Sono cinici perché sono cosi allenati a dare il prezzo a tutto, da farlo con la stessa velocità delle macchinette che usano nei supermercati, prima di porre la merce sugli scaffali. Ma sono e restano cinici perché non conoscono il valore di niente. La riflessione di Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma

La crisi di governo in atto presenta molti lati oscuri e sinistri che da una parte allontanano gli elettori (incrementando il partito del non voto) e dall’altra accrescono le difficoltà di quei pochi autentici attori istituzionali (Mattarella e Draghi in primis, in un gruppo sempre più esiguo) che tentano di resistere a populisti, ambigui, corrotti, a destra come a sinistra. Sembrerebbe che, a mio modesto e personale parere, si stia radicando una politica sempre più cinica. Per Oscar Wilde cinico è colui che “conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna”. I politici cinici hanno dato un “prezzo” a tutto già da tempo. Per eredità ed esperienza hanno codificato il prezzo del consenso popolare nelle prossime elezioni, del loro attaccamento al potere, degli equilibri internazionali, del pacifismo e dell’interventismo, dei benefici del Pnrr… persino della soluzione di problemi strutturali come la raccolta dei rifiuti a Roma.

Sono cinici perché sono cosi allenati a dare il prezzo a tutto, da farlo con la stessa velocità delle macchinette che usano nei supermercati, prima di porre la merce sugli scaffali o in TV, nel nostro caso. Ma sono e restano cinici perché non conoscono il valore di niente. Per loro contenuti forti come dignità, libertà, onestà, coerenza, bene del Paese, sintonia con le politiche comunitarie, rispetto delle istituzioni, non hanno nessun valore, perché questi principi sono “qualità” (umane, sociali, politiche, culturali) e non “quantità”, come quelle che loro vendono o barattano. Non a caso, quando i cinici  tentano di parlare di valori, principi e “qualità” sono così poco credibili, goffi, stucchevoli da aumentare il disgusto verso la politica.

Ne consegue che i politici cinici non danno valore all’istituzione in cui operano, né alle persone che vi partecipano. Il loro non attribuire valore a niente e a nessuno, il considerare tutto e tutti vendibile ad un prezzo, non è altro che l’epilogo di dinamiche, in cui il loro sproporzionato Ego e la volontà di accrescere interessi sono diventati gli unici fini della vita personale e, quindi, istituzionale; anche a causa della scarsa e debole formazione personale e sociale. Un errore sarebbe pensare che si concentrino di più in un partito o in uno schieramento; essi, invece, sono un partito trasversale, forse più consistente del grande partito italiano, che è quello degli astenuti. Certo l’attuale crisi è stata determinata dalla gravissima irresponsabilità e cinismo dei pentastellati. Ma essi hanno diversi colleghi e compagni di merenda in tutti i partiti, specie tra coloro che costituiscono i vertici dei vari partiti.

Cosa interessa a queste/i signore/i, cinici di destra e sinistra del bene del Paese? Ben poco. Loro hanno già stabilito il prezzo di tutto, tramano per aumentare il consenso al loro partito e quindi il loro potere. Se avessero a cuore il bene del Paese, avrebbero preso sul serio la ricaduta economica (specie in termini di Pnrr) di una crisi di governo. Ma questo sarebbe un altro “valore”. Ai cinici non interessa perché il prezzo del loro patrimonio personale resta immutato, che caschi o meno un governo.

Ma c’è una prova ancora più schiacciante. Si chiama riforma della legge elettorale. I cinici odierni (e i loro predecessori) se amassero seriamente l’Italia, e non se stessi, avrebbero già prodotto e varato una degna legge elettorale, per ottemperare al dettato della Corte costituzionale e dare più stabilità al Paese. Invece no, con disgustosa ipocrisia, rimandano il problema al futuro perché lo status quo garantisce loro non solo di essere rieletti, ma anche di determinare chi eleggere in Parlamento, viste le liste bloccate. Questo è un “prezzo” che tutti i leader e i loro collaboratori  difendono a denti stretti; le eccezioni ci sono ma sono rarissime. I leader sono cosi attaccati alle poltrone che pur di non lasciarle sono pronti a fondare l’ennesimo partito. Ma la difesa ad oltranza del sistema elettorale vigente è anche provato dal fatto che c’è raramente ricambio dei leader nazionali: non solo non esiste limite di mandato, ma si è persa anche la dignità di farsi da parte quando si perde.

Sono pienamente convinto che la qualità umana, etica e tecnica della classe politica regionale e locale del nostro Paese è, in media, migliore di quella nazionale, che è ormai una casta chiusa e asfittica. Del resto i partiti e movimenti che volevano combattere la casta sono diventati più casta degli altri. Ciò dimostra che le vere emergenze sono la formazione politica (di cittadini e leader) e la legge elettorale. Di mezzo c’è un impegno serio che, chi ama il Paese, dovrebbe intraprendere: “spingere” perché tutti quei bravi e probi sindaci, presidenti, assessori e consiglieri possano contare di più nei loro partiti e così mettere a disposizione la loro qualità umana, etica e professionale a livelli partitici e istituzionali più alti. E’ ancora e sempre, come scriveva Italo Calvino, il lavoro della “controsocietà degli onesti” che hanno la “pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari [ciò] avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è”.

Condividi tramite