Ucraina, aborto, migranti, pandemia: c’è sempre la strumentalizzazione di Dio dietro le guerre, civili o internazionali, che ci stanno portando alla Terza Guerra Mondiale. L’estremismo nel nome Dio produce l’estremismo nel nome dell’io. La guerra mondiale si evita solo riconoscendo la complessità

I nodi, inesorabilmente, vengono al pettine. Ma prima di scoprire che ci siamo rotti la testa perché ci siamo rifiutati di usarla dobbiamo porci una domanda: perché tutto si estremizza, rendendoci impossibile di vivere insieme? Davanti a qualsiasi finestra c’è qualcuno, uno solo di noi, che può  vedere solo bianco e nero, cioè giusto e sbagliato, o addirittura vero e falso?

Se tutto diviene una sfida assoluta tra ciò che non possiamo accettare e ciò che loro devono rifiutare, come evitare che il mondo, le società, i Paesi, le città, i quartieri, i condomini, i nuclei familiari, le generazioni si spacchino? Come evitare che tutti diventi “mors tua vita mea”?

Quando si parla di Terza guerra mondiale si pensa a una guerra tra Stati, ma è molto di più: è la guerra di persone che non possono più comunicare, su nulla. Qualcuno ha pensato di risolvere questo problema trasversale alle nostre società rendendolo verticale nel mondo: da una parte ci siamo noi, occidentali, o europei, o italiani, dall’altra ci sono loro, asiatici, o orientali, o cinesi. Per riuscirci occorreva un nemico omologante, massificante: la globalizzazione si è gentilmente offerta, presentandosi non come un qualcosa capace di unirci nelle nostre diversità, ma come un qualcosa che voleva e vuole distruggere le nostre diversità. È uno dei motivi che sta portando alla Terza guerra mondiale: occorre una frontiera che ci divida irrimediabilmente prima della battaglia finale. Questa frontiera è l’uniformante globale contro l’uniforme locale. Così per alcuni il globale porta un pensiero unico, un complotto globale.

Per altri il locale porta nazionalizzazione delle masse, il complotto delle élite contro i popoli. In questo modo i conflitti diventano esistenziali. Non a caso anche i flussi di rifugiati sono stati definiti parte della manovra globalista per rompere l’uniformità del locale e dissolverci nel globale. Ovviamente questa guerra ai rifugiati è stata combattuta nel nome di Dio, visto che si è detto che crederebbero in un altro Dio (come se fossimo ancora politeisti). Non sbaglia Manlio Graziano a ricordarci che l’epoca delle guerre mondiali è cominciata nel 1915 da una parte con il genocidio armeno per uniformare la popolazione turca e dall’altra con la richiesta serba e greca ai macedoni a rinunciare alla loro identità e dichiararsi nel giro di 24 ore o serbi o greci. Il rifiuto comportava l’uccisione o l’espulsione. Non è molto diverso da quanto sta accadendo in Ucraina.  E ovviamente anche questa guerra ha dietro di sé Dio. Perché la Terza guerra mondiale è tra bene e male. L’onesto intellettuale putiniano Alksandr Dugin associa l’Occidente alla grande matrice di Babilonia, figura apocalittica e da noi Putin viene molto frequentemente associato a Hitler, figura reale e apocalittica. Conflitti del genere devono essere associati a Dio ( e come vedremo al suo alter-ego, io).

Sempre attentissimo a giudicare se stesso e il suo campo, rifuggendo alla tentazione di esprimere giudizi sugli altri, il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, ci avvertiva già due anni fa: “La Terza guerra mondiale non è un destino. Evitarla implica usare misericordia e significa sottrarsi alle narrazioni fondamentaliste e apocalittiche abbigliate di paludamenti e maschere religiose. Francesco lancia una sfida all’apocalisse e al pensiero di networks politici che sostengono una geopolitica apocalittica dello scontro finale, fatale e inevitabile. La comunità dei credenti, della fede (faith), non è mai la comunità dei combattenti, della battaglia (fight). Occorre fuggire la tentazione trasversale di proiettare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini. Si svuota così dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari che preparano all’apocalisse e allo ‘scontro finale’. La sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio esprime questa esigenza radicalmente cristiana”.

