Il governo Draghi reggerà l’urto: tra licenziandi attaccati al posto e crisi internazionale lo stallo avrà la meglio. Ma sotto la cenere covano tre problemi che busseranno presto alla porta di Palazzo Chigi (e del Paese). Il commento di Francesco Sisci

Nessuna instabilità nel breve periodo, tantissima in più nel medio e lungo. Questo sembra il messaggio che emerge dalle urne di domenica. Per una quasi paradossale chimica politica infatti la sostanziale scomparsa del M5s nei risultati e la sonora sconfitta della Lega rafforzano la determinazione dei parlamentari a non fare cadere il governo. Essi sanno che non saranno rieletti e quindi vogliono prolungare il più possibile la loro parentesi di privilegio a Camera o Senato.

Ciò però comporterà altre due cose. Ci sarà maggiore fatica nell’azione legislativa, perché i licenziandi non avranno alcun incentivo personale a partecipare attivamente e positivamente. Ma poi ci saranno anche maggiori poteri fattuali al premier Mario Draghi che potrà fare quello che vuole, perché pur fra gli strepiti nessuno lo vorrà fare cadere.

Questo intreccio convoluto di paradossi lascerà tutto in piedi, ma anche tutto più difficile. Sarà come muoversi con un corpo semiparalizzato. Ci si muove, sì, ma metà degli arti non seguono, non agiscono. Su questa base ci sono poi altri elementi che complicano il quadro, come se non bastasse.

Come dice Stefano Folli su Repubblica la partecipazione insignificante al voto sui cinque referendum sulla giustizia dimostra che l’istituto del referendum è finito. Questo non è elemento banale, perché per mezzo secolo, da quando Marco Pannella li usò per cambiare la legge sul divorzio, i referendum sono stati il volano per muovere le cose quando il parlamento era inceppato.

Quindi abbiamo oggi il parlamento in emiparesi e la fine dello stimolo esterno referendario. Qui, come sottolinea Antonio Polito sul Corriere, il Pd è l’ancora di stabilità, primo per i risultati del voto, poi per il peso nell’azione di governo. Il suo ruolo è per questo tanto più importante, in quanto gli altri partiti della maggioranza di fatto si sono sciolti.

Il governo allora si regge, in ordine, sull’appoggio attivo del Pd, sull’opposizione leale di FdI e sull’assenza sostanziale di M5s e Lega. FI e gli altri non paiono più organizzazioni autentiche ma gruppi sciolti che rispondono o meno alle chiamate dell’ultimo minuto. Draghi per funzionare con meno frizioni e fatica dovrebbe perciò muoversi di conseguenza.

Questa realtà bislacca, praticamente inspiegabile all’estero, poi si poggia su un quadro internazionale sempre più pericoloso e volatile. Ci sono le guerre attuali e forse prossime, c’è l’inflazione, c’è il Covid non ancora finito, come provano le chiusure in Cina, ci sono le crisi contingenti delle commodities, guidate da gas e grano.

Su tutto grava il fantasma innominato. Già circa dieci anni fa c’era la crisi dei partiti, che si manifestava nell’assenteismo. Ma allora la risposta pareva essere il M5s. Era una illusione, ma almeno dava una prospettiva. Oggi che il movimento è scoppiato come una bolla di sapone non ci sono alternative allo sfarinamento generale.

FdI di Giorgia Meloni di fatto ha preso la guida della coalizione di centro-destra. Esso si muove come partito “di lotta e di governo” stando all’opposizione ma conducendo una dialettica positiva con Draghi. Ma c’è un 50% della gente che semplicemente è insoddisfatta dell’offerta elettorale e rifiuta di partecipare.

w\I problemi così sono di tre ordini. Uno di breve: governare con un’emiparesi istituzionale. Due: navigare in un panorama internazionale nuovo e molto incerto. Tre: recuperare la metà del corpo elettorale al voto.
Per queste tre questioni non ci sono risposte semplici. Ma da qui devono passare tutti quelli che vogliono giocare un ruolo politico alle prossime elezioni e al prossimo governo.

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