Capire di che tipo è l’inflazione che ha colpito non solo l’Italia, ma l’intera Europa, è essenziale. Come importante è capire le differenze con l’altra sponda dell’Atlantico, la cui economia è più alle prese con un’inflazione da domanda che non da costi. L’analisi di Gianfranco Polillo

Ci sono vari tipi d’inflazione. Alcuni sono buoni, altri decisamente cattivi. È buona l’inflazione che resta contenuta sotto la soglia del 2 per cento annuo. Non a caso il target individuato sia dalla Fed che dalla Bce, come orizzonte temporale delle rispettive politiche monetarie. Con una differenza sostanziale, tuttavia. Negli Usa l’inflazione non è il solo parametro su cui vigilare. Al contrario deve essere letto non perdendo di vista la necessità di favorire al massimo lo sviluppo economico del Paese.

Quella cattiva, invece, supera quel valore di soglia. Tanto è più alta, maggiori sono i pericoli. Riduce infatti il salario reale; produce un “effetto ricchezza” negativo, abbattendo il valore dei risparmi monetari; altera le condizioni di borsa favorendo alcuni titoli, ma danneggiandone altri. Si traduce, in definitiva, in un’imposta occulta che colpisce in modo indiscriminato.

Riduce, anche, il valore reale del debito pubblico, che sarà ripagato, alla scadenza, con una moneta dotata di minor potere d’acquisto; traducendosi pertanto in una sorta di “patrimoniale”. Un’imposta, che attualmente è pari all’8 per cento, visto che gli interessi sui depositi bancari dei risparmiatori sono ancora pari allo zero. E tali resteranno, almeno fin quando la Bce non passerà dagli attuali tassi di riferimento negativi a quelli positivi. Forse a luglio, come preannunciato.

C’è poi da fare un’ulteriore distinzione. L’inflazione può essere da costi o da domanda. È da domanda quando i consumi interni di un determinato Paese superano le potenzialità dell’offerta complessiva di beni. Il primo sintomo di questo squilibrio sta nel deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Ai quali, nel breve periodo, si può far fronte ricorrendo a prestiti esteri. Ma in seguito, prima o poi, si deve intervenire: soprattutto per evitare la ricorsa che può determinarsi tra la componente prezzi e la richiesta di maggiori salari.

In genere questo pericolo diventa particolarmente allarmante, quando la disoccupazione, come negli Stati Uniti, scende al di sotto dei valori frizionali. Nel qual caso le singole aziende, nella loro richiesta affannosa di mano d’opera, sono disposte ad offrire un salario maggiore, strappando le maestranze ai propri concorrenti. Stesso pericolo nel caso in cui, gli anni ’70 in Italia, il mercato del lavoro sia coperto da indicizzazioni. Quel meccanismo di scala mobile, più che giustificato da un punto di vista sociale, ma destinato a rendere più complicata la gestione della politica economica. Comunque sia: meglio un’inflazione da domanda che una da costi.

Se la prima può essere contrastata, con manovre di carattere deflattivo (aumento dei tassi d’interesse o riduzione della spesa pubblica) la seconda, invece, è ben più difficile da contenere. Può essere combattuta solo nel medio periodo, con misure di carattere strutturali, che aumentino la resilienza del sistema economico. La risposta, in altre parole, viene affidata a un possibile aumento di produttività (sia aziendale che quella totale dei fattori) che sia in grado di assorbire, nel tempo, i maggiori costi che si sono abbattuti sul sistema produttivo.

A differenza dell’inflazione da domanda, eventuali strette di natura economica o finanziaria, non sono in grado di ripristinare lo status quo ante. Ma fanno correre solo il rischio di aprire la porta, anche qui gli anni ’70, alla stagflation: un mix di aumenti dei prezzi e relativa sottoccupazione dei fattori produttivi.

Capire quindi di che tipo è l’inflazione che ha colpito non solo l’Italia, ma l’intera Europa, è essenziale. Come importante è capire le differenze con l’altra sponda dell’Atlantico, la cui economia è più alle prese con un’inflazione da domanda che non da costi. Mentre, secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, nel Vecchio continente la sua accelerazione dipende prevalentemente dalla forte crescita del prezzo dei beni, rispetto a quello dei servizi. I primi, su base annua, registrano un incremento dell’11,4 per cento, i secondi solo del 3,4 per cento. Con una differenza di 8 punti percentuali, quando solo un mese fa questa differenza era molto più contenuta: 6,6 punti.

Non tutti i prezzi dei beni – seconda considerazione – aumentano allo stesso modo. La parte del leone, per circa la metà, spetta ai prodotti energetici, quindi ai prodotti alimentari. Senza queste due componenti la cosiddetta “inflazione di fondo” si sarebbe ridotta dall’attuale 8 per cento, al 3,8 o al 4,2 per cento a seconda della singola o duplice esclusione. Occorrerà, pertanto, capire le ragioni che hanno portato a un aumento così sostenuto.

