Da Taiwan all’Ucraina, con lo spettro di uno scontro tra democrazie e autocrazie, le posizioni di Washington e Pechino sono lontane. Domani il primo faccia a faccia tra Austin e Wei per gestire la competizione

Nonostante la distanza su diversi temi, Stati Uniti e Cina appaiono decise a mantenere aperto il dialogo. Domani, a margine dello Shangri-La Dialogue organizzato a Singapore dall’International Institute for Strategic Studies, i due capi politici della Difesa si incontreranno per la prima volta dall’insediamento a Washington dell’amministrazione guidata Biden. Lloyd Austin, segretario alla Difesa statunitense, e Wei Fenghe, consigliere di Stato e ministro della Difesa della Repubblica popolare cinese, dovrebbero concretarsi “sulla gestione della competizione nelle questioni regionali e globali”, ha dichiarato un alto funzionario americano. Lo stesso evento potrebbe offrire l’opportunità anche per il primo incontro tra il ministro cinese e l’omologo giapponese Nobuo Kishi previsto per domenica.

D’altronde, durante la loro telefonata del 18 marzo scorso, il presidente statunitense Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping avevano “concordato sull’importanza di mantenere aperte le linee di comunicazione, per gestire la competizione tra i nostri due Paesi”, secondo la nota diffusa dalla Casa Bianca. A confermare l’impegno di entrambe le parti, pochi giorni prima di quella telefonata, Ake Sullivan e Yang Jiechi, rispettivamente il consigliere alla Sicurezza nazionale degli Stati Uniti e responsabile esteri del Partito comunista cinese, si erano incontrati per 8 ore a Roma.

L’alto funzionario statunitense ha spiegato che al centro dell’incontro tra i due ministri ci sarà il tentativo di stabilire dei paletti per proteggere le complicate relazioni tra i due Paesi per evitare incidenti.

Al netto di questo, non sono attesi annunci né sviluppi concreti. Per due ragioni.

La prima: Wei è la controparte di Austin “solo in termini di protocollo”, ha osservato Randy Schriver, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Trump, ha spiegato a Politico. Infatti, in termini di potere e anzianità, il vero pari di Austin è in realtà il Xu Qiliang, generale dell’Aeronautica e vicepresidente della Commissione militare centrale. Il rifiuto di Pechino di permettere al capo del Pentagono di incontrare Xu è da tempo fonte di frustrazione, ha raccontato Schriver.

La seconda: le relazioni tese tra Stati Uniti e Cina negli ultimi mesi. Tante le questioni divisive: le mire di Pechino su Taiwan sfidando la volontà di Washington di difendere l’isola, i suoi tentativi di espandere l’influenza nel Pacifico (che negli ultimi giorni hanno subito uno stop diplomatico), le sue attività militari nel Mar Cinese Meridionale ma anche le sue ambiguità sulla guerra in Ucraina, avviata dalla Russia soltanto tre settimane dopo la firma di un accordo di amicizia “senza limiti” da parte del leader Xi e dell’omologo russo Vladimir Putin. Un caso degli ultimi giorni racconta il clima tra Stati Uniti e Cina: Washington ha accusato Pechino di aver messo in pericolo i suoi diplomatici attribuendo a due funzionari del consolato di Guangzhou dichiarazioni false secondo cui, stando a quanto diffuso dai media cinesi, gli Stati Uniti utilizzano lo Xinjiang e la repressione della minoranza uigura come uno degli aspetti nel “braccio di ferro” con la Cina.

Più in generale a dividere i due Paesi è ciò che appare una prospettiva sempre più concreta: quella di uno scontro tra modelli, con le democrazie da una parte e le autocrazie dall’altra, che la guerra in Ucraina sembra aver reso ancor più concreta. I recenti sviluppi nell’Indo-Pacifico lo raccontano. Se la sicurezza ha sostituto lo sviluppo come la parola chiave della politica estera della Cina, gli Stati Uniti sembrano voler “puntare su iniziative economiche riconoscendo l’importanza dell’agenda di prosperità, e non soltanto di sicurezza, verso i Paesi più piccoli e quelli in via di sviluppo, dove si concentrerà in futuro il confronto” tra le due superpotenze, come ha spiegato recentemente Alessio Patalano, professore di War & Strategy in East Asia presso il King’s College London, a Formiche.net. Ecco spiegata la volontà di mantenere canali aperti, nonostante le differenze, per evitare incidenti.

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