Intervista al commissario Agcom che torna sul caso della disinformazione russa in Italia. L’Autorità non stila bollettini, le liste di proscrizione un errore ma le fake di Mosca fanno breccia e vanno affrontate. Una legge contro le interferenze? Con le dovute cautele

In medio stat virtus. Sottovalutare la disinformazione russa in Italia è un errore. Combatterla a suon di liste di proscrizione anche. Ne è convinto Antonello Giacomelli, ex parlamentare del Pd e commissario Agcom, che insieme a Formiche.net ripercorre il caso politico che tiene banco da settimane nei palazzi romani, dal bollettino approdato al Copasir alle polemiche fino alla proposta di una legge per fermare le interferenze nelle elezioni del 2023.

L’Italia sta diventando un caso di scuola della disinformazione russa?

Non ho abbastanza elementi per dire questo, ma lo trovo purtroppo plausibile. Diciamo così, dal mio personale punto di vista considero fondato l’allarme che è stato lanciato, non da ora, contro il rischio di strategie messe in campo da autocrazie illiberali per alterare il libero e corretto confronto nei Paesi democratici.

Al bollettino finito al centro della polemica ha collaborato anche l’Agcom? Di cosa si tratta?

C’è un comunicato ufficiale con cui Agcom smentisce di aver mai partecipato alla redazione dei documenti a cui lei fa riferimento. Ma credo che sul punto ora vada detto qualcosa in più.

È giusto che di questi temi si occupi la sicurezza nazionale?

Sì che è giusto. Non sono in discussione le libere opinioni. Qui si parla di strategie pianificate per una sistematica alterazione della corretta informazione e, quindi, del processo democratico. Trovo necessario e doveroso che le strutture della sicurezza dei governi democratici europei, a partire da quello italiano, si occupino di fronteggiare questo rischio. Aggiungo che non ho alcun dubbio, anche per la conoscenza delle persone, che questa azione di difesa si sia svolta e si stia svolgendo nel più rigoroso rispetto della legge. Non è, quindi, questo il punto.

Qual è il punto allora?

Il punto semmai è che Agcom è una autorità indipendente e non una agenzia del governo. È del tutto improprio che partecipi, sui temi dell’informazione, a un gruppo di lavoro interministeriale convocato e coordinato dal Dipartimento della Sicurezza. Agcom sui temi dell’informazione e della comunicazione non può che agire secondo i compiti affidati dalla legge e con l’indipendenza e l’autonomia rispetto al potere esecutivo che sono propri di una authority.

Allora perché avete deciso di partecipare?

I commissari e il vertice della struttura amministrativa hanno appreso di questa, come dire, collaborazione dalle notizie di stampa. Non c’è stato alcun mandato del Consiglio, non c’è stata una delibera, non c’è stata una informativa, non c’è stata una ratifica. Ed essendo il funzionamento di Agcom basato sul principio della collegialità la cosa appare, diciamo così, molto singolare.

Come è stato possibile?

Stiamo cercando di capirlo. Intanto, comunque, alle nostre immediate richieste di chiarimenti, il presidente ha risposto con la formale rassicurazione che vi è stata solo una occasionale collaborazione di personale tecnico per una informativa sulle recenti normative europee.

C’è o no il rischio di scadere nelle liste di proscrizione? Servirebbe fare più distinzione tra opinioni e disinformazione?

Sì, c’è questo rischio, almeno nella percezione. Bisogna sempre tener presente e ribadire che non si tratta di perseguire l’obiettivo dell’allineamento al pensiero unico ma di contrastare strategie pianificate da autocrazie esterne, proprio con l’obiettivo di alterare il libero confronto di opinioni che rimane il valore di riferimento di una democrazia. A mio giudizio, uno dei compiti di Agcom è proprio quello di vigilare perché il lavoro, doveroso, di contrasto alle strategie di disinformazione rispetti rigorosamente il confine con il diritto, costituzionalmente garantito, alla libertà di espressione e alla libertà di stampa.

Il format del talk show, sulla tv pubblica e non, andrebbe rivisto per dare una visione basata sui fatti della guerra in Ucraina?

Non credo di avere alcun titolo per dare giudizi personali sulle scelte editoriali e sui format. Mi colpisce però la sua espressione “visione basata sui fatti”. Io condivido molto l’accentuazione che si va facendo dell’importanza del fact checking, ma non posso non ricordare che questo è essenzialmente il cuore dell’attività professionale di ogni giornalista, è parte costitutiva della professione.

Quindi?

Quindi la via maestra se si vuole incrementare il fact checking è quella di valorizzare la professionalità e la libera coscienza del giornalista. Talvolta ho l’impressione, invece, che si parli dell’attività di verifica dei fatti e delle fonti come di altro, staccato e distinto dal giornalismo. Questo mi sembra un errore e porta a rischi che vanno evitati.

Un rapporto presentato in Parlamento della Federazione italiana diritti umani (Fidu) e di Open Dialogue (Odf) ha fatto discutere. Tra gli esempi di disinformazione sulla guerra sono citate anche voci come Corrado Augias o l’inviato della Rai Mark Innaro. È un’esagerazione?

Anche qui non ho elementi, ma mi rifiuto di accettare giudizi sommari e, secondo me, infondati sulle persone. Oltretutto bisogna chiarire bene di cosa stiamo discutendo. Se usciamo dalla definizione del Tusma “contrasto a strategie di disinformazione”, che prevede la difesa contro una pianificazione organizzata, si rischia di avventurarsi in distinzioni e giudizi su singole opinioni e questo mi sembra un terreno molto delicato, su cui bisogna muoversi con molta cautela. Non mi piacciono gli interventi limitativi della libertà di espressione decisi al di fuori della espressa previsione di legge o della pronuncia di un giudice terzo.

L’Agcom ha approvato il regolamento che attua la direttiva Ue sul copyright. Ricompensare l’editoria può essere un passo avanti per contrastare la disinformazione o l’intero settore non è esente da questo fenomeno?

Certo, può essere sicuramente un aiuto ad introdurre equità nei rapporti tra le parti. Ma, sul tema informazione, Agcom aveva già lanciato un allarme con il Rapporto sul giornalismo da cui emergeva chiaramente la necessità di una riforma complessiva del settore finalizzata ad assicurare condizioni contrattuali ed operative adeguate al giornalista. Ad ora questa indicazione non è stata ripresa ma mi auguro che governo e parlamento riflettano.

Il Copasir, di ritorno da una missione a Bruxelles proprio sul tema della disinformazione, propone una legge contro le interferenze di Paesi stranieri nei processi informativi ed elettorali. Crede sia utile?

Non saprei. Per certi versi probabilmente sì a patto, lo dicevamo prima, che rispetti rigorosamente la libertà di stampa e di espressione e non ceda alla tentazione demoniaca, che vedo ogni tanto affiorare, di immaginare un ministero o un centro della verità che abbia la pretesa di stabilire sempre ciò che è vero e ciò che è falso.

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