L’allarme dell’Ocse (“entro il 2025 potrebbero esservi sostanziali rischi derivanti dall’elevata crescita dei tassi di interesse”) si somma all’inflazione che aumenta anche oltreoceano. Chi si caricherà l’onere o l’onore di risolvere il problema?

Italia, Grecia, Portogallo e Spagna sono in cima alla classifica del maggiore debito pubblico europeo, ma l’inflazione azzanna anche la Germania. Significa che al di là della crisi di oggi (Ucraina), di ieri (Covid) e avant’ieri (debito greco) esiste un problema infrastrutturale nell’Ue. Ieri ci aveva pensato Draghi a salvare tutti con il whatever we takes rintuzzando il dogma di Schaeuble. Oggi potrebbe non essere sufficiente fare nuovo debito con gli Ukraine bond o con il Next Generation Eu, perché la crisi alimentare, quella energetica e quella delle materie prime impattano su un panorama già azzoppato da due anni di pandemia.

Fronti aperti

Le quattro economie più indebitate d’Europa devono confrontarsi, nell’ordine: con la crisi bellica (invio di armi uguale più spese); con quella alimentare che vede i prezzi salire progressivamente, già prima dell’invasione dell’Ucraina; con quella energetica che tocca le nuove infrastrutture come l’Eastmed (che però necessitano di anni per vedere la luce e di esosi investimenti); con il rallentamento generale nell’Europa centrale e orientale; con la prospettiva di tassi d’interesse più elevati. Il tutto senza dimenticare l’impatto complessivo delle policies cinesi sugli investimenti europei di oggi e di domani.

Lisbona ha iniziato un processo che la porterà a far scendere il rapporto debito-pil entro il prossimo lustro al di sotto di quello di Francia, Spagna e Belgio. L’Italia resterà saldamente su quel triste podio con la Grecia e, verosimilmente, con la Spagna.

Piggs

Tassi di interesse in su aumenterebbero le difficoltà per quei Paesi cosiddetti Piggs, su cui già si sono concentrate le previsioni pessimistiche di Goldman Sachs che ha calcolato il rendimento dei titoli di Stato a sette anni al di sopra del quale è a rischio la sostenibilità del debito degli Stati meridionali d’Europa. In Italia il combinato disposto di Reddito di Cittadinanza e Quota 100 rende il quadro ancora più complicato alla luce delle nuove emergenze come la spesa per l’energia, le conseguenze della guerra e i pagamenti imprevisti per le obbligazioni legate all’inflazione: per cui secondo l’Ocse il debito italiano raggiungerà il 148,3% del Pil nel 2023. E osserva che “entro il 2025 potrebbero esservi sostanziali rischi derivanti dall’elevata crescita dei tassi di interesse”.

Debito più debito

Fino ad oggi la riluttanza della Banca centrale europea ad alzare i tassi può essere spiegata con il fatto che l’Ue è oggettivamente più vicina degli Usa al teatro bellico ucraino, quindi più esposta. Inoltre prevedere oneri finanziari maggiori in Paesi dell’Europa meridionale fortemente indebitati, come appunto Italia e Grecia, potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. Questa è una tesi sostenuta da molti autorevoli analisti europei e americani, che sta aprendo un dibattito su un possibile nuovo momento di crisi dell’euro: chi si caricherà l’onere o l’onore di risolvere la problematica così come fece ieri Mario Draghi, sfidando gli integralisti del rigore e i Paesi frugali?

Scenari

Provando a guardare chi dovrebbe stare meglio, ci si accorge che i dati non sono incoraggianti. In occasione della fiera Money 20/20 in corso ad Amsterdam, i ceo dei principali attori fintech mondiali hanno lanciato l’allarme sul deterioramento delle generali condizioni macroeconomiche. Un big come la società di pagamenti online Stripe insinua dubbi sul fatto di poter ancora giustificare la sua valutazione di $ 95 miliardi, alla luce dell’attuale clima economico. Altre società di peso non sapranno se potranno centrare l’obiettivo di quotarsi in borsa entro l’anno. È evidente che l’aumento dei prezzi costringerà i consumatori a stringere i cordoni della borsa e quindi a non spendere come facevano prima.

Dopo 23 anni in Amazon, il ceo Dave Clark lascia il colosso perché “è tempo per me di costruire di nuovo”: ma i timori di una trasformazione dei mercati e delle esigenze dei consumatori è la motivazione su cui gli analisti stanno ragionando. Infatti dopo l’exploit fatto registrare durante la pandemia (+44% un anno fa), c’è un misero +7% nel primo trimestre del 2022 (sei volte meno di dodici mesi prima). Negli Usa da un lato si valuta la riduzione delle tariffe sulla Cina per facilitare l’inflazione, come annunciato dal segretario al Tesoro Janet Yellen, dall’altro fa notizia dopo 22 anni il crollo delle domande di mutuo per una casa.

La Banca mondiale chiude il cerchio, annunciando che la pandemia e l’invasione russa porteranno verosimilmente l’economia globale a confrontarsi con prezzi elevati e bassa crescita economica. A farne le spese saranno prima di tutto i sistemi più deboli strutturalmente.

@FDepalo

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