Il direttore della Nato Defense College Foundation: “Parlare con tutti non significa essere d’accordo con tutti o d’accordo su tutto, però significa capire che c’è una serie di attori regionali che sono obiettivamente cresciuti di importanza”. La Libia, il gasdotto Eastmed, la questione curda e l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato

Parlare e parlarsi come solo gli italiani (diplomaticamente) sanno fare. La visita del premier Mario Draghi ad Ankara porta in dote una serie di temi, tutti rilevantissimi, in ottica geopolitica. È importante, osserva a Formiche.net Alessandro Politi, Direttore della Nato Defense College Foundation, che Roma e Ankara si sintonizzino su una divisione dei compiti sensata. Ovvero un efficace coordinamento di intelligence (come ad esempio in Libia), oltre ad una capacità di saper giocare sui punti forti dei due attori senza pestarsi i piedi.

La vista di Draghi ad Ankara conferma non solo la centralità di Erdogan, ma la centralità di Erdogan nonostante tutto?

Centralità mi pare una parola forse esagerata, direi importanza, che del resto era quello che aveva riconosciuto Draghi nella sua prima dichiarazione riguardo al presidente turco. Una dichiarazione non lusinghiera, ma di sostanza. Cioè, alla fine ha detto: bisogna parlarci e credo che questo sia anche, come dire, il metodo italiano, che poi alla fine realizza le cose. Perché quando gli americani si sono trovati dentro la Siria in condizioni pessime, chi se la cavava meglio erano quelli che parlavano con tutti: all’epoca erano i russi che imitavano il modello italiano. Parlare con tutti non significa essere d’accordo con tutti o d’accordo su tutto, però significa capire che c’è una serie di attori regionali che sono obiettivamente cresciuti di importanza.

Ovvero?

Vorrei ricordare che in Europa chi si era molto dato da fare per tempo con la Turchia era stato Berlusconi. Lo ha fatto a volte con modalità non professionali o non adeguate al contesto. Però l’ha fatto. Perché? Perché questi Paesi hanno obiettivamente ripreso una libertà di azione che prima non c’era e la usano a volte bene, a volte male, a volte non la usano abbastanza. Quindi Erdogan è un attore importante, regionale, e lo è sia per geografia che per attività politica. Quindi l’incontro di Draghi è un incontro concreto, con tutte le difficoltà che questo incontro presenta.

Una di queste potrebbe essere il fatto che la Turchia abbia bypassato l’Italia in Libia? A Roma va bene così?

A volte la nostra politica estera è un misto incomprensibile perfino a noi stessi. Certo, alcuni aspetti della politica estera sono fortemente condizionati e sono ostaggio, direi, di dinamiche interne. Non si può ridurre la politica della Libia unicamente alla politica dei barconi. Uno, perché demograficamente siamo un Paese in crollo, in caduta libera, quindi o abbiamo dei nuovi cittadini o non ci saremo più. E due perché la Libia è molto di più che semplicemente una tappa di emigranti o migranti. Nessuno ha detto all’Italia “no, non impicciarti della Libia”. Anzi, molti alleati, inclusi gli americani, hanno detto: “la Libia la conoscete, ma non fate abbastanza”. Quindi penso che anche questo incontro di oggi possa permettere di inquadrare meglio la relazione con i turchi. Anche perché obiettivamente siamo sullo stesso lato e a favore dello stesso governo riconosciuto dall’Onu, per quel che vale. Quindi dovremmo pure trovare un modo di collaborare più efficacemente.

Come si traduce questo modus?

Significa innanzitutto una divisione dei compiti sensata, un efficace coordinamento di intelligence che è vitale per sopravvivere nell’ambiente, una capacità di saper giocare sui punti forti dei due attori senza pestarsi i piedi. Questo i turchi lo hanno fatto con i russi, quindi non si vede perché gli italiani non lo possono fare con i turchi e viceversa. Certo, si tratta anche di mettersi d’accordo poi su questioni molto pratiche come ricostruzione e petrolio. Credo che anche ai fini del governo turco questo sarebbe molto utile perché Erdogan sta manovrando al meglio per mantenere le sue posizioni che, chiaramente, devono avere una ricaduta in politica interna, anche per tirarsi fuori da un vicolo cieco in cui si è cacciato, complice una situazione economica non brillante.

Lo stop al gasdotto Eastmed fa parte di quella trattativa geopolitica per non irritare Erdogan? E a quale prezzo?

Penso che il peso della necessità di diversificare le fonti possa far arrivare alla fine a un accordo più interessante. Certo, nell’accordo tutti devono avere un livello di compromesso: a tutti interessa che ci sia un maggiore flusso di gas fino a quando le rinnovabili non avranno il loro successo. A tutti interessa riequilibrare un mercato che, altrimenti, rischia di arrivare a dei prezzi assurdi, complici le sanzioni: è giusto sanzionare uno stato aggressore, ma è dannoso anche per la causa della libertà distruggere il potenziale economico che serve poi a difendere quella libertà. Quindi siamo in un mondo interdipendente e bisogna trovare un equilibrio, difficile ma serio, tra diverse esigenze e bisogna pensare sul lungo periodo. Non si può pensare semplicemente ai prossimi mesi di guerra, senza pensare decisamente al dopoguerra.

A proposito del dopoguerra: il crollo del veto turco a Svezia in Finlandia nella Nato è una mossa in prospettiva dopoguerra, oppure è una mossa che consente semplicemente Erdogan di eliminare l’opposizione interna del Pkk?

Erdogan ha i suoi progetti interni: vorrei ricordare che la questione curda è vecchia quanto la Turchia. Forse, dopo tanti decenni, anche nel governo turco può insinuarsi il dubbio che ci vuole una soluzione diversa alla questione curda, così come finalmente, dopo decenni, è arrivato nelle menti di Londra per l’Irlanda del Nord. Questo è un processo di maturazione politica che naturalmente può favorire, ma non può accelerare o imporre, un negoziato. Il negoziato su Finlandia e Svezia è un negoziato non tanto pensato sulla questione curda, che è vera e che ha ricadute immediate anche elettorali, ma sugli assetti interni dell’alleanza. In primis il rapporto con gli Stati Uniti che va recuperato: si unge la ruota che cigola, non quella che non fa rumore. In secondo luogo il rapporto tra Nord e Sud dell’Alleanza. E qui i turchi hanno una consapevolezza silenziosa ma molto concreta, altrimenti nei Balcani che ci stanno a fare? In terzo luogo il rapporto con le altre potenze del Mar Nero, cioè Kiev e Mosca: l’arrivo di questi due alleati complica questi rapporti, se non altro in un’ottica puramente nazionale. Quindi Erdogan, come dire, ha venduto il rinvio del suo veto ai tempi della ratifica. Questo è il risultato netto di un successo diplomatico che ha avuto l’opera di mediazione del segretario generale e degli alleati della Nato a favore dei governi di Helsinki e di Stoccolma.

Tutti felici?

Certo, ma il problema è rinviato ed è rinviato al controllo da parte di questo organismo tripartito sul rispetto di quello che fanno i governi svedese e finlandese. Quindi va bene tutto ma, diciamo, c’è un tempo per la verifica e uno per la riserva.

@FDepalo

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