Cominciamo dai numeri. Il Brent ha chiuso a 111,47 dollari al barile, contro i 74,79 di un anno fa. Con una differenza del 50 per cento circa. Il WTI a 108,49 rispetto ai 73,71 e una differenza più o meno analoga. Nello stesso periodo il prezzo del gas TTF (Title Transfer Facility) nell’hub olandese, il più grande mercato europeo, é aumentato di quattro volte. Differenze che richiedono un’adeguata spiegazione. Pur considerando che il gas, essendo meno inquinante rispetto ai più stretti derivati dal petrolio, ha subito, in questi ultimi anni, un vero e proprio boom per motivi di carattere ambientale.

Nel portare alle stelle il prezzo del gas, all’indomani del superamento seppure temporaneo della pandemia, avevano contribuito fattori diversi. Alcuni di natura congiunturale, altri, purtroppo, di natura strutturale. Il che significa che il ritorno a una più tranquillizzante presunta normalità risulterà tutt’altro che semplice. Tra le cause più recenti, la minore ventosità in Europa nel corso dell’anno, che ha notevolmente ridotto la produzione dei principali Paesi produttori: Inghilterra, Germania e Danimarca. Quindi la minore disponibilità di acqua nei bacini idroelettrici, soprattutto nel nord Europa. Ed infine l’indisponibilità di quattro reattori nucleari francesi. Fenomeni che hanno contribuito a ridurre la produzione europea.

Più complicati, invece, gli aspetti strutturali. A partire dalla modifica nella composizione geografica della domanda mondiale, cui ha fatto seguito la progressiva riduzione della produzione europea, senza contare la decisione tutta politica, da parte della Russia, di contrarre le proprie esportazioni per conseguire i propri obiettivi di natura strategica. Fatto, forse, determinante nello spingere all’insù il prezzo del gas, a partire dal 24 febbraio: data dell’invasione dell’Ucraina.

Altro elemento: la simultaneità della ripresa economica, che ha rilanciato i consumi portando alle stelle sia il costo dei noli che i premi delle assicurazioni. A loro volta frutto avvelenato delle tensioni internazionali sfociate alla fine negli eventi bellici, che stanno insanguinando una parte dell’Europa, dopo un lungo periodo di pace.

Il drastico cambiamento nella direzione dei traffici internazionali è stato reso possibile dalla forte espansione del commercio del GNL, il gas naturale liquefatto. Acquisizione relativamente recente nel trading petrolifero. La sua più ampia mobilità, non più ancorata alla rigidità delle precedenti strutture fisiche – le pipeline – ha consentito ai diversi Paesi produttori di vendere il prodotto al maggiore offerente. Soprattutto verso la Cina, ed il Sud est asiatico. La maggior domanda ha spinto verso l’alto i prezzi del GNL, finendo per contagiare anche le forniture rese attraverso le pipeline.

Un fenomeno temporaneo? Non sembrerebbe. La Cina in particolare sta riconvertendo le sue centrali a carbone, al fine di ridurre l’inquinamento atmosferico. Si calcola che entro il 2030 i suoi consumi di gas saranno superiori a quelli europei. Circostanza che contribuisce a spiegare le scelte di Putin, sempre più dipendente dalle scelte di Xi Jinping. Per inciso, va sottolineato, come le pratiche volte a contenere l’emissione di CO2, abbiano contribuito ad accelerare la transizione dal carbone al gas. I prezzi dei permessi di emissione di CO2 hanno infatti rapidamente raggiunto valori pari a 90 €/tCO2, contribuendo a modificare i parametri di convenienza.

Come si può vedere gli interrogativi per il futuro sono complessi e numerosi. Al punto da rendere quanto mai problematica l’ipotesi di un price cap, non tanto sul petrolio, quanto sul gas. L’idea che l’Europa possa sfruttare la sua posizione di monopsonio (monopolio degli acquirenti) è una giusta intuizione. Il difficile è renderla praticabile.

Il nodo di fondo rimane infatti come aumentare l’offerta complessiva di prodotti energetici, escludendo quei produttori, come la Russia, che considerano il gas una political commodity. Vale a dire lo strumento per conseguire vantaggi di natura geopolitica, agendo sul rubinetto dell’erogazione.

Da qui, comunque, la necessità di accelerare al massimo sulla transizione green – vento, sole, maree, e via dicendo – superando gli ostacoli burocratici che ancora impediscono la realizzazione dei necessari impianti. Basterà? Ne dubitiamo, meglio far proprio allora un vecchio principio di precauzione.

In attesa che la produzione d’idrogeno diventi realtà, occorrerà ripensare al nucleare di nuova generazione. Una sorta di assicurazione che consentirà di far fronte alle incertezze implicite negli andamenti di un mercato sempre più globalizzato, com’è appunto quello dell’energia. Sarà certamente un caso. Ma il fatto che il nucleare sia stato, alla fine, inserito nella tassonomia europea avrà pur significato qualche cosa.

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