Intervista all’ex premier della Slovacchia e presidente del Martens Centre: ho parlato più volte con Putin, non ascolta nessuno e tantomeno i “realisti” europei (avvisate Salvini e Orban). A Draghi dico: con Zelensky sia onesto, porti un messaggio di speranza. Il papa sulla guerra? Wojtyla sulla Nato mi diceva altro

Parlare con Vladimir Putin è un’impresa. Farsi ascoltare un’illusione. Mikulas Dzurinda ci è riuscito, anni fa. Presidente della Slovacchia dal 1998 al 2006, oggi a capo del Martens Centre, il pensatoio del Partito popolare europeo, si è ritrovato più di una volta in una stanza con il capo del Cremlino. I segnali premonitori del suo “piano imperiale” per l’Ucraina si potevano intravedere anni fa, ammette a Formiche.net, a margine dei “Defence Days” della Fondazione De Gasperi. Oggi chi pensa di far cambiare idea allo zar, si chiami Matteo Salvini o Viktor Orban, “si sta solo illudendo”.

Esiste qualcuno in grado di far cambiare idea a Putin?

No. C’è una vecchia regola durante una guerra: finisce solo quando entrambe le parti si convincono che è impossibile raggiungere l’obiettivo o che si può spacciare lo status quo per una vittoria. Ma c’è un altro motivo che spiega l’impassibilità di Putin.

Quale?

Ha invaso l’Ucraina perché teme il contagio democratico, da piazza Maidan fino a Mosca. E perché nutre sogni imperiali, sulla scia di Pietro il Grande: vuole che i libri di storia parlino di lui. Con queste promesse non c’è nulla di cui parlare.

Lei ha incontrato Putin diverse volte. Non c’erano segnali premonitori?

A dire il vero sì. Ricordo una nostra conversazione a Bratislava, nel febbraio 2005, dove ha partecipato a un summit con George Bush. Quando ho sollevato la questione ucraina e della rivoluzione arancione l’anno prima si è fatto scuro in volto. Nel 2014 Euromaidan è stata uno shock per lui. Le riforme, il rafforzamento della società civile ucraina hanno fatto traboccare il suo vaso di paura.

Quanto dura questa guerra?

Solo l’Ucraina può deciderlo. Sono sicuro che il presidente Zelensky sta tenendo conto di tutte le circostanze. All’Occidente resta un unico compito: sostenere Kiev con tutta l’assistenza possibile. Politica, morale, finanziaria, militare.

Domani Draghi, Macron e Scholz sono da Zelensky. Un consiglio ai leader?

Siano onesti, chiari, coraggiosi. Portino in Ucraina un messaggio di speranza: non appena sarà libera, l’Europa farà tutto quanto in suo potere per ricostruire il Paese e promuovere le riforme necessarie per entrare in Ue.

In Europa c’è anche chi vuole ascoltare la campana russa per prima. Viktor Orban in Ungheria, Matteo Salvini in Italia. Crede che Putin voglia parlarci?

Certo, ma per usarli. Voglio pensare bene: forse sono naïve, forse non hanno capito chi è l’uomo a capo del Cremlino. Un uomo che non ascolta ragioni perché conosce una sola lingua, il potere, che entrambi non possono parlare al suo cospetto.

Papa Francesco dice che in questa guerra, come in tutte le guerre, non ci sono “buoni e cattivi”. È sorpreso?

Sorpreso no, confuso sì. Non credo che l’aggressione russa sia stata causata dalla Nato. Un’alleanza che – deve capirlo il papa – è nata a scopo difensivo e nel trattato istitutivo non ha un solo articolo che parli di attacco. Nel 1999 ho portato la Slovacchia nella Nato. Ricevuto in Vaticano, mi fu chiesto da papa Giovanni Paolo II perché gli slovacchi volessero l’alleanza.

E cosa ha risposto?

Che fuori dall’alleanza si sentivano insicuri e che quell’ombrello era una garanzia per il nostro futuro. Mi ha sorriso e in polacco ha detto: “Ojciec Święty rozumie”, “Il Santo Padre capisce”.

 

 

Foto: European People’s Party, 2019

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