Secondo gli esperti di Yale Sonnenfeld e Tian, il Cremlino non solo ha imboscato bilanci e statistiche, ma ha anche eliminato dalle stesse l’impatto delle sanzioni occidentali. Le quali stanno effettivamente disintegrando l’economia dell’ex Urss

Le sanzioni dell’Occidente stanno facendo male alla Russia, ormai prossima al sesto mese di guerra contro l’Ucraina. E poco importa se, come raccontato da Formiche.net, il default russo è ad oggi più un bluff che altro visto che finché tre quarti del globo, Europa inclusa, compreranno gas e petrolio dall’ex Urss, Mosca avrà entrate sufficienti a garantire pagamenti e transazioni.

Tutto ciò però non deve illudere, sostengono su Foreign Policy Jeffrey Sonnenfeld e Steven Tian, due professori della Yale University. Come a dire, le sanzioni non sono acqua fresca, anzi. “A cinque mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, permane una sorprendente mancanza di comprensione da parte di molti politici e commentatori occidentali delle dimensioni economiche dell’invasione del presidente Vladimir Putin e di cosa abbia significato per il posizionamento economico della Russia sia a livello nazionale che globale”, mettono subito in chiaro i due esperti.

“Lungi dall’essere inefficaci o deludenti, come molti hanno sostenuto, le sanzioni internazionali e il blocco delle transazioni mediante estromissione delle banche russe dal circuito Swift hanno esercitato un effetto devastante sull’economia russa. Il deterioramento dell’economia è servito da potente, anche se sottovalutato, complemento a un altro deterioramento, quello del panorama politico che Putin ora deve affrontare”. Insomma, l’economia dell’ex Urss perde pezzi, si sgretola giorno dopo giorno, in barba alla vendita, seppur ridotta, di gas e greggio.

Ma come spiegare allora la vulgata che vuole la Russia ancora tonica e in salute? Sonnenfeld e Tian hanno una risposta. “Che questi malintesi persistano non è del tutto sorprendente data la mancanza di dati economici disponibili. In effetti, molte delle analisi, previsioni e proiezioni economiche russe eccessivamente ottimistiche che sono proliferate negli ultimi mesi condividono un difetto metodologico cruciale: queste analisi traggono la maggior parte, se non tutte, le prove sottostanti dai periodici comunicati economici dello stesso governo russo. I numeri diffusi dal Cremlino sono stati a lungo ritenuti largamente se non sempre credibili. Eppure ci sono alcuni problemi”.

Per esempio il fatto che a Mosca, sistematicamente, “il governo russo ha progressivamente trattenuto la diffusione di un numero crescente di statistiche chiave che, prima della guerra, venivano aggiornate mensilmente, inclusi tutti i dati sul commercio estero. Tra questi ci sono le statistiche relative alle esportazioni e alle importazioni, in particolare con l’Europa, dati sulla produzione mensile di petrolio e gas, quantità di merci esportate, afflussi e deflussi di capitali, bilanci delle grandi società, che prima venivano rilasciati su base obbligatoria dalle stesse società, dati di base monetaria della banca centrale. Anche Rosaviatsiya, l’agenzia federale per il trasporto aereo, ha interrotto bruscamente la pubblicazione di dati sui volumi di passeggeri di compagnie aeree e aeroporti”.

Di qui, una conclusione. “Dal momento che il Cremlino ha smesso di rilasciare numeri aggiornati, limitando la disponibilità di dati economici a cui i ricercatori possono attingere, molte previsioni economiche hanno tenuto fuori dai calcoli la portata e l’impatto delle sanzioni”. A questo punto, scoperto il trucchetto russo, la verità deve essere per forza di cosa diversa da quella raccontata da Mosca.

“Il nostro team di esperti, utilizzando la lingua russa privata e fonti di dati dirette, inclusi dati sui consumatori ad alta frequenza, controlli cross-channel, comunicati dei partner commerciali internazionali della Russia e data mining ha certificato come la fuga delle imprese dalla Russia, il blocco dei pagamenti e in generale le sanzioni stanno schiacciando l’economia russa nel breve e nel lungo termine”. Eccola, la verità.

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