Il leader di Kiev fa appello alla comunità internazionale e per la prima volta collega la situazione nel suo Paese al futuro di Taipei. L’idea di Pechino mediatrice sfuma mentre lo scontro tra modelli si accende

Nessuno trae vantaggio dalla [guerra], a parte alcuni leader politici che non sono soddisfatti del livello attuale delle loro ambizioni. Pertanto, continuano a far crescere i loro appetiti, le loro ambizioni. (…) Il mondo permette a questi leader di far alimentare i loro appetiti per ora, pertanto occorre una decisione diplomatica per sostenere i Paesi che hanno bisogno di aiuto.

È la risposta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a una domanda del Washington Post nel corso del Shangri-La Dialogue di Singapore su quale fosse il suo consiglio riguardo a Taiwan, vittima di una campagna di coercizione economica e militare da parte del suo vicino, la Cina. Quello che sta accadendo nel suo Paese, ha replicato, è una lezione per la comunità internazionale: dovrebbe venire in aiuto dei Paesi che subiscono aggressioni prima che scoppi la guerra.

Mai Zelensky aveva utilizzato frasi simili a difesa di Taiwan. Mai l’ha fatto un altro membro del governo ucraino. C’entra il timore a Taiwan di analogie tra la situazione dell’isola e quella ucraina. Ma c’entra il timore di Kiev di tensioni diplomatiche con Pechino, che non ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina e ha cercato però uno spazio per essere mediatrice.

Forse però il discorso e la risposta di Zelensky suggeriscono che qualcosa è cambiato tra Kiev e Pechino e che lo scontro tra modelli (democrazie da una parte, autocrazie dall’altra) continua a trovare modo di alimentarsi. D’altronde, nonostante gli sforzi di Pechino per evitare ogni collegamento tra le situazioni in Ucraina e Taiwan, diversi leader presenti alla conferenza di Singapore hanno affermato che l’invasione russa è un campanello d’allarme per la regione. Come ha detto il primo ministro giapponese Fumio Kishida intervenendo alla conferenza venerdì sera, “l’Ucraina di oggi potrebbe essere l’Asia orientale di domani”.

Così, il presidente ucraino ha messo in guardia dalla disinformazione diffusa da Mosca sulle cause del conflitto, cioè le presunte provocazioni della Nato. E Wei Fenghe, consigliere di Stato e ministro della Difesa della Repubblica popolare cinese, ha invece rilanciato la stessa accusa alla Nato durante il suo discorso alla conferenza di Singapore. Le distanze sembrano aumentare.

Il futuro di Taiwan è stato al centro dell’incontro bilaterale di venerdì tra lui e l’omologo statunitense, Lloyd Austin. Il segretario alla Difesa americano ha utilizzato parole molto nette nel suo intervento pubblico poche ore dopo, spiegando che non sono gli Stati Uniti ad aver cambiato posizione sull’isola (sostengono lo status quo) ma è la Cina con “un costante aumento delle attività militari provocatorie e destabilizzanti nei pressi di Taiwan”. Per Pechino, che ritiene l’isola una sua provincia anche se ribelle, è colpa di Washington che vende armi a Taiwan danneggiando gli interessi cinesi.

Ma la risposta di Wei a una domanda dal pubblico di Singapore sembra dare ragione agli Stati Uniti. “Se Taiwan non dichiara l’indipendenza la Cina rispetterà lo status quo?”. Risposta: “La Cina fa i massimi sforzi per la riunificazione in modo pacifico. In caso di secessione, la Cina si riserva altre opzioni”. Parole che suggeriscono che l’obiettivo cinese non è lo status quo tanto difeso a parole ma la “riunificazione” (che però tale non può essere definita, visto che Taiwan non è mai stato parte della Repubblica popolare cinese). È una missione storica che “deve assolutamente essere realizzata”, ha dichiarato il ministro rilanciando i messaggi più volte lanciati dal leader Xi Jinping. I militari cinesi sarebbero pronti a combattere per essa, ha aggiunto.

Dietro alla disponibilità del ministro a rispondere alle domande dei presenti, che potrebbe essere letta come una propensione al dialogo, si nascondono dunque posizioni dure. Come quella sullo Stretto di Taiwan che Pechino non reputa acque internazionali, come hanno spiegato gli ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione alle controparti statunitensi negli ultimi mesi.

“Nel breve e medio termine è molto più probabile che un conflitto a Taiwan si verifichi per caso che per volontà”, si legge in un rapporto pubblicato in occasione del forum di Singapore dall’International Institute for Strategic Studies, un centro studi britannico. “In effetti, con l’intensificarsi della coercizione cinese su Taiwan, il rischio di un’escalation involontaria sta aumentando”, continuano gli esperti.

È per questo che nell’incontro con l’omologo Wei il segretario Austin “ha parlato della necessità di gestire responsabilmente la concorrenza e di mantenere aperte le linee di comunicazione” e ha “sottolineato l’importanza che l’Esercito popolare di liberazione si impegni in un dialogo concreto per migliorare le comunicazioni di crisi e ridurre il rischio strategico”, come recita la nota della Difesa americana. L’obiettivo di Washington è evitare che Taiwan diventi la prossima Ucraina e per questo ha messo in campo, assieme a uno sforzo diplomatico a difesa di Taipei, anche gli strumenti del Pentagono per le comunicazioni di crisi.

E rispondendo a una domanda del Financial Times, il capo della Difesa cinese ha offerto quella che, al netto delle smentite dei mesi passati, appare una conferma dei test di un’arma ipersonica cinese altamente avanzata nel luglio 2021. “Molti Paesi stanno testando armi. Non è una sorpresa che la Cina lo stia facendo”, ha detto Wei. “Queste armi servono a proteggere gli interessi nazionali della Cina. È naturale per noi avere delle nuove armi”. “Il sottotesto dei suoi commenti è che forse dovremmo aspettarci altri test di questo tipo, dato che la Cina continua a modernizzarsi”, ha spiegato Ankit Panda, esperto di nucleare presso il Carnegie Endowment for International Peace, al Financial Times. “Tuttavia, non abbiamo ancora capito se la Cina intende mettere in campo un’arma del genere”, ha aggiunto.

(Foto: Twitter IISS_org)

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