Da San Pietroburgo Putin legge un manifesto d’odio contro l’Europa e l’Occidente, promette un’escalation militare. Ma alzare l’asticella non gli conviene: il sostegno (armato) atlantico all’Ucraina sta diventando un problema per Mosca. Il commento di Gianfranco D’Anna

La guerra in Ucraina divampa sempre più distruttiva, sospinta dalle minacce all’Europa e agli Usa di Putin, mentre le prospettive di pace aleggiano come fantasmi in attesa di reincarnazione sull’effetto delle visite a Kiev dei quattro principali leaders europei.

Dietro le quinte dei bollettini quotidiani dei massacri e delle devastazioni, ribolle tuttavia l’impressionante  mutazione genetica degli equilibri geopolitici e strategici internazionali e dell’evoluzione delle strategie belliche. L’inusitata violenza verbale con la quale il presidente russo si è scagliato contro l’occidente, paventando il terremoto dei rapporti fra Mosca, Washington, Londra e Bruxelles, non attenua, anzi rafforza la sfida strategica e politica dell’appoggio diretto, militare e geopolitico,  assicurato dall’Europa nella capitale dell’Ucraina invasa e devastata dalla Russia di Putin.

Un sostegno effettivo insomma e non di cinica partecipazione al funerale del popolo ucraino quello che l’Europa dei premier inglese e italiano, Boris Johnson e Mario Draghi, della Francia del presidente Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz ha tributato al cospetto del mondo e in particolare del Cremlino con la visita al presidente Volodymyr Zelensky fra le macerie di Kiev e di Irpin.

Putin dal desolato forum economico di San Pietroburgo ha risposto ringhiando contro europei e americani, ma di fatto si è chiuso da solo in un recinto: un autocrate allo specchio che accusa il mondo di provocare conflitti mentre sta invadendo un Paese neutrale.

Invettive della serie à la guerre comme à la guerre sulla pelle del popolo russo, senza riferimento alle prospettive di trattative e meno che mai la citazione di parole come tregua e pace, rivolte più all’interno che all’esterno del paese. Come se  Putin avesse più la necessità di galvanizzare i russi che non di intimorire l’Occidente e soprattutto volesse rassicurare gli alleati.

Particolare questo indirettamente condiviso, sulla base della visione complessiva del teatro di guerra in Ucraina, dal capo delle Forze armate britanniche, Sir Tony Radakin, secondo il quale  Putin ha già “strategicamente perso la guerra.  Sta finendo i missili hi-tech mentre l’esercito sta subendo gravi perdite con più di 50.000 soldati morti o feriti”. Una convinzione quella dell’ammiraglio inglese prudentemente condivisa solo in parte dagli analisti, secondo i quali il Cremlino potrebbe riservare qualche inatteso colpo di coda. È un fatto comunque che tanto l’armata russa quanto le truppe ucraine siano allo stremo.

Con la notevole differenza, tuttavia, che mentre le linee di rifornimento russe si sono notevolmente allungate e fortemente indebolite, tanto il presidente americano Biden, quanto i quattro leader europei che si sono recati a Kiev hanno assicurato che la Nato e gli alleati occidentali continueranno a rifornire all’infinito e sempre con armamenti di volta in volta più sofisticati e efficaci l’Ucraina.

Un riarmo fiume sull’onda dell’esponenziale mutazione genetica bellica in corso. Il mutamento dei paramenti strategici che hanno fatto costatare l’essenzialità prioritaria dell’artiglieria e dei missili rispetto ai carri armati, ai caccia bombardieri e alle navi da guerra.

Una rivoluzione tecnologica che, sempre sulla falsariga teoretica dell’arte della guerra di Sun Tzu e von Clausewitz, prevede l’imminente o la già collaudata utilizzazione  dei  micidiali missili ipersonici “boost glide”; dei super droni a cominciare dai Mq-1C Gray Eagle Usa, che possono essere armati con missili Hellfire, talmente sofisticati e segreti il Pentagono probabilmente non fornirà direttamente a Kiev, dei combact robot, come i “lethal autonomous robots” in grado di identificare ed eliminare autonomamente gli obiettivi già operativi in Korea, nella zona smilitarizzata; di armi cibernetiche, come il virus Stuxnet; dei cyborg insects; delle tecnologie spaziali per azioni anti-satellite; di microcalcolatori e la rete informatica per  “campi di battaglia intelligenti”.  Un catalogo ancora non del tutto conosciuto di devastante potenzialità distruttive, sempre più prossime all’annientamento totale del nucleare, da fare rattrappire le ossa. Perché, come aveva previsto Albert Einstein “la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”

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