La destra italiana ha un problema serio di egemonia culturale. Può diventare un ostacolo tra Giorgia Meloni e Palazzo Chigi. Può complicare la vita a una sinistra che deve liberarsi di vecchi fantasmi. Il commento di Francesco Sisci

C’è un problema intellettuale o se si vuole di “egemonia culturale” che si associa all’ascesa del partito della nuova destra Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Il pensiero di sinistra è stato digerito e interiorizzato nel modo di concepire la politica in Italia. Questo è avvenuto attraverso un lungo processo durato decenni e fondato sullo studio sistematico dei classici del marxismo, attraverso Gramsci, e attraverso tanti rivoli del pensiero di sinistra. Ciò è stato poi favorito anche dalla Chiesa allo scopo nobile di evitare la guerra calda, durante la Guerra fredda, e assimilare il comunismo, togliendo le sue spine e alla fine deviandolo.

La stessa operazione non è mai stata fatta con il pensiero di destra. Ciò non semplicemente con le idee di Giovanni Gentile, pensatore che non andava tanto a genio nemmeno ai fascisti, ma in Italia non è stata tentata nemmeno con i pensatori della destra conservatrice globale.

Adam Smith, bandiera dei repubblicani e dei conservatori inglesi, non è mai stato digerito e nemmeno assaggiato davvero dal pensiero principale della destra italiana. Smith non piaceva equanimemente né alla sinistra, ovviamente, né al pensiero cattolico, perché contro un nobile afflato di solidarietà, né alla destra infatuata delle teorie contro le plutocrazie. In questo senso la destra italiana è senza vere radici culturali che vadano oltre un suo orticello quasi esoterico.

Quello che pensa la destra è diverso da quello che pensa il resto della società. C’è un gap culturale profondissimo che non può essere risolto in pochi mesi anche con una vittoria elettorale schiacciante. Infatti probabilmente il motivo vero per cui FdI non riesce a sfondare è che l’Italia non supera l’idiosincrasia culturale con la destra a cui si riferisce.

Servirebbe all’Italia un recupero profondo delle idee di Smith, che mettano in collegamento davvero il conservatorismo italiano con quello globale, o dei pensatori economici da Hayek a Robert Mundell in poi che hanno ispirato le riforme di Reagan o Thatcher.

Non a caso l’astuto Pci recuperò in Italia negli anni ’70 e ’80 proprio quel pensiero di destra, associando come “indipendenti di sinistra” conservatori classici, come Luigi Spaventa o Guido Rossi.

A destra questo non è avvenuto anche perché i pensatori di destra italiani spesso non sono seguaci del liberalismo inglese ma credono in strane e non ben ordinate alchimie, peraltro non condivise dal resto del mondo. Lo stesso non è vero per il pensiero di sinistra. Gli ex comunisti italiani possono citare con orgoglio o nostalgia i tempi in cui credevano all’ideale dei proletari uniti in tutto il mondo, senza irritare nessuno, come non è vero per i pensatori e i militanti di destra.

Essi se citano Gentile si trovano immediatamente isolati e circondati da un muro di ostilità ideale. Sarà giusto o sbagliato, il punto non è questo. Il punto è l’isolamento culturale che va risolto presto per evitare di vanificare nei fatti un’eventuale vittoria di Fratelli d’Italia.

Qui o l’Italia accetta un cambiamento culturale rapidissimo, o viceversa rapidissimamente la destra radicale italiana deve cambiare modo di pensare. Per un semplice calcolo matematico è più facile cambiare pochi in poco tempo che molti in molto tempo, come avrebbe detto il filosofo Catalano della scuola napoletana di Renzo Arbore.

Questo pare il sostrato profondo a cui di fatto si riferisce Guido Crosetto quando dice che è una certa destra italiana che pensa secondo schemi di un secolo fa appare comica, ridicola. Questo il problema per tutto il sistema italiano. Senza una destra pienamente sdoganata, culturalmente agganciata al pensiero di destra internazionale, l’Italia rischia sofferenze. Né la sinistra può sperare di restare al potere agitando semplicemente gli stracci di certo conservatorismo retrivo.

Una competizione vera, con una destra culturalmente incardinata nel conservatorismo classico può solo essere stimolo positivo alla sinistra che ha bisogno di liberarsi dei suoi fantasmi. L’eredità comunista, anche se più potabile, culturalmente è ugualmente una grande palla al piede del Pd e di tutta la cultura politica italiana.

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