranza autentica, concreta per una transizione non violenta del socialismo democratico a Mosca. Questo mondo non è quello che sognava, ma la sua lezione resta viva. Il ricordo di Vincenzo Scotti

Tanti italiani alla notizia della sua morte si sono chiesti chi è stato Ciriaco De Mita e cosa ha significato nella vita politica nazionale a cui ha partecipato con straordinaria dedizione e passione. Ma anche qual è l’eredità che lascia oggi alla politica nazionale e soprattutto alla sua polis, alla quale è rimasto radicato fino all’ultimo momento della sua esistenza.

Lasciando agli storici il compito di scavare nei documenti della sua giornata terrena, a noi non resta che scavare nelle parole dei suoi dialoghi politici, dei suoi discorsi e delle testimonianze dei suoi amici della sua terra e della sua polis. Il fondamento della sua politicità sta nel radicamento nella sua terra e nei suoi amici avellinesi da cui tornava costantemente anche nei suoi intensi momenti della politica nazionale fino alla morte.

C’erano certamente le lunghe parentesi che lo portavano a Roma, alla vita politica nazionale, percorrendo nella capitale tutto il cursus honoris nel suo partito fino a Segretario nazionale e nelle istituzioni fino alla guida del governo italiano. Si è formato nella Università Cattolica a Milano studiando giurisprudenza. Ma la sua personalità si è formata nella sua terra a contatto con i suoi concittadini e nella lotta politica della sua polis. Questo è un punto nevralgico della sua personalità politica che nel tempo presente della politica va compresa nel suo valore positivo che fa di De Mita un leader.

Ortensio Zecchino ha ricostruito sul Foglio come De Mita ha gestito il ruolo del leader nella costruzione di una comunità politica aperta, ponendola in contrapposizione a quella del notabile dominante nel Mezzogiorno nella ricostruzione dell’Italia. Recuperare una lettura corretta della democrazia rappresentativa per bloccare una deriva populista e di democrazia diretta, senza effettivo coinvolgimento dei cittadini della polis.

De Mita è stato un forte leader politico nazionale. Dovette affrontare da segretario politico della Dc e, anche, da presidente de Consiglio tre momenti di cambiamenti della politica e delle istituzioni del tempo presente. Quando   fu eletto segretario della Democrazia cristiana nel 1982, eravamo in una sfida difficile di adeguamento delle istituzioni del Paese e delle funzioni e della vita del  Partito.

Nel 1975, l’allora Segretario del Psi De Martino aveva chiuso la stagione della alleanza con i socialisti e i partiti laici e dichiarato che il suo partito non avrebbe partecipato a nessun governo che vedesse esclusa la partecipazione del Partito Comunista: la fine della cosiddetta “conventio ad excludendum”.  Nel 1976 si formò il governo monocolore democristiano sostenuto dalla astensione dei partiti di centro sinistra e i comunisti. Nel 1978, si dette vita al governo della solidarietà nazionale sostenuto non più da un voto di astensione ma da una coalizione di cui era parte anche il partito comunista.

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta portò alla fine della solidarietà nazionale e alle elezioni anticipate del 1979 e al congresso della Dc del 1980 che sancì la fine di ogni possibilità alleanza con i comunisti e a un governo di programma tra cinque partiti senza alleanza politica strategica.

De Mita con grande abilità negoziale riuscì a far eleggere Francesco Cossiga a presidente della Repubblica con un’ampia maggioranza che includeva anche il voto dei grandi elettori comunisti e avviò un cambiamento della Dc con il sostegno degli intellettuali esterni al Partito. È il momento di massimo potere di De Mita. Nel 1989 De Mita lascia il doppio incarico di segretario del partito e di primo ministro e il Congresso elegge Forlani alla Segreteria Dc. E poco dopo De Mita lascia anche la carica di presidente del Consiglio e facilita il cosiddetto accordo del camper con i socialisti di Craxi. De Mita aveva bloccato la grande riforma istituzionale di Craxi e Forlani non fece nessun passo in avanti sulla proposta di Craxi.

In quell’anno lo scenario politico mondiale cambia con la caduta del muro di Berlino, e la fine del regime del socialismo reale. Qualcuno pensò che eravamo alla fine della storia: la realtà era ben diversa come gli anni successivi si incaricheranno di mostrarci.

De Mita aveva sperato nel sogno di Gorbaciov di favorire una transizione non violenta del socialismo democratico. Questo non è stato e l’Unione Sovietica si è dissolta e la politica come capacità di visione strategica e di governo degli Stati sarebbe stata dominata da un crescente populismo sovranista. Il mondo si è frammentato politicamente e la democrazia rappresentativa è entrata bin crisi. De Mita ora non si ritrova in questo mondo. Ed è ritornato alla sua  polis e al suo Partito.

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