Anche qui, come si vede, predilige parlare di sé, del cristianesimo, attento a non ergersi su piedistalli. Ma la tentazione di proiettare la divinità sul potere politico è “trasversale”. E facendo probabilmente uno sforzo enorme contro la propria indole, Spadaro si parla anche agli altri. E tra questi altri, se vogliamo essere onesti, dobbiamo inserire anche coloro che non credono in Dio, o che negano Dio. Anche loro proiettano la divinità sul potere, sostituendo al vocabolo “Dio” il vocabolo “io”. È la dittatura dell’io sovrano. Questo io sovrano non si crede dittatoriale, ritiene di dire soltanto di dire “io faccio come mi pare”. Anche così si sacralizza il potere, alla sacralità dell’io.

In questi giorni vediamo Dio dietro i fatti più dirompenti del mondo che viviamo: per Donald Trump è stato Dio a guidare la mano dei giudici della Corte Suprema quando hanno abrogato la sentenza che consentiva l’aborto. Per Putin e il suo patriarca Kirill c’è Dio dietro la guerra in Ucraina, contro il peccaminoso occidente. E Biden si è quasi adeguato, dicendo (citando Giovanni Paolo II) “non abbiate paura” ai polacchi quando si è recato a Varsavia per coordinare gli sforzi contro l’invasione. Abbiamo dimenticato che molti hanno associato anche la pandemia a Dio, quasi fosse una sua punizione per i nostri peccati?

Ma oggi va detto che c’è anche il dio “io” dietro chi, urlando rabbia, non vuole neanche sapere quali siano i termini della questione legislativa americana sull’aborto. Le parole di Trump diventano così un tentativo incendiario: il mio dio cancella il tuo io. Così quell’io e quel dio si radicalizzano, si estremizzano, impossibilitati a cercare e trovare un terreno di reciproca comprensione. L’estremismo sempre più estremo dell’uno produce un estremismo ancor più estremista nell’altro campo.

Nessun potere terreno ha Dio dietro di se. Ma questo costante richiamo a Dio ci sta portando a uno scontro apocalittico, tra noi e dentro di noi. Bisogna fermare questo meccanismo infernale che porterà alla fine delle nostre civiltà. Resto a padre Spadaro: sempre con lo scrupolo di non giudicare l’altro, il direttore della Civiltà Cattolica ha commentato anche così il Documento sulla fratellanza umana firmato da papa Francesco e dall’imam di al-Azhar ormai anni fa:  “Il Documento affronta con coraggio la sfida della malattia della religione che trasforma la santità in servizio dell’azione politica intesa come causa sacra”. Ma dobbiamo avere l’onestà di aggiungere, noi, visto che non ne parla,  che c’è anche la malattia della anti-religiosità a trasformare l’azione politica, sacralizzando un potere dissacratore dell’altro.

Sono queste le guerre culturali interne alle società che rendono ingovernabile il mondo. Lo sappiamo che in America l’aborto sin qui è stato consentito fino alla 24esima settimana? Lo sappiamo che il nuovo sistema in uno Stato che vieta l’aborto potrebbe determinare l’arresto di una donna che si prenoti on line per abortire in uno Stato americano che lo consenta? Questa temuta deriva è ovviamente “logica”: se io progettassi un crimine e la mia attività ne fornisse le prove, la polizia non dovrebbe intervenire per impedirmelo? È la riprova che la logica può essere  illogica. Perché se negli Stati Uniti d’America, di cui sono cittadino, uno Stato consente l’aborto e un altro lo vieta, io da un comune proibizionista non potrei organizzarlo in uno consensionista?

L’unica spiegazione “logica” è che da una parte si segue la legge del male, dall’altra quella del Bene. Dunque seguendo la “logica” negheremo il creazionismo di Adamo ed Eva, sceglieremo l’evoluzionismo, con Darwin, ma di qui potremmo arrivare, come è accaduto, a cercare l’anello mancante tra l’uomo e scimmia. È evidente che il relativismo non risolve il problema, perché anche il relativismo non può che essere relativo. Abbiamo bisogno di un principio condiviso: e questo principio non può che essere il rifiuto di ogni integralismo, di ogni letteralismo, di ogni Guerra Santa, anche la mia. E quello che Francesco chiama “discernimento”.

