Iran e Russia condividono la politica di resilienza contro le sanzioni e su questo basano cooperazioni nell’ottica di un ordine mondiale alternativo a quello occidentale a guida Usa. Lavrov a Teheran porta questo messaggio. Gli spazi sono stretti, il sacrificio sarà pagato dal popolo e i rischi elevati

Il ministero degli Esteri russo ha pubblicato una clip in cui il ministro Sergei Lavrov parla durante un incontro con il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, e afferma che Mosca si sta adattando a quelle che definisce le politiche aggressive dell’Occidente. “In tutti i Paesi che subiscono l’influenza negativa della linea egoistica degli Stati Uniti e dei loro satelliti, emerge la necessità oggettiva di riconfigurare le loro relazioni economiche per evitare di dipendere dai capricci e dalle bizzarrie dei nostri partner occidentali”, ha detto Lavrov da Teheran mercoledì 22 giugno.

È un richiamo forte per un Paese, l’Iran, che teorizza la costruzione di un ordine alternativo a quello occidentale. Lavrov dà speranze mentre cerca consensi. Quanto questo fantomatico ordine anti-occidentale possa esistere o avere successo è quasi relativo. Ciò che conta in questi contesti è la narrazione. Tra Mosca e Teheran c’è un punto di contatto profondo: entrambe si sentono vessate dall’Occidente a guida americana e si sentono ingiustamente punite dalle sanzioni.

Misure punitive che percepiscano come una limitazione contro il proprio desiderio di sovranità. E così le raccontano al popolo — che è costretto a subirle — le rispettive narrazioni strategiche. Se in Russia l’invasione ucraina è raccontata come una necessità di difesa contro l’espansione dei rivali e per assistere i russofoni nelle periferie, in Iran il programma nucleare è narrato dalla leadership in modo simile. Serve a difendere la rivoluzione khomeinista e a dare a Teheran forza nella difesa globale dello sciismo. Le sanzioni conseguenti diventano secondo questo storytelling strategico frutto di politiche contro gli interessi nazionali.

La massima resilienza adottata dall’Iran contro la strategia della “massima pressione” americana — reintrodotta dall’amministrazione Trump dopo l’uscita dal Jcpoa e confermata da Joe Biden — dimostra che anche sotto un regime sanzionatorio severissimo possono esistere spazi per evitare il soffocamento. Mosca condivide qualcosa di simile, ed ecco che le sanzioni diventano una forza di aggregazione per questo mondo alternativo all’ordine attuale.

Il mese scorso il Cremlino ha dichiarato che la Russia e l’Iran, che hanno anche in comune di possedere alcune delle più grandi riserve di petrolio e gas del mondo, hanno discusso di scambiare le forniture di petrolio e gas e di creare un hub logistico. Questo mese sono emersi i dati di maggio sull’export di petrolio, dove la Cina è cresciuta come acquirente russo (usufruendo di scontistiche del momento), calando però gli acquisti dall’Iran.

Mentre l’Ue si muove per sanzionare parte dell’export energetico russo, la Cina aumenta gli acquisti (di 300mila barili al giorno, bpd). Mentre gli Usa cercano di isolare il petrolio iraniano e l’Ue accetta (alzando il livello della retorica diplomatica sullo stallo attorno al JCPOA), la Cina ha continuato a comprarlo — anche se già ad aprile non erano stati raggiunti i volumi massimi registrati alla fine del 2021 e all’inizio del 2022, a causa dell’indebolimento della domanda da parte dei raffinatori indipendenti, dopo i blocchi della strategia “Zero Covid”.

Resta che il petrolio iraniano rappresenta ancora circa il 7% delle importazioni del più grande importatore di greggio al mondo (la Cina, appunto). Kpler, una società di analisi dei dati, ha stimato a maggio le esportazioni iraniane in Cina intorno ai 575.000 bpd, in calo rispetto alla media di 840.000 bpd del primo trimestre del 2022. Tuttavia l’amministrazione Raisi continua sulla linea secondo cui le vendite di petrolio sin dai primi mesi della nuova presidenza sono aumentate del 40%, pur astenendosi dal pubblicare dati dettagliati (lo fanno per non fornire troppe informazioni agli Stati Uniti, ma è possibile che i dati non siano del tutto veritieri).

Secondo gli organi di stampa statali iraniani, il Paese ha incassato 7,5 miliardi di dollari in vendite di petrolio e prodotti petrolchimici nei primi due mesi dell’anno solare iraniano (il Nowruz è caduto il 20 marzo quest’anno), con un aumento del 60% rispetto al 2021. Il ministero del Petrolio di Teheran ha già messo in guardia a inizio giugno che le esportazioni potrebbero essere influenzate dai cambiamenti del mercato, ma ha avvisato che non subiranno cali drastici e “solo la geografia del mercato potrebbe cambiare”.

