Parlare di mediazione e di “territori” ucraini da concedere ha un solo effetto: far morire dal ridere il Cremlino. Putin ha un piano dichiarato: spazzare via l’identità Ucraina. Per l’Occidente il bivio è semplice: resistenza o tradimento. Il commento del generale Carlo Jean

Le reali intenzioni di Putin sono un enigma. Gli europei sono portati a sottovalutare le sue ripetute dichiarazioni che il vero obiettivo è quello di “de-nazificare” e di “smilitarizzare” l’Ucraina, per russificarla, erodere la sua volontà di far parte dell’Occidente e riportarla nel “Mondo Russo”.

Molti europei pensano che il Cremlino possa accontentarsi di qualche regione ucraina e della protezione delle popolazioni russofone del Donbas e della “Nuova Russia”, cioè della fascia costiera del Mar Nero, in cambio della fine del conflitto. Utilizzerebbe tutt’al più una tregua per riorganizzare le sue esauste truppe, ormai impossibilitate a rimpiazzare le perdite. Ma riprenderebbe l’aggressione non appena se ne presentasse l’occasione.

Come ha più volte affermato, i suoi obiettivi iniziali di assimilazione dell’Ucraina rimangono inalterati. Il mutamento del centro di gravità dell’aggressione da Kiev al Donbas è tattico, non strategico. Come concessione, per ottenere l’accettazione di Kiev e l’applauso dei suoi sostenitori in Occidente, Putin rinuncerebbe a proseguire gli attacchi verso Odessa, per lasciare a quanto resterebbe dell’Ucraina uno sbocco al mare. Kiev sarebbe costretta ad accettare le dure condizioni di una tregua dallo sfaldamento della coalizione occidentale che ne ha permesso la sopravvivenza con l’invio di armi. Secondo il Cremlino, l’Italia dei Conte, Salvini e compagni di strada ne costituisce l’“anello debole”. Perciò, come al tempo degli euromissili, costituisce l’obiettivo principale della disinformazione e della propaganda di Mosca.

Tutti gli occidentali vogliono la pace. Non esiste un “partito della pace” e uno “della guerra”. Chi lo sostiene, si presta a un gioco che non controlla e di cui spesso non è consapevole. Chi ci crede veramente, prende in giro sé stesso e gli altri. Finge di ignorare che nessuno nella storia ha mai fatto la guerra per la guerra, ma per la pace che la segue. Hitler la voleva addirittura di mille anni.

La vera differenza è fra coloro che accettano una “pace ingiusta” a una “guerra per sua natura ingiusta”, se non altro per le sue atrocità. Nel caso dell’Ucraina invocano la “pace” a ogni costo, che significa, anche se non lo ammettono, la resa dell’Ucraina. I più sostengono la “formula magica” della cessione di territori da parte di Kiev, in cambio della fine delle ostilità. Zelensky e i suoi sostenitori sono sempre più considerati rompiscatole, servo degli americani e guerrafondai, con tendenze “nazistoidi”.

A parer mio è un inganno, generato in gran parte dalla propaganda russa. Essa trova orecchie attente in chi è persuaso che esistano profonde divergenze d’interessi fra gli Usa e l’Europa, che la guerra sia stata provocata dagli Usa per colpire non solo Mosca, ma anche l’Europa, e che l’“ingenuo” Putin sia caduto nella “trappola” dell’aggressione all’Ucraina, da cui non saprebbe come uscirne senza perdere la faccia.

I fautori di tale tesi sostengono anche che gli americani vogliano proseguire il conflitto per mantenere sotto il loro potere il blocco occidentale e per indebolire quello eurasiatico a guida russo-cinese. L’opposizione al sostegno dell’Ucraina è aumentata dalla crisi energetica e alimentare e dal diverso impatto che le sanzioni alla Russia hanno sui vari Paesi e ceti sociali.

