Quattro ex impiegati della cinese ByteDance hanno raccontato a BuzzFeed come manipolavano un aggregatore di notizie per dare priorità o censurare contenuti a vantaggio del regime di Pechino. Si rinforzano le preoccupazioni sull’uso politico di TikTok, sempre più presente nella dieta mediatica dei più giovani

Negli ultimi anni non si contano gli interventi di politici e legislatori riguardo a TikTok, il popolarissimo social media gestito dalla compagnia cinese ByteDance. Oltre alle singole controversie su temi che spaziano dalle nevrosi giovanili alla propaganda filorussa, il sospetto diffuso è che l’applicazione possa essere utilizzata dalle autorità cinesi come cavallo di Troia per raccogliere dati e influenzare l’Occidente. E ultimamente stanno emergendo sempre più prove a riguardo.

A giugno, grazie a una serie di intercettazioni, BuzzFeed ha scoperto che i dipendenti cinesi avevano ampio accesso ai dati personali degli utenti statunitensi. Questo nonostante ByteDance avesse promesso di trasferirli e confinarli in territorio statunitense. “È chiaro che TikTok rappresenta un rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale”, ha scritto Brendan Carr della Federal Trade Commission. Da parte sua, anche l’ad Shou Zi Chew ha dovuto ammettere che la sezione cinese avrebbe conservato l’accesso – un problema strategico in un Paese in cui lo Stato può usufruire dei dati delle aziende private.

Quella vicenda ha consolidato i sospetti sul versante sorveglianza. L’ultimissima, invece, ha a che fare con l’influenza. A divulgarla è sempre BuzzFeed, che da quattro ex dipendenti di ByteDance ha scoperto come la società cinese utilizzasse un’altra applicazione per veicolare messaggi favorevoli alla Cina. L’operazione avveniva su TopBuzz, un aggregatore di notizie in lingua inglese non dissimile da Google News o Apple News, che nel 2018 aveva raggiunto 40 milioni di utenti attivi. ByteDance, che oggi nega le accuse della testata, lo ha rimosso dagli app store nel 2020.

Le fonti di BuzzFeed hanno spiegato che gli veniva chiesto di prediligere i contenuti pro Cina, fissandoli in cima allo stream di notizie. Si trattava di propaganda “morbida”: video naturalistici o promozionali per favorire il turismo in Cina, o interviste a investitori che spiegavano i vantaggi di trasferire lì le loro startup. L’azienda poi chiedeva ai dipendenti degli screenshot per verificare le disposizioni. “Siamo realisti, non si poteva dire di no”, ha chiosato una gola profonda.

Il report parla anche di pratiche censorie, nella forma di un sistema di revisione che segnalava le notizie sul governo cinese affinché se ne decidesse la rimozione. Così venivano stralciati i pezzi che parlavano delle proteste di Hong Kong, o quelli sul presidente Xi Jinping, o addirittura quelli su Winnie the Pooh (in Cina è proibito comparare l’orsetto col capo dello Stato cinese, altrove è diventato un meme) e, in certi casi, sulle persone Lgbtq+.

TopBuzz non esiste più, ma rimane il sospetto che ByteDance implementi pratiche del genere anche con TikTok. Su internet ci sono parecchie prove, ancorché circostanziali: mercoledì un utente coreano si è accorto che una ricerca con le parole “Cina” e “coronavirus” o “Covid” non restituiva risultati, solo un avvertimento che la frase potrebbe rappresentare incitazione all’odio.

L’attenzione dei regolatori cresce di pari passo con la poplarità di TikTok, che ha sorpassato 1,2 miliardi di utenti attivi in tutto il mondo (senza contare la versione cinese, Douyin). Tra i più giovani l’app sta anche diventando il luogo principale su cui cercare informazioni e ricevere notizie, cosa che ne aumenta l’impatto sull’ecosistema civico e politico. E se il controllo editoriale su quell’infosfera fosse effettivamente in mano alla Cina?

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