È evidente che un estremismo ne crea un altro, in uno scontro ideologico che radicalizza sempre di più i portatori di due verità: la vita non comincia con il concepimento, ma non comincia neanche  al momento della nascita. Questo problema sta diventando un problema di vita e di morte perché mette in gioco due verità ormai contrapposte: i diritti della donna (che essendo umani non possono essere assoluti) e i diritti del nascituro ( che non possono esistere prima che esista). Avocare all’assoluto di Dio e all’assoluto dell’io questo confronto lo trasforma in guerra civile.

La cultura laica – come usualmente si dice – si basa sul rispetto, non sulla negazione dell’altro. La cultura religiosa sceglie Dio per sacralizzare ogni esistente. E allora? Allora per me la soluzione la trovò secoli fa San Tommaso, padre della tomistica, constatando che la vita non può cominciare nel momento del concepimento. Provo a fare un esempio: io concepisco un saggio su questo millennio: per alcuni esisterà solo quando avrò terminato di scriverlo, per altri non è così però, esiste  dal momento in cui ne ho definita l’idea. Forse per incontrarsi si potrebbe convenire che il processo è cominciato oggettivamente quando ho pensato al mio saggio, ma solo quando ne ho definito su carta il sommario quel saggio ha cominciato ad esistere.  Se non si cerca il modo di convenire ci allontaneremo sempre di più, fino a ritenere che l’alternativa sia tra chi persegue il Bene e chi invece propugna il Male. È la guerra metafisica contro il peccaminoso occidente di cui ha parlato Kirill e che, guarda caso, quando lo disse trovò subito il plauso dell’ayatollah Khamenei.

Questo esempio, sul quale mi esprimo con grande difficoltà perché non sono una donna, mi porta a pensare che la radicalizzazione dei problemi, la nettezza dei confini di ciò che pensiamo giusto e sbagliato, pone il problema angosciante delle frontiere: sono rigide? Perché ad ogni frontiera c’è tra l’un Stato e l’altro una terra di nessuno? Questo è un punto, che ci deve urgentemente portare a capire cosa siano le frontiere: tra Stati, certamente, ma anche tra noi.

Le frontiere  sono un limite. Ma indicano l’inizio o la fine di una spazio? Indubbiamente colpisce Manlio Graziano, scrivendo di frontiere, quando ci dice che un bicchiere può essere usato per contenere dell’acqua, ma anche per catturare una mosca, impedirle di infastidirci. Nel primo caso viene usato per consentire (di bere), nel secondo per impedire. Anche la frontiera può essere usata per dividere, impedire il passaggio, ma può essere usata anche per consentire lo scambio. Io ti do faccio conoscere i miei spaghetti, tu mi fai conoscere il tuo pomodoro, e insieme magari tentiamo di creare gli spaghetti alla salsa di pomodoro, o i pomodori ripieni di spaghetti (questione di gusti).

Se il pomodoro verrà usato per combattere il consumo di spaghetti e gli spaghetti verranno usati per combattere l’uso dei pomodoro, la frontiera diverrà una muraglia cinese, per impedire le invasioni dell’uno o dell’altro.  E poi si potrebbe arrivare a dover distruggere l’altro. È la storia proprio della muraglia cinese, pensata per fermare le invasioni da nord e davanti al loro persistere confermò la necessità inesorabile di distruggerli.

Se la muraglia cinese ci dice che nessuna muraglia fermerà l’invasione, allora non resta che uniformare, assimilare. Se non il corpo, la visione dell’altro. Era quello che pensavano i cinesi prima di costruire la muraglia: i barbari non esistono, è solo che non conoscono la civiltà: se la conoscessero diverrebbero come noi. Ma l’impero non poteva arrivare ovunque, e costruirono la muraglia. Che non risolse il problema. L’unica soluzione è ammettere che resteremo diversi. Imparare ad apprezzare queste diversità come reciproco arricchimento vuol dire imparare a vivere insieme. L’alternativa, ci disse Martin Luther King, è perire tutti, come degli stolti. È così: chi sa ripetercelo oggi è Francesco: “ Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità”. Possibile che nessuno ricordi il proverbio che dice “le vie dell’infermo sono lastricate di buone intenzioni”?

Condividi tramite