Una serie di indagini sta portando gli investitori a sospettare che il greenwashing sia dappertutto. E c’è chi avverte che i pannelli solari sono molto più inquinanti di quanto raccontato. È sempre più urgente affrontare il tema della trasparenza della transizione, o si rischia il suo fallimento

Nell’immaginario collettivo gli investimenti Esg (ambiente, sostenibilità, governance) sono considerati una scelta più etica, migliore per il pianeta e per le persone coinvolte. Negli ultimi anni l’urgenza di contrastare l’emergenza climatica ha portato più investitori a sceglierli, facendo impennare il loro valore globale oltre i 40 mila miliardi di dollari (stima di Bloomberg). Ma nel mondo della finanza l’acronimo Esg è ancora interpretabile, in mancanza di definizioni legali, e stanno apparendo sempre più crepe sulla facciata.

La settimana scorsa i mercati hanno appreso con preoccupazione che la divisione Esg di Goldman Sachs, una delle banche di investimento più famose al mondo, è sotto indagine da parte della Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti. Nel 2021 fu proprio la Sec ad avvertire gli investitori di aver trovato diversi fondi in cui “pesavano” parecchio i titoli di società decisamente poco “verdi”, malgrado la descrizione di detti fondi, i messaggi pubblicitari o i loro nomi.

A fine maggio un’altra investigazione dell’autorità americana ha portato la polizia tedesca a irrompere negli uffici di Dws, il principale asset manager tedesco. Anche il braccio di investimenti di Deutsche Bank (che controlla Dws) è sotto la lente d’ingrandimento delle autorità. Il sospetto è lo stesso: greenwashing. E gli investitori iniziano a percepire che qualcosa non va.

Bloomberg riporta che dopo tre anni filati di crescita meteorica, la domanda per prodotti finanziari targati Esg è calata del 36% nel primo trimestre di quest’anno, e stima che a maggio la borsa statunitense abbia assistito al più alto movimento di rimborsi da fondi Esg di sempre. In media i fondi Esg hanno perso il 16% da inizio anno. Segnali anche dall’Europa: lì hanno perso il 14% del loro valore, performando peggio dell’indice Stoxx Europe 600 (11%). I dividendi, che avevano oltrepassato senza troppi problemi il periodo pandemico, adesso stanno diminuendo.

Non stupisce che le autorità si stiano attrezzando per contrastare il greenwashing anche in ambito finanziario. In Ue gli asset manager e i consulenti finanziari dovranno assicurarsi che i singoli investitori ottengano esattamente ciò che desiderano dalle loro partecipazioni Esg, anche se ciò significa “consegnarli” a un concorrente, a partire da agosto. Intanto sta prendendo forma una revisione della direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (già ritardata di quasi un anno) che dovrebbe aiutare a portare chiarezza in un settore in preda alla confusione.

Il timore di fondo è che le pratiche di greenwashing diffuse possano compromettere la transizione ecologica. Che i fondi e gli investimenti Esg diventino abbastanza impopolari da scoraggiare gli investitori che intendono davvero mobilitare dei soldi per obiettivi ambientalmente e socialmente responsabili. Le legislazioni come Fit for 55 possono essere il volano della transizione, ma il vero moltiplicatore della transizione sono gli investitori non istituzionali, che però devono trovare una destinazione affidabile per la loro fiducia e il loro denaro.

Quella sul significato di Esg è una conversazione che diventa sempre più impellente, perché il problema – cantare le lodi Esg di un progetto e ignorare, o addirittura censurare chi mette in dubbio la veridicità delle credenziali verdi – potrebbe essere ancora più sistemico. Un esempio arriva da un bollettino tecnico della Society of Petroleum Engineers, rilanciato dall’analista del Sole 24 Ore Enrico Mariutti. Il succo del discorso: i criteri che stiamo utilizzando per misurare quanto sono “verdi” i pannelli solari sono sbagliati, e il loro intero ciclo di vita può essere fino a cinque volte più inquinante di quanto ci stiamo raccontando.

Ai lettori non parrà strano che le metriche sviluppate a tavolino per descrivere la costruzione di un pannello fotovoltaico nel Nord Europa non raccontino la vita di uno stesso prodotto che arriva dalla regione dello Xinjiang, tra lavoro forzato e standard ambientali discutibili, tra tutti l’uso massiccio del carbone. Non sono comunque buone notizie, specie se si considerano i miliardi e gli sforzi degli europei per costruire chilometri quadrati di parchi solari. Ma se viene a galla che la transizione non è così ecologica come pensavamo, l’entusiasmo dei suoi finanziatori si raffredderà molto in fretta.

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