Dopo mesi di silenzio l’ex rabbino capo di Mosca Pinchas Goldschmidt, presidente dei rabbini europei e un’autorità nel Paese, condanna dall’esilio la guerra di Putin, con lui “la Russia sempre più autoritaria”. Un’altra crepa nel silenzio russo, e questa pesa come un macigno

Un’altra crepa nel muro del silenzio russo. Pinchas Goldschmidt, rabbino capo di Mosca, ha infine deciso di condannare pubblicamente la guerra di Vladimir Putin in Ucraina. “Da quando la terribile guerra in Ucraina è scoppiata nei mesi scorsi non potevo rimanere in silenzio, di fronte a tanta sofferenza umana”, ha scritto su twitter la scorsa sera.

A marzo Goldschmidt ha lasciato la Russia e si è trasferito in Ungheria e poi in Israele. Una scelta dettata dalla sua opposizione alla guerra e alle politiche del Cremlino, aveva confidato a inizio giugno su Twitter la nuora giornalista Avital Chizhik-Goldschmidt: “Posso finalmente rendere noto a tutti che i miei suoceri sono stati messi sotto pressione dalle autorità per sostenere pubblicamente ‘l’operazione speciale’ in Ucraina e si sono rifiutati di farlo”. Versione confermata oggi dal rabbino dopo un mese di riserbo, con l’annuncio delle dimissioni dalla guida della comunità ebraica della capitale russa. “Mentre il tempo passava, nonostante la mia rielezione come capo rabbino lo scorso mese, è diventato chiaro che la comunità ebraica di Mosca sarebbe stata messa in pericolo se fossi rimasto al mio posto”.

La condanna di Goldschmidt è una delle più autorevoli tra quelle espresse finora contro l’invasione dell’Ucraina. Da quando l’operazione russa è iniziata si contano sulle dita di una mano. È il caso della lettera aperta del funzionario russo a Ginevra Boris Bondarev, dimessosi in protesta (qui la sua intervista a Formiche.net).

Il j’accuse di Goldschmidt però è carico di simbolismi. Perché arriva dal capo della conferenza dei rabbini europei e in un Paese, la Russia, che conta seicentomila cittadini ebrei. Senza contare che l’invasione è stata giustificata da Putin con la missione di “denazificare” l’Ucraina, Paese guidato da un presidente di origini ebraiche, Volodymyr Zelensky, e a sua volta culla di circa duecentomila ebrei.

Un mese fa, aveva riportato il Jerusalem Post, le pressioni delle autorità russe per sabotare la rielezione di Goldschmidt a capo della comunità di Mosca. Un tentativo denunciato in una lettera al governo dai rabbini capi ashkenazita e sefardita di Israele, David Lau e Yitzhak Yosef, chiedendo di rispettare l’autorità di Goldschmidt. Nonostante la rielezione a giugno, la comunità di Mosca ha deciso di non rinnovare il contratto al rabbino capo.

“Il contratto è terminato. Non c’è un dibattito sui successori, forse non ce ne sarà uno”, ha detto mercoledì ai media russi la portavoce della comunità Olga Yessaulova. Una decisione presa in accordo con Goldschmidt per garantirne la sicurezza, hanno spiegato fonti interne ad Haaretz. “Abbiamo fatto del nostro meglio per condurre e costruire la comunità durante i tumultuosi anni ’90 e in una Russia sempre più autoritaria sotto l’attuale presidente”, accusa oggi l’ex rabbino capo, “Dio benedica e protegga la comunità ebraica di Mosca”.

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