Piaccia o no, il grillismo aveva intercettato e portato in Parlamento, seguendo le più consolidate regole dell’agire politico, la malmostosità di buona parte dell’elettorato. Adesso nessuno sa che fine farà quell’onda, ed è una questione che prescinde dal destino del governo Draghi

Era già una batracomiomachia in versione immiserita. Ma pur sempre con l’aura del vagheggiamento leopardiano, come quei falsi che si vendono in strada con le griffe bene in vista. È diventata una sceneggiata alla Gustavo Cacini, protagonista del teatro minore d’anteguerra fatto di sbruffonate, provocazioni, battute e doppi sensi. La materia in discussione non c’entra, è strumentale tanto quanto delicatissima: l’atteggiamento dell’Italia nei confronti della guerra tra Russia e Ucraina. Alla fine infatti sia i “rimasti” di Giuseppe Conte che gli scissionisti di Luigi Di Maio hanno votato al Senato lo stesso documento che appoggia l’azione del governo Draghi: non c’erano alternative. Tuttavia il meno che si può dire è che lo spettacolo messo in scena è stato deprimente.

Ora sono tutti lì a domandarsi se il governo sia più forte o più debole, scrutando il volto serafico e compunto del presidente del Consiglio. Ed è una domanda fuorviante perché le tensioni che squassavano M5S c’erano prima dello strappo del ministro degli Esteri e rimarranno dopo: solo divise in due, per così dire più allo scoperto. Come pure resteranno le velleità dell’ex avvocato del popolo di staccarsi dal treno di Palazzo Chigi senza tuttavia mai riuscirci. Chissà se il giochino avrà buon esito in autunno sulla manovra di bilancio, oppure se anche in quel caso sarà l’ennesima messa in scena del teatro minore di Cacini. Perché per certe scelte ci vuole anche il fisico “politico” che in molti personaggi pare una chimera.

Il punto vero è che dopo appena quattro anni dal trionfo del 2018, il MoVimento sostanzialmente chiude la sua era. Doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno ed è finito con Grillo che mestamente guarda i resti della sua avventura. Però quel che più sbalordisce è la distanza tra la realtà di un fatto politico di notevoli dimensioni e il trattamento che gli viene riservato da avversari e compagni di viaggio. Da un lato, infatti – quello del Pd – la questione viene sostanzialmente negata con Letta che telefona sia a Giuseppi che a Giggino cercando di cucire gli strappi di un campo largo ormai inesistente; dall’altro – quello dei centristi variamente autonominatisi – che irride e deride ma neppure troppo nascostamente teme l’arrivo di un nuovo competitor in un’area politica tanto affollata di generali quanto scarsa di truppe (votanti).

Nessuno indaga seriamente su come sia potuto accadere che la miscela di populismo e demagogia che aveva attratto un terzo degli italiani si sia sfaldata nella sua traiettoria da “legislatura breve” e su dove andrà, su quali sponde atterrerà quel misto di rabbia, delusione, paura e angoscia che bolle nella pancia di milioni di italiani e che troverà nuovo alimento nelle difficoltà politiche, sociali, economiche che la guerra scatena.

Piaccia o no, il grillismo aveva intercettato e portato in Parlamento, seguendo le più consolidate regole dell’agire politico, la malmostosità di buona parte dell’elettorato. Adesso nessuno sa che fine farà quell’onda, ed è una questione che prescinde dal destino del governo Draghi perché afferisce al sentimento stesso degli elettori, o almeno di quelli che ancora si recano ai seggi. Non c’è comunque dubbio che il prezzo più salato lo paga la (sedicente) classe dirigente dei Pentastellati. Se non altro per rispetto verso chi li ha votati, potevano confrontarsi alla luce del sole, fisicamente in un congresso o simili e non fantasmaticamente online, ciascuno spiegando le proprie ragioni, rendendole comprensibili al loro popolo, e poi votare per stabilire chi era maggioranza e chi no. Hanno invece scelto la strada più squalificante delle allusioni, degli sgambetti, delle manovre di corridoio, della divaricazione a suon di scomuniche reciproche. Il peggio del repertorio del tanto vituperato Palazzo.

Adesso il peso del senso di responsabilità per le forze politiche tutte si fa più gravoso. C’è la dote del Pnrr da non sprecare. C’è la collocazione europea dell’Italia da non rinnegare. Ci sono le conseguenze della guerra da affrontare. Sopratutto c’è lo smarrimento di milioni di italiani da arginare. Chi pensa di potersi tirare indietro, vive nel mondo dei sogni.

Condividi tramite