I fautori della pace ad ogni costo sottacciono il fatto che la crescita dell’inflazione e del prezzo dell’energia avevano preceduto la guerra. Fa parte della dialettica democratica “stiracchiare” i fatti per sostenere le proprie opinioni. Più grave è l’ipocrisia usata nel sottacere i veri obiettivi di Putin, che smentiscono la “formula magica” di “cessione di qualche pezzo di territorio in cambio di pace”.

Occorre approfondire significato, modalità e conseguenze della “denazificazione” e della “smilitarizzazione”, come sembra intenderle Putin. La prima è determinante a breve-medio termine. Non comporta solo l’annessione dell’intera Ucraina o la sostituzione del governo di Kiev con uno favorevole a Mosca. Implica la “rieducazione” del popolo ucraino (la cui durata è valutata a 10-15 anni), la sottomissione della Chiesa Ortodossa Ucraina al Patriarcato di Mosca e di tutte le Russie.

La “smilitarizzazione” dell’Ucraina chiesta da Putin è centrale non solo per la sicurezza ucraina, ma anche per qualsiasi futuro sistema paneuropeo di sicurezza. Ci coinvolge direttamente non solo perché l’Italia sarebbe chiamata a garantire ogni accordo fra Russia e Ucraina, ma anche perché coinvolge i futuri rapporti fra l’Europa e la Russia. Nessuno si è chiesto che cosa significhi e quanto ci costerebbe fornire tale garanzia.

Nei media domina l’orgoglio di non essere lasciati da parte. A parer mio, potremmo accettare di fornire tale garanzia solo insieme all’intero blocco occidentale o, almeno, agli Usa. In caso contrario, meglio sarebbe starsene a casa. Accade anche per altri temi legati al “caso Ucraina”. Nessuno, ad esempio, si è chiesto quali sarebbero i costi di una nostra dissociazione dall’Occidente in tema di sanzioni o di fornitura di armi o di attuazione del geniale piano di Conte di fornire armi che non servono, cerbottane anziché le artiglierie necessarie nell’attuale fase della guerra d’attrito. Sono “furbate borboniche” su cui è bene non soffermarsi.

La “smilitarizzazione” lascerebbe quanto resterebbe dell’Ucraina alla mercé della Russia. Mosca pretenderebbe di escludere ogni credibile garanzia per la neutralità di Kiev. Essa non era stata prevista a Budapest nel 1994. Allora a Kiev, in cambio della sua de-nuclearizzazione, era stato semplicemente promesso il rispetto della sovranità e integrità territoriale.

Si è visto quanto valgano tali promesse. L’indispensabile garanzia per indurre Kiev ad accettare un accordo è costituito dallo schieramento di un velo di truppe americane in Ucraina. Putin potrebbe accettarlo solo se messo in condizioni disperate. Ogni negoziato non si aprirebbe sotto una stella favorevole.

Al massimo, Putin potrebbe accettare il congelamento temporaneo del conflitto, con una formula simile a quella adottata alla fine della guerra in Corea. Si opporrà però a qualsiasi seria garanzia sulla sicurezza ucraina. Gli Stati Uniti dovranno decidere da soli se sostenere l’Ucraina con un preciso impegno militare. La probabilità che lo decidano dipende dal sostegno dei principali alleati europei. Il ritorno alla presidenza di Trump lo metterebbe però in discussione. Paradossalmente, l’Ucraina – non entrata nella Nato per la porta – vi entrerebbe per la finestra. In Italia si discute sul ruolo che il nostro Paese avrà con tale garanzia. La Germania “s’imbroda” di meno, ma si riarma, certamente anche per tale eventualità.

In definitiva, Putin fa sul serio. I suoi obiettivi veri sono quelli che ha ripetuto più volte. Non si accontenterebbe di conseguire solo obiettivi territoriali parziali. La portavoce di Lavrov l’ha ripetuto in tutte le salse al buon Giletti, insinuando anche che era infantile pensare che il Cremlino potesse accontentarsi con qualche pezzo di territorio. Pareva addirittura divertita quando lo diceva. All’Ucraina non resta che resistenza o resa; all’Occidente, continuazione del sostegno militare o tradimento.

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