Le ultime elezioni politiche autunnali risalgono al Regno d’Italia e per la precisione al 1919. Dopo il primo voto con suffragio universale maschile del 26 ottobre 1913, si votò il 16 novembre 1919, per la prima volta con una legge elettorale proporzionale. Cosa successe allora e cosa può succedere oggi

Questa inaspettata crisi di governo ci prospetta una soluzione inedita per la nostra politica: il voto in autunno. Davvero una novità, perché la Repubblica italiana ha sempre votato nella prima parte dell’anno, a cominciare dal 18 aprile 1948, con quello scontro degno di Peppone e Don Camillo.

Poi si è votato a giugno, maggio, aprile, marzo… e comunque mai prima del 24 febbraio (nel 2013) e mai oltre il 26 giugno (del 1983). Dall’aria che tira, siamo davvero vicini a sfatare questa regola.

Se davvero Mattarella scioglierà le Camera entro la prossima settimana, secondo la regola dei 70 giorni (art. 61 Cost.) si voterà entro i primi di ottobre. E forse la data più congeniale sarebbe il 2 ottobre anche perché si consentirebbe ai partiti di presentare le liste a fine agosto (35 giorni dal voto: art. 20 dPR n. 361 del 1957).

Il voto in autunno ci farebbe tornare indietro di oltre un secolo, perché le ultime elezioni politiche autunnali risalgono al Regno d’Italia e per la precisione al 1919. Dopo il primo voto con suffragio universale maschile del 26 ottobre 1913, si votò il 16 novembre 1919, per la prima volta con una legge elettorale proporzionale.

Ne era uscito un quadro frammentato, con una grande avanzata dei partiti di massa: il Partito Socialista aveva raggiunto il 32% dei consensi e il neonato Partito popolare il 20%. I liberali avevano ottenuto il 16% e per il resto c’era una grande frammentazione fra partiti e movimenti più piccoli. Era il chiaro segno del crollo della vecchia classe liberale con il passaggio ai grandi partiti di massa.

Il governo Nitti I per qualche mese riuscì a tenere, anche se privo di appoggio parlamentare. Poi, fu messo in minoranza sul decreto sul prezzo politico del pane e diede le dimissioni, lasciando spazio all’ormai ottantenne Giolitti, per il suo Quinto e ultimo governo, sulla base del convincimento che l’autorevolezza dell’anziano leader potesse fornire la stabilità necessaria.

Ma la disgregazione della classe politica, il distacco fra Parlamento e paese, l’inefficienza dell’apparato statale, la crisi economica e la mancanza di un piano per reintegrare i reduci alla vita normale ebbero il sopravvento.

Le proteste non si fermavano.

Alle elezioni del 1919 Mussolini con i suoi fasci di combattimento si presentò alle nel collegio di Milano assieme a capolista autorevoli come Arturo Toscanini e Filippo Tommaso Marinetti. Ma senza riuscire a far eleggere nessuno. Superando di poco i 5.000 voti di lista e i 2.500 personali. Un risultato umiliante.

Tanto che il 19 novembre l’Avanti, per farsi beffe del suo ex direttore, pubblicò un trafiletto in cronaca: “Un cadavere in stato di putrefazione fu ripescato stamane nel Naviglio: pare si tratti di Benito Mussolini”.

Ad ogni modo non furono elezioni fortunate per il Paese e la XXV legislatura del Regno durò soltanto due anni, passando dal biennio “rosso” al biennio “nero”.

Ma torniamo ad oggi. Davvero stiamo per andare a votare in autunno 103 anni dopo?

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