Dal G7 di Elmau al summit Nato a Madrid, il fronte occidentale c’è e si fa sentire. Ma fa anche i conti con le sue contraddizioni: il tiro alla fune con Erdogan, l’end-game ucraino, l’assenza di una strategia per i Paesi non allineati. Il commento dell’ambasciatore Giovanni Castellaneta

Passata una settimana molto densa per gli eventi internazionali, e dimenticando le baruffe italiane, quale bilancio possiamo trarre sullo “stato di salute” dell’Occidente e delle democrazie liberali? Si potrebbe dire che la “family photo” dei due summit G7 e Nato sia in chiaroscuro, caratterizzata da elementi positivi e promettenti ma al contempo non priva di segnali che destano elementi di preoccupazione per il futuro delle relazioni internazionali.

Cominciamo dagli aspetti positivi. È indubbio che il vertice di Elmau, culmine della Presidenza tedesca del G7, abbia confermato il senso di compattezza e di solidarietà manifestato in questi mesi dalle potenze occidentali. I membri del G7 – sia quelli parte dell’Ue che gli altri – si sono mossi in modo coordinato nell’adottare misure di supporto all’Ucraina e sanzionatorie nei confronti della Russia.

E, in questo senso, è da accogliere con ottimismo il fatto che il comunicato finale del G7 contenga riferimenti chiari rispetto all’introduzione di meccanismi di price cap sia sul petrolio che sul gas: non era facile considerando le diverse sensibilità dei Paesi membri in campo energetico, ma la necessità di trovare un modo per calmierare i prezzi degli idrocarburi si è imposta anche tra i sette Grandi, soprattutto per merito dell’autorevolezza di Mario Draghi, primo a spingere per l’adozione di una misura di questo tipo.

Una compattezza che è stata poi confermata anche nei giorni immediatamente successivi in occasione del vertice Nato di Madrid, che ha prodotto risultati di portata estremamente significativa. La decisione dell’ulteriore allargamento a Est con l’adesione di Finlandia e Svezia ha prodotto un importante spostamento del baricentro dell’Alleanza saldamente in Europa, con un chiaro avvertimento alla Russia sul fatto che la Nato non è disponibile a fare passi indietro o rinunce sul tema della sicurezza continentale rispetto alle ambizioni di Mosca, ostili ai propri vicini e contrarie al diritto internazionale.

L’adozione del nuovo Concetto Strategico è poi un primo passo importante verso un rafforzamento concreto dell’Alleanza sul continente europeo, nell’ottica di una maggiore assunzione di responsabilità dei Paesi Ue e di una “divisione del lavoro” più equilibrata con gli Stati Uniti, che potranno così dedicarsi anche con maggiori sforzi alle loro priorità strategiche nella regione del Pacifico.

Non mancano tuttavia anche le “ombre”. Prima di tutto, occorre ricordare che al di fuori del G7 esiste un mondo che è sempre più alternativo all’Occidente, una specie di seconda decolonizzazione strisciante questa volta non politica ma ideologica ed economica.

Nonostante in Baviera fossero presenti in qualità di Paesi invitati anche i leader di Argentina, India, Indonesia, Senegal e Sudafrica, la maggior parte delle altre potenze globali – a cominciare dalla Cina – si è ben guardata dal prendere una posizione netta contro l’invasione dell’Ucraina e nel comminare sanzioni alla Russia. Con il risultato che la strategia di isolamento economico di Mosca non sta funzionando come sperato proprio perché il regime di Putin può continuare a fare affari con la maggior parte dei Paesi nel mondo non occidentale provando anche a creare nuovi ed alternativi canali finanziari

Va prestata attenzione anche alle contraddizioni interne alle organizzazioni occidentali: ad esempio, l’allargamento della Nato – che aveva bisogno di una decisione all’unanimità – è frutto di un difficile compromesso con la Turchia e di nostre concessioni non solo economiche: un successo diplomatico di Erdogan, che in questa fase sta giocando con intelligenza le proprie carte come “ago della bilancia” geopolitica grazie alla posizione strategica di Ankara nel Mar Nero, in Siria ed in Libia.

Non vanno poi sottovalutate le possibili minacce legate all’espansione della Nato e ad un ruolo più profilato delle potenze europee nel Mediterraneo. Anche per colpa della disattenzione occidentale degli ultimi anni, nei Paesi della sponda sud (così come in Africa sub-sahariana), l’influenza di Russia e Cina nella regione è aumentata notevolmente (non solo direttamente ma anche tramite l’azione di gruppi di mercenari come il Gruppo Wagner).

L’Africa, che per Europa e Italia sarà sempre più importante (come testimoniato ad esempio dai recenti viaggi di Draghi e Di Maio in Africa occidentale e da quello in questi giorni del Presidente Mattarella in Zambia e Mozambico) potrebbe dunque trasformarsi in un ulteriore terreno di scontro e sarà importante mantenere stabilità nella regione senza alimentare la dimensione conflittuale con le altre potenze esterne.

Che fare, dunque, in vista di un futuro che si preannuncia agitato e tempestoso per le relazioni internazionali? È importante che l’Occidente agisca con fermezza nel riaffermare i valori delle democrazie liberali, ma che al contempo si ponga con pragmatismo nei confronti del resto del mondo. Solo costruendo “ponti” con le altre grandi economie emergenti sarà possibile creare un clima di maggiore equilibrio e condivisione attorno ad alcune grandi priorità e sfide globali, a cominciare dalla sicurezza internazionale, da quella alimentare e dalla emergenza climatica.

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