Secondo le dichiarazioni fornite dal governo iraniano, le vendite di petrolio sono state così forti da coprire il deficit di bilancio del precedente anno iraniano e da permettere al presidente Raisi di gestire il Paese senza chiedere prestiti alla banca centrale, una pratica che è stata uno dei principali motori dell’inflazione incontrollata nel corso dei decenni. Una lezione che può servire alla Russia – sebbene i problemi restino per Teheran.

Ad aprile, un forum commerciale iraniano di dimensioni inusuali è stato ospitato sul territorio russo. Alla fine del mese scorso, il vice primo ministro per l’Energia, Alexander Novak, si è recato a Teheran per parlare con le controparti, tra l’altro, dei modi per commerciare in valute locali, evitando l’esposizione al dollaro USA. Ora arriva Lavrov a Teheran.

I contatti ci sono. Mosca vuole imparare e allo stesso tempo tenere una linea di collegamento operativo, consapevole di essere più strutturata dell’Iran – è un Paese del G20 con un’economia grossa circa sette volte quella iraniana. E dunque di poter gestire meglio la situazione, e il rapporto da una posizione di privilegio.

La leadership del Cremlino come quella della Repubblica islamica non sembrano voler cedere anche perché sono consapevoli di poter sacrificare aliquote di prosperità per mantenere il punto. È una decisione strategica interna che ricade sulle collettività, e perciò richiede necessariamente una presa sul potere molto salda. C’è spazio solo per falle controllabili, quasi fisiologiche valvole di sfogo.

In Iran, sottoposto a certe sanzioni sin dalla presa degli ostaggi del 1979, le misure adottate nel 2012 e nel 2018 – sempre connesse al programma nucleare – sono costate 5 e 3,5 punti di Pil, facendo precipitare il reddito pro capite dei cittadini. Le proteste ci sono e ci sono state, ma da una parte la repressione, dall’altra la costante narrazione indottrinante, tengono per il momento controllata la situazione. Lo stesso vale in Russia.

Per entrambi i Paesi, la Cina è la più grande speranza – ruolo che sta rivendicando anche all’interno del mondo BRICS, il cui vertice si terrà in forma virtuale ma sarà organizzato dal governo cinese, anche come contraltare al quasi contemporaneo G7.

Pechino serve a Russia e Iran (e non solo) per recuperare il terreno perso sui mercati che li stanno isolando – soprattutto in termini di investimenti e trasferimenti di tecnologia. Anche perché progetti come quello da 40 miliardi di dollari per l’acquisto da parte dell’Iran di una propria flotta di jet da Boeing e Airbus, annunciato dopo la revoca delle sanzioni in seguito al JCPOA del 2015, sono saltati col ritorno delle sanzioni statunitensi. E alla Russia manca già l’accesso a una grande fetta del mercato occidentale, dal lusso ai McDonald’s – recentemente sostituiti nei giorni scorsi da una forma autarchica di hamburger.

Tuttavia, qualcosa si muove anche da altrove. In Medio Oriente, sebbene l’Iran sia percepito come un rivale dai regni sunniti del Golfo – che hanno sempre contestato la volontà americana di costruire il JCPOA perché rappresentava un’eccessiva apertura a Teheran – è in corso una fase di riavvicinamento tattico a Teheran. Alcuni Paesi della regione, gli Emirati Arabi Uniti su tutti, stanno avviando politiche proprie per cercare contatto con la Repubblica islamica.

Lo fanno per pragmatismo, in parte scontenti dalle attività statunitensi sul dossier, cercano con proprie iniziative (che sotto alcuni aspetti non dispiacciono a Washington, favorendone un disimpegno) di evitare che un isolamento possa aumentare l’assertività delle ali più aggressive della teocrazia iraniana. Ad Abu Dhabi sta maturando una posizione: non c’è interesse per altre sanzioni economiche contro l’Iran, anche perché potrebbero peggiorare troppo le condizioni di vita in Iran e portare a processi di instabilità preoccupanti.

E sembra un po’ come l’offerta di ospitalità fornita da Dubai agli oligarchi di vario livello fuggiti dalla Russia nelle prime fasi della guerra, quando le sanzioni occidentali avrebbero potuto limitarne business, attività, libertà di azione (anche politica). Rapporto che è stato criticato dall’Assistant Secretary of State for Near Eastern Affairs Barbara Leaf durante un’audizione congressuale.

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