Il 13 giugno del 1962 usciva “Lolita” di Stanley Kubrick tratto dall’omonimo romanzo (1955) di Vladimir Nabokov, entrambi strepitosi successi. Pur con notevoli varianti rispetto al testo, il film fu apprezzato dallo scrittore russo, da anni in Usa. L’interpretazione allusiva della seducente sedicenne Sue Lyon (Lolita) ispirò figure adolescenziali e giovanili del cinema dei Sessanta e Settanta, e il termine “lolita” iniziò ad indicare le adolescenti smaniose di vivere da adulte

Certo che l’inizio di Lolita (1962) di Stanley Kubrick non lo si dimentica, e sarebbe piaciuto a Orson Welles escogitarlo, maestro del racconto à rebours. Eccolo. Assistiamo a una esecuzione a colpi di revolver, che accade al tempo presente, in un interno barocco, espressionista e wellesiano, ad opera di un uomo perbene: sapremo essere il professor Humbert Humbert (il giustamente impacciato James Mason), di nazionalità inglese. Questi è entrato nella villa di un commediografo, Clare Quilty, per attuare una vendetta sentimentale, nei confronti di quest’ultimo che, anni prima, aveva goduto di una sedicenne, Lolita, già amante del maturo Humbert, divenuto patrigno della minore. Dopo l’esecuzione una didascalia ci dice, “quattro anni prima”.

La voce over del protagonista, sotto forma di diario, ci racconta come, stimato professore di letteratura francese, sia arrivato in Usa dall’ Inghilterra, per una serie di corsi in un college, e abbia preso una stanza presso la villetta di una piacente signora vedova, Charlotte Hazan (Shelley Winters, eccellente inconsolata vedova; ma problematica come persona sul set, a causa di reiterati ritardi). Il film, dopo pochi minuti, ci mostra una seducente ragazza, appunto Lolita (Sue Lyon, quindici anni, superba prova, tra innocenza e piacere del peccato), figlia di Charlotte, sull’erba del giardino, in due pezzi, mentre prende il sole e ascolta musica leggera dalla radio a tutto volume. Ella è forse “il motivo” per cui il maturo professore, appena divorziato, sceglierà di affittare una stanza in quella casa. Humbert, inizialmente respinge le avance della piacente vedova, in quanto perdutamente innamorato della ragazza, seppur poi la sposerà per non lasciare la casa e continuare la seduzione della minore che, a sua volta. non desiste da sottili provocazioni.

Una scena eloquente è quando Lolita va in vacanza al campeggio femminile e l’uomo è disperato. Sua moglie è fuori casa. Entra nella cameretta di Lolita, tappezzata di foto di idoli dello sport e del cinema, e si getta su letto della ragazza abbracciando i suoi vestiti e annusandoli. Sulla parete vi è anche l’immagine di Clare Quilty, che Humbert, non nota, poiché non lo conosce, ma non lo spettatore: è il commediografo ucciso nell’incipit del film.

Dopo la morte improvvisa della madre, per incidente, Humbert riuscirà a diventare l’amante di Lolita che, affranta dal dolore e senza una figura adulta accanto, accetta inizialmente il rapporto.

La critica si è soffermata su temi e motivi che schiumano in superficie a una prima lettura di Lolita. La doppia vita di Humbert Humbert, già è anticipata da un nome che è un cognome e viceversa: egli è una sorta di Hyde quando si presenta come docente e Jekyll quando vuole possedere la esplosiva Lolita, che, col passare dei mesi, non intende rinunciare alle sue esperienze sentimentali e fisiche fuori di casa. La follia sentimentale di Humbert per la sua figlioccia diviene sempre più morbosa.

Lolita fuggirà da Humbert e dopo quattro anni gli scriverà chiedendogli un aiuto economico. Ora è sposata con un bravo ragazzo e aspetta un figlio. Humbert va a portarle dei soldi sperando che accetti di venir via con lui. Ma ella si rifiuta: “Aspetto un figlio suo”. Allora la ricatta. “Voglio sapere tutto se vuoi che ti aiuti economicamente!”. Ecco la verità. Lolita lo ha sempre tradito “con lo scrittore Quilty” con cui fuggì; poi fu scacciata dal commediografo quando la ragazza si rifiutò di girare un “film artistico”.

Un personaggio brechtiano inserito nella sceneggiatura da Kubrick e James B. Harris, è appunto quello di Clare Quilty (un ironico e dadaista Peter Sellers). Anch’egli, artista d’avanguardia tra alcol, droghe e sesso libero (nel racconto solo allusivamente accennati per via del visto di censura da ottenere), è un personaggio negativo. Del quale, però, nel finale, Lolita rivelerà allo scioccato Humbert, di averlo amato, pur essendone stata usata.

Lolita, può esser letto da diverse angolazioni. Come saggio sulla provocazione sessuale delle teenagers (appunto le “Lolite”) che vogliono vivere l’adultità sessuale prima del tempo (al campeggio, confesserà a Humbert, di aver fatto “dei giochini” con il figlio della responsabile del camping). Come denuncia verso la pedofilia mascherata all’interno delle famiglie per bene. Come analisi della crisi della famiglia del dopoguerra (e già il cinema con i personaggi di James Dean ce lo aveva anticipato qualche anno prima) nella quale, bombardata dal benessere economico, si azzera la comunicazione tra genitori e figli.

Va ricordato che nel romanzo omonimo (1955) di Vladimir Nakokov, la mania di Humbert verso le ragazzine, che chiama “ninfette”, ha una “motivazione” psicologica, che rende il personaggio più accettabile. Tale passione per le minori viene da un trauma adolescenziale, allorquando perse tragicamente la sua fidanzatina e a nulla valse sposare una donna. In Nabokov, poi, il rapporto tra i due ha accenti di violenza psicologica estrema anche attraverso atti sessuali non censurati. In Kubrick la morbosità di Humbert è smussata, e la motivazione che arriva allo spettatore è quella di un uomo immaturo soggiogato dalla passione sentimentale-sessuale. L’anacoluto e l’ellissi, intervengono tramite fondu, nel momento in cui tra i due sta per accadere quello che il pubblico deve immaginare e che la censura non avrebbe fatto passare se mostrato.

Con Lolita Kubrick conferma la predilezione stilistica per il piano-sequenza, il cui potere psicologico risucchia lo spettatore imprigionandolo nel racconto. Vedetevi Humbert accolto da Charlotte con la m.d.p. che lo segue su per le scale, di stanza in stanza, attraverso la soluzione della “parete bucata”, da Kubrick mostrata senza porsi problemi ma che lo spettatore non nota. O il citatissimo piano-sequenza dell’incipit che torna nel finale, nella scena, sopra ricordata, dell’assassinio di Quilty (omaggi al cinema wellesiano).

Costato due milioni di dollari Lolita ne farà incassare il doppio. Kubrick, già affermato autore con Orizzonti di gloria (1957) e Spartacus (1961) aggiungeva un altro capolavoro e si avvicinava, a grandi passi, a 2001. Odissea nello spazio (1968). Intanto, dall’anno dopo l’uscita di Lolita, in tutto il mondo occidentale le ragazzine vestiranno con occhiali da sole a goccia, rossetto aggressivo e gonne sempre più corte, mentre il bikini trionfava al mare e in piscina. La “rivoluzione sessuale” era iniziata. Dove ci avrebbe portato?

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