Secondo Reuters, il Dipartimento del Commercio avrebbe aperto un’indagine un anno e mezzo fa, non appena Biden si è insediato. Il timore è che, grazie ai ripetitori vicino alle basi militari americane, l’azienda cinese sarebbe in grado di catturare informazioni sensibili e trasmetterle a Pechino. Sotto osservazione le basi in Montana, nel Nebraska e nel Wyoming

Su Huawei ci sarebbe un’indagine del Dipartimento del Commercio statunitense, aperta oltre un anno fa, per chiarire se l’azienda catturi e trasmetta in Cina dati sensibili americani. L’indiscrezione rilanciata Reuters condisce di un nuovo capitolo la guerra tra Washington e Pechino, sempre più ai ferri corti. In particolare, a destare preoccupazione sono alcune torri cellulari statunitensi che utilizzano le sue apparecchiature, in grado di rubare le informazioni da basi militari e silos missilistici, come quelli sulle esercitazioni e lo stato di prontezza dell’esercito.

Come i ripetitori che si trovano nei pressi della base dell’aeronautica militare di Malmstrom, nel Montana. Grazie al tracciamento cellulare, Huawei sarebbe in grado di rilevare i movimenti delle truppe. La Cina, così, ne entrerebbe a conoscenza.

“Uno Stato nemico potrebbe potenzialmente vedere quando le cose sono online, offline, i livelli di sicurezza, quante persone sono in servizio in un dato edificio dove ci sono armi davvero pericolose e sofisticate”, ha dichiarato Crystal Rhoades, commissario dell’autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni del Nebraska, immaginando gli effetti dello spionaggio. In questo Stato, le torri della statunitense Viaero, il cui 80% delle attrezzature è fornito da Huawei, si trovano vicine a silos di missili balistici intercontinentali, ICBM. Un’altra base militare, quella di Warren, si trova invece nel Wyoming.

A rivelare la notizia è stata una fonte che, per ovvie ragioni di sicurezza, ha preferito rimanere anonima. Ma mezze conferme arrivano anche dal silenzio di Huawei in merito alla questione, quando in passato l’azienda si era sempre definita innocente di fronte alle accuse che arrivavano dall’altra parte dell’Oceano. Così come non conferma il Dipartimento americano, che tuttavia neanche smentisce.

Si è limitato ad affermare l’importanza di respingere questi attacchi per proteggere la sicurezza dei cittadini e della nazione. C’è silenzio anche dall’ambasciata cinese a Washington, che non ha risposto alle accuse specifiche ma si dice convinta di come “il governo degli Stati Uniti abusi del concetto di sicurezza nazionale e del potere statale per fare di tutto per sopprimere Huawei e altre società di telecomunicazioni cinesi, senza fornire alcuna prova solida che queste costituiscano una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e degli altri Paesi”.

Insomma, siamo al solito giochino delle parti ma la questione, se vera, sarebbe grossa. Il fatto che le indagini vadano avanti da un anno e mezzo, inoltre, lascia intendere come qualcosa di concreto ci sia. Più precisamente, sono partite da quando Joe Biden si è insediato alla Casa Bianca, nel gennaio del 2021, con il Dipartimento del Commercio che ha potuto svolgere la sua attività investigativa grazie a un ordine esecutivo firmato nel maggio del 2019. All’epoca, a vestire i panni di presidente era Donald Trump, uno che con la Cina non ci è mai andato troppo per il sottile.

Il tycoon concesse ampi poteri al Dipartimento, mettendolo nelle condizioni di scavalcare perfino le restrizioni già imposte dalla Federal Communications Commission (FCC), l’autorità di regolamentazione delle telecomunicazioni. Una di queste, potrebbe essere il divieto alle aziende americane che fanno uso di dispositivi Huawei di rimuoverli, pena sanzioni o multe. Due anni fa era stata varata anche una legge che impediva alle aziende di comprare apparecchiature della società cinese con i soldi federali e, qualora lo avessero già fatto, sarebbero state rimborsate.

A rallentare l’abbandono di questi strumenti, tuttavia, è il fatto che tali rimborsi ammontano solo al 40% della spesa e, ancor di più, a quello che la legge non entrerà in vigore prima di un altro anno. “Le preoccupazioni del governo degli Stati Uniti su Huawei sono ampiamente note”, ha dichiarato Rick Sofield, ex funzionario del Dipartimento di Giustizia che ha lavorato nella divisione della sicurezza nazionale. “Quindi, qualsiasi azienda di tecnologia che continua a utilizzare i prodotti Huawei si assume il rischio che il governo gli bussi” alla porta.

Ad aprile dello scorso anno, a pochi mesi dall’apertura dell’indagine, l’azienda cinese era già stata portata in tribunale sempre dal Dipartimento del Commercio affinché chiarisse la politica adottata in merito alla condivisione dei dati stranieri, ottenuti da chiamate, messaggi e geolocalizzazioni varie. Riuscire a capire quanto e come l’azienda sia in grado di raccogliere queste informazioni è però un’operazione difficile.

Come ricordato da Reuters, gli Stati Uniti hanno più volte accusato Huawei di condotta scorretta, ma finora hanno presentato poche prove a sostegno. Adesso spetta al Dipartimento del Commercio firmare un nuovo capitolo di una cyberguerra che va avanti ormai da anni.

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