La nuova strategia americana per l’Africa cerca di spostare l’attenzione dalla competizione tra potenze e creare partnership più strutturare con i Paesi del continente

Il segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, coglie l’occasione del suo viaggio in Africa di questi giorni per svelare la nuova strategia dell’amministrazione Biden per il continente.

Della strategia si sa già molto, anche grazie a un articolo informato di Foreign Policy che in questi ultimi giorni ha ricevuto molte attenzioni. Riguarderà “il rafforzamento della democrazia, della governance e della sicurezza; l’attenzione al recupero delle pandemie e alle opportunità economiche; la risoluzione della crisi climatica e una ‘giusta’ transizione energetica per il continente; la promozione di società aperte”.

Messa così, è un piano totale che dà forza alla convocazione, annunciata due settimane fa, della grande riunione con cui Joe Biden intende portare tutti i leader africani a Washington dal 13 al 15 dicembre. Se si aggiunge a questo la partecipazione virtuale, sempre due settimane fa, della vice presidente Kamala Harris all’Usa-Africa Business Summit di Marrakech; il viaggio dell’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, in Uganda e Ghana; la visita dell’amministratore dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, Samantha Power, in Africa orientale il mese scorso; beh, allora diventa chiara la fase di spinta statunitense sulle questioni del continente.

I funzionari dell’amministrazione sostengono che uno degli obiettivi principali della nuova strategia è quello di aumentare l’attenzione e i finanziamenti per la diplomazia e lo sviluppo, nel tentativo di abbandonare l’impegno militare in alcune parti dell’Africa, in particolare nella regione del Sahel, che ha dominato la politica degli Stati Uniti negli ultimi due decenni — con la politica estera di Washington era incentrata principalmente sull’antiterrorismo.

C’è anche un cambiamento nel personale del Consiglio di sicurezza nazionale che si occupa dell’Africa che va sottolineato e accompagna questo nuovo impegno africano di Washington: Judd Devermont (ex direttore del programma Africa del Csis, esperto globale del continente), che si è unito al team per contribuire alla strategia, è ora il direttore senior per gli affari africani; Dana Banks, che in precedenza ricopriva quel ruolo, rimarrà all’National Security Council per supervisionare il vertice dei leader Usa-Africa che si terrà a dicembre (segno di quanto ci tenga Washington).

Blinken nel suo viaggio africano toccherà il Sud Africa, la Repubblica del Congo e il Ruanda. Recentemente, anche il presidente francese, Emmanuel Macron, e il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, hanno effettuato tour di Stato in Africa, dimostrando la centralità del continente nel confronto tra potenze.

Argomento molto importante anche per l’Italia, come per esempio sottolineava il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, evidenziando in una nota stampa come le attività che la Russia intende implementare con alcuni Paesi africani siano in competizione con la strategia italiana e rischino “di destabilizzare la politica energetica” che il governo Draghi ha pensato per sostituire Mosca dai fornitori dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Lavrov era in Repubblica del Congo il 25 luglio, dove a fine aprile una delegazione del governo italiano era in missione per parlare di nuove forniture energetiche.

Questo anche per dire che non è un caso se la nuova strategia statunitense arriva adesso. Washington sta cercando di contrastare gli sforzi russi e cinesi per rafforzare il proprio peso geopolitico in Africa. D’altronde, il viaggio di Lavrov aveva un chiaro intento di diplomacy charme: un tentativo di dimostrare come l’Occidente non sia riuscito a isolare Mosca sulla scena mondiale dopo l’inizio della guerra ucraina. E contemporaneamente intendeva sganciare la Russia dalle responsabilità sul rallentamento delle catene di approvvigionamento alimentari. Un rovesciamento che fa parte costantemente anche delle attività cinesi.

I Paesi africani in via di sviluppo hanno bisogno di assistenza e di supply chain funzionanti, e accettano questo genere di narrazione sia per convincimento che per pragmatismo. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali spesso faticano nel (ri)costruire certe relazioni. La rassicurazione che arriva dalla propaganda russa — o cinese — diventa così un facile abbocco ideologico; l’assenza di remore sui temi della violazione dei diritti da parte di governi come quello russo e cinese (che professa la non interferenza come fede diplomatica) diventa il terreno di contatto preferito da certi Paesi.

I funzionari dell’amministrazione Biden hanno sottolineato di voler evitare di incasellare le nazioni africane in una competizione globale tra gli Stati Uniti e la Cina – e, in misura minore, la Russia. Si tratta di un’immagine con cui l’amministrazione Trump giustificava impegni come quello africano (seppure minore dell’attuale) davanti alla proprio costituency orientata soltanto all’America First. Molti leader locali hanno contestato questo genere di semplificazione che riduce l’Africa a un mero terreno di competizione.

Una fonte diplomatica dell’Unione europea attiva da anni su dossier africani spiega a Formiche.net che questo genere di approccio può essere giusto: la Cina è stata in grado di penetrare il continente a suon di investimenti, soprattutto orientati alle infrastrutture, che spesso hanno superato quelli occidentali, ma mettere l’intero impegno africano sul semplice piano del chi investe e finanzia di più non è ben percepito dai leader locali, spiega la fonte: “I Paesi africani vogliono che l’Occidente consideri con loro partnership che escano dal modello emergenziale e dall’aiuto umanitario, vogliono che il capitale umano interno venga valorizzato, e detestano essere terreno di scontro per la competizione tra potenze”.

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