Diciamo la verità: la valigetta di Draghi, Macron e Scholz a Kiev è semivuota. Zelensky chiede armi pesanti che non possono promettere. E dietro il viaggio ucraino c’è una partita europea di politica tutta interna. Il commento del generale Carlo Jean

L’andata a Kiev di Mario Draghi, Emmanuel Macron e Olaf Scholz non sarà una semplice visita di cortesia a Zelensky, per dimostrargli che il sostegno dell’Ue continua e per esprimergli la solidarietà europea per le terribili perdite inflitte alla popolazione dell’intera Ucraina dai missili e aerei russi e alle forze ucraine dall’artiglieria di Mosca nel Donbass.

Non si sprecheranno le espressioni di lode per l’eroismo dei soldati e della popolazione ucraini. Si tratteranno anche argomenti concreti, quali quello dell’esportazione del grano e delle garanzie da dare a Kiev perché Mosca non possa sfruttare lo sminamento del porto di Odessa per un attacco anfibio. Di certo, verrà anche promesso all’Ucraina di agevolare il suo accesso all’Ue.

Verrà posta in luce la riconoscenza verso l’Ucraina, che si dissangua per difendere la libertà e per fronteggiare le mire imperiali di Mosca, sottacendo peraltro il fatto che una larga percentuale dei popoli dell’Ue considerano ormai gli ucraini dei “rompiscatole”, che continuano a combattere per la loro terra e la loro identità, invece di fare la pace con la Russia, cedendole – come i falsi profeti nostrani continuano ad insistere – qualche pezzo di loro territorio, in modo da non recare danno alle economie europee e di far cessare gli imbarazzanti massacri che l’Occidente non riesce a fermare.

Poco credibili saranno concrete promesse d’invio delle armi pesanti, di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per controbattere la potente artiglieria russa e ridurre le perdite. Malgrado il suo gran “can-can”, i paesi Ue ne hanno inviate meno di un decimo di quelle Usa e Uk. I nostrani Alberto da Giussano e Napoleone del Gargano affermano (spero che lo facciano per loro interessi di bottega, non per calcoli consapevoli) che di armi gli ucraini ne hanno fin troppe e che non siano neppure persuasi che, come dice il papa, esse servano per la guerra, non per la pace. Tutt’al più, la responsabilità della guerra sarebbe della Nato, che l’avrebbe provocata (come? pagando Putin perché aggredisse l’Ucraina? abbaiando?) o, almeno, non prevenendola (ma come?). “Misteri della fede”.

I “Tre Grandi” non potranno però sottrarsi ad affrontare i due argomenti più controversi. Primo, la cessione di territori in cambio della fine delle ostilità. Secondo, le garanzie che l’Ue sarebbe disposta a fornire all’Ucraina amputata di parte del suo territorio, qualora si raggiunga un accordo di tregua, che la trasformerebbe in una specie di Corea. La sostenibilità – quindi la stessa accettabilità di una tregua da parte di Kiev – dipende da tali garanzie. Senza di esse, il “cessate il fuoco” durerebbe solo fino quando Putin deciderà di raggiungere gli obiettivi che ha più volte esplicitato. Solo chi pensa di essere ancora ai tempi di Federico il Grande è persuaso che si possa scambiare un territorio con la pace. Oggi non è più così. Non lo è soprattutto nel caso dell’Ucraina di cui Putin nega l’esistenza come nazione.

Tutti riconoscono che le condizioni di pace e, soprattutto, la cessione di territori debbano essere decisi dagli stessi ucraini. La loro grande maggioranza, malgrado le distruzioni e le perdite, risulta decisa a combattere. I loro soldati non disertano né scappano. Una volta che abbiamo deciso di sostenere l’Ucraina non possiamo cambiare idea. Certamente, continuerebbero a combattere, con una guerra di guerriglia. Sanno che distruggerà l’Ucraina, ma combatteranno. Lo fanno già nei territori dell’Ucraina meridionale occupati dai russi. Si erano organizzati a farlo, prima che, con grande sorpresa di tutti, riuscirono a sconfiggere l’attacco russo a Kiev. Puntano sull’effetto delle sanzioni. Checché ne dicano i loro oppositori, hanno effetti disastrosi sull’economia della Russia, che sta trasformandosi in una colonia cinese.

La conclusione è che i “Tre Grandi” dell’Ue non devono esagerare né con le promesse né con le pressioni. Le loro capacità d’influenzare la situazione sono quelle che sono. Devono prenderne atto, rinunciando a sfruttare l’occasione della visita a Kiev per farsi un po’ di propaganda all’interno dei loro Paesi. Se riescono a concludere qualcosa per il grano ucraino, sarà già tutto “grasso che cola”.

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