Parla il sottosegretario all’editoria del governo Draghi. Contro l’Italia una guerra ibrida e informativa, abbiamo gli anticorpi. Distinguiamo l’informazione dall’intrattenimento, il governo fa la sua parte con il sostegno economico. Ucraina? Prima delle opinioni vengono i fatti e li conosciamo

Un conto è l’informazione, un altro i talk show. Nel mare magno delle notizie sulla guerra russa in Ucraina c’è tanta, troppa disinformazione. Ne è convinto Giuseppe Moles, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e l’editoria nel governo Draghi, che a Formiche.net spiega la sua ricetta per farsi gli anticorpi contro le fake news, russe e non. 

L’Italia è permeabile alla disinformazione russa?

È indubbio che siamo di fronte a una minaccia ibrida, che risponde a influenze esterne. C’è un rischio legato all’infodemia che non possiamo sottovalutare. In questo mare magno di notizie sulla guerra selezionare quelle affidabili è diventata un’impresa da professionisti.

Da dove nasce la disinformazione?

Parte da lontano, la disinformazione è sempre esistita. Ma le nuove tecnologie ne amplificano portata e rischi. Penso alla pandemia, che ha spinto il governo ad andare oltre la consueta attività di comunicazione istituzionale standard per passare a una campagna di sensibilizzazione, ad esempio sui vaccini. Con un contributo decisivo di testimonial, volti noti, attori, cantanti, sportivi e comuni cittadini che hanno partecipato agli spot gratuitamente, ma anche con la collaborazione di Google che ha reindirizzato gli utenti alle pagine ufficiali del ministero della Salute.

Una campagna non priva di qualche errore…

Non ci sono stati errori nella campagna istituzionale, anzi la nostra azione è stata posta in essere proprio per ovviare alla confusione generale iniziale. Ecco quindi la campagna volta a sensibilizzare il cittadino sui vaccini, strumento che ci ha permesso di contrastare il Covid in maniera efficace, e che ritengo abbia avuto una sua innegabile importanza.

Torniamo alla guerra. Fa discutere in questi giorni la notizia di un monitoraggio del governo su opinionisti e influencer che diffonderebbero disinformazione. Non è censura?

Io sono contrario alla censura: ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni. Il governo, per quanto di mia competenza, si dedica a un’attività continua di informazione e sensibilizzazione del cittadino. Altri organismi, dall’Agcom alla Vigilanza Rai, hanno il compito di vigilare sulla correttezza e l’equilibrio dell’informazione nella tv pubblica.

A proposito di tv: in Italia sulla guerra si applica la par condicio. A tratti però sembra che propaganda e fatti siano messi sullo stesso piano. Giusto secondo lei ripensare il format dei talk show?

Personalmente distinguo l’informazione con “bollino”, come giornali e telegiornali, dai programmi di intrattenimento. Comunque sia sta alla sensibilità professionale di tutti far sì che sia garantito il contraddittorio, e che ad ogni opinione ne possa corrispondere una uguale e contraria.

Un conto sono le opinioni, un conto i fatti…

I fatti in questa guerra sono innegabili. E oggi il mondo del digitale spesso ci può aiutare a riconoscerli: lo abbiamo visto in occasione della strage di Bucha, dove le immagini satellitari hanno confermato le esecuzioni di civili ucraini.

Lei è stato audito dal Copasir proprio nell’indagine conoscitiva sulla disinformazione. Di cosa avete parlato?

Le audizioni come sa sono secretate. Io sono stato audito perché l’indagine conoscitiva del Copasir accende un importante riflettore sulla disinformazione generale, che è di mia competenza, oltre che su quella strutturata, che è di competenza di altre Istituzioni. Comunque da parte mia credo che il contributo più importante che possiamo dare per favorire un’informazione sempre più libera, credibile e autorevole, è dare, come sto facendo da inizio mandato, un sostegno concreto e sostanziale al settore, tanto più in un momento di crisi. L’informazione di qualità è il miglior antidoto alla disinformazione.

Il governo ha intenzione di intervenire?

Io posso parlare per il mio Dipartimento. Ci siamo già mossi da tempo, con la costituzione di comitati di lavoro e tavoli tecnici informali su editoria, informazione e disinformazione, e questo con tutti gli stakeholder del settore e in collaborazione con altre istituzioni.

Qual è l’obiettivo?

L’interlocuzione e il coinvolgimento da parte nostra con tutte quelle iniziative, anche quelle indipendenti, che si occupano del tema sono preziose perché permettono di riconoscere in anticipo le campagne di disinformazione. Il presupposto e l’obiettivo è la creazione di una cultura della sicurezza cibernetica e dell’educazione digitale. Anche per questo come Dipartimento abbiamo collaborato, ad esempio, con l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale a una campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza digitale; soprattutto ho in programma una campagna di comunicazione istituzionale sulla disinformazione e per un uso sano e consapevole dei media digitali.

Di nuovo: quanto è sottile il confine tra informazione e censura? Converrà che il rischio c’è.

La Costituzione all’articolo 21 parla chiaro: la libertà di opinione non si tocca. Il giornalismo può fare la differenza, fare da filtro tra fatti e opinioni, riportare i primi così come sono. Mi permetta però una riflessione in più.

Prego.

I cittadini italiani non sono ingenui come, sbagliando, qualcuno pensa. Qualsiasi ipotesi di dirigismo o censura non è applicabile a una democrazia liberale. Il governo ha il compito di incentivare una buona e libera informazione, trovare le risorse economiche per sostenerla così come stiamo facendo.

 

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