L’Italia e l’Europa hanno gli anticorpi contro la disinformazione russa? Idee sparse dall’evento della Commissione Ue in Italia insieme a Formiche e Kratesis con il sottosegretario Giuseppe Moles, la deputata Pd Lia Quartapelle, il direttore della Commissione Ue in Italia Antonio Parenti e la direttrice di Balkan Free Media Initiative Antoinette Nikolova

Metti un bel giorno a Belgrado. È il 22 febbraio, sei seduto in un caffè a Piazza della Repubblica e sobbalzi leggendo il titolo a tutta pagina di Informer, tra i principali quotidiani nazionali: “L’Ucraina attacca la Russia”. Due giorni dopo succede l’esatto opposto: la Russia inizia a invadere e martoriare l’Ucraina, da allora non ha più smesso. Se il 26 febbraio incappi in Alo, un altro big dell’editoria serba, ti convinci che quella russa è stata una guerra lampo (vinta): “Putin entra in Ucraina e detta i termini dei negoziati”.

Non serve sempre scomodare i troll su twitter per dare carburante alla disinformazione. È una minaccia a 360 gradi, che non conosce pause e richiede una contro-offensiva di uguale tenore. Una minaccia contro cui l’Europa, in mezzo alla crisi nell’Est, deve attrezzarsi meglio. Come? Idee sparse sono arrivate da una terrazza romana durante l’evento “Noi e l’Europa” della Rappresentanza della Commissione Ue in Italia organizzato insieme a Formiche e Kratesis mercoledì, moderato dal direttore editoriale di Formiche Roberto Arditti. È una corsa contro il tempo, dice ad esempio Antonio Parenti con lo sguardo europeo da direttore della Commissione Ue in Italia. “Teniamo presente che ci attendono mesi in cui l’emotività può avere il sopravvento, anche in Europa. C’è chi penserà che il costo della crisi sia più alto del costo di perdere la libertà. Un’assurdità, ma meglio prepararsi”.

Il tempismo è pessimo, il terreno è fertile: con la stanchezza per la guerra e il costo in bolletta, in Italia, in Europa si apre un varco sempre più largo a narrazioni diverse sulla crisi. O meglio, false. Dal nazismo di Volodymyr Zelensky, presidente ucraino di origini ebraiche, agli ufficiali Nato nascosti nell’acciaieria Azovstal: tante sono riuscite a entrare nelle case degli italiani, vuoi dalla tv, vuoi dalla bolla dei social network, teatro di una nuova ondata di disinformazione sulla guerra che ricicla metodi e attori della galassia no-vax.

Ecco, i social network. Demonizzarli è inutile, spiega Lia Quartapelle, deputata e responsabile Esteri nel Pd di Enrico Letta. “I social hanno fatto anche cose buone. Senza i social, nel 2008, Barack Obama non avrebbe scritto una storia straordinaria della politica americana”. Sono un’arma a doppio taglio, questo sì. “Gli stessi social, nel 2016, hanno tirato la volata a Donald Trump, con zone d’ombra che ancora oggi sono al centro del dibattito politico”.

In America, almeno, di disinformazione si parla. In Italia anche, ma sempre in un gioco di opposte tifoserie, come dimostra la polemica un po’ surreale sulle presunte “liste di proscrizione” dei putiniani italiani pubblicate dal Corriere. Il risultato, dice Quartapelle, “è che non abbiamo diffuso a percezione di un rischio sistemico”. Cioè “non abbiamo spiegato alle persone che la disinformazione non è neutrale, che ci sono Stati stranieri che usano questi strumenti per interferire nel nostro dibattito politico, nella vita democratica”.

L’Italia ha gli anticorpi? È ottimista Giuseppe Moles, sottosegretario con delega all’editoria del governo Draghi e ospite della serata. “Fake news e disinformazione non sono nate oggi, sono sempre esistite. Io credo molto nell’apporto che potranno dare tutti gli attori del settore nel loro insieme”. Governo, intelligence, media, associazioni di categoria.

Non a caso Moles è stato ascoltato dal Copasir, che sul dossier disinformazione ha avviato un’indagine ad hoc, “ma con i dossieraggi non c’entro nulla”, scherza il sottosegretario azzurro. Tra gli stakeholders ci sono le piattaforme social, che da qualche anno a questa parte, in Europa più che altrove, sono chiamate a prendersi le loro responsabilità: Facebook, twitter, instagram e via dicendo non sono agorà neutrali, richiedono un check da chi ha le chiavi del sistema. Quartapelle è convinta che l’audizione di Mark Zuckerberg al Congresso Usa, incalzato da un’agguerrita Alexandria Ocasio-Cortez, sia stata “uno spartiacque” dell’era social. Parenti da parte sua conferma che la Commissione Ue stringerà la lente sulle fake news, “nei prossimi dieci anni non potremo abbassare la guardia, il metaverso alza l’asticella della sfida”. Al controllo ex-post si deve affiancare la prevenzione, riprende Moles, a partire dall’educazione digitale. “Potrò sembrare idealista, ma io credo che il compito ultimo del governo sia fornire tutti gli strumenti possibili perché il cittadino possa informarsi correttamente”.

Tutto giusto, a patto che non si ceda al wishful thinking, ricorda Antoinette Nikolova, direttrice della Balkan Free Media Iniziative. La disinformazione russa non è un gioco, ma una missione per professionisti. “A San Pietroburgo c’è una fabbrica di troll che lavora h24 per diffondere fake news sui social network. Sono impiegati, veterani del settore. E abbiamo scoperto che in Russia un troll può venire pagato 370 euro al giorno. Non sorprende che ci sia la fila”.

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