Indubbiamente la finanza pubblica va impiegata per promuovere la crescita, sostenere i settori più vulnerabili, fornire quei servizi a beneficio dello sviluppo sociale e perseguire la stabilità macroeconomica. Nondimeno, questi obiettivi vanno perseguiti con efficienza, con un’attenta selezione dei beneficiari

Con il decreto-legge Aiuti-bis appena approvato il governo prosegue nelle elargizioni di ogni tipo alle diverse componenti dell’economia, dando agli italiani l’impressione che la finanza pubblica disponga di notevoli risorse come mai visto nel decennio precedente.

Dall’inizio del 2021, tra i provvedimenti più importanti, sono stati varati ben sei decreti-legge oltre alle misure comprese nella legge di bilancio per concedere aiuti, sovvenzioni, crediti di imposta, benefici fiscali, bonus e altre provvidenze a famiglie, imprese e lavoratori. Sembra quasi che la crisi sanitaria e quella ucraina abbiano aperto possibilità di finanziamento prima inesistenti e che quindi siano divenute occasioni per ottenere benefici prima non concedibili. Certamente una parte delle nuove risorse deriva dal programma comunitario Next Generation EU, ma un’altra parte altrettanto importante è tratta dal bilancio pubblico, che vuol dire dall’imposizione fiscale e dall’indebitamento.

L’ultima Nota di Aggiornamento del Def, che risale al settembre 2021, quantifica l’impatto sull’indebitamento netto del 2021 in 45,2 miliardi per le misure a favore delle imprese e in 5,4 miliardi e 7,4 miliardi per quelle rispettivamente a favore delle famiglie e del lavoro. Per l’anno in corso l’impatto, secondo il Def 2022, sarebbe di 2,6 miliardi per le imprese, 131 milioni per il lavoro e 10,2 miliardi per tutti e tre i settori al fine di mitigare i rincari dell’energia. A questi importi non si aggiungerebbe l’effetto del pacchetto di interventi da 17 miliardi del D.L. Aiuti-bis, perché coperti dai maggiori introiti fiscali rispetto a quanto richiesto per raggiungere l’obiettivo programmatico di indebitamento (5,6% del Pil). In altri termini, le maggiori risorse generate da crescita ed inflazione sono destinate ad alleviare i costi dell’energia (8,4 miliardi) e per concedere temporanei alleggerimenti contributivi ai lavoratori con redditi medio-bassi, e altre provvidenze, piuttosto che ridurre l’indebitamento ed accelerare il ridimensionamento del debito pubblico in rapporto al Pil per abbassarlo su livelli meno insostenibili degli attuali (147% programmato nel Def 2022).

Sta in questa impostazione la marca politica di questo governo di unità nazionale e proprio su questo punto sorge l’interrogativo se sia appropriato alla luce delle tendenze in atto insistere nella politica degli aiuti. La valutazione della scelta governativa può effettuarsi da diverse angolazioni. Dal punto di vista delle tendenze dell’inflazione, è divenuto sempre più chiaro che le tensioni sui prezzi non hanno quel carattere transitorio che le autorità sottolineavano all’inizio, ma si stanno propagando a gran parte dell’economia in un crescendo di aumenti mensili. Nell’ultima rilevazione di giugno i prezzi al consumo risultano lievitati su base annua del 8,5%, il tasso più alto da metà degli anni 90 e appena inferiore all’8,6% della media della zona euro. Se depurato dalle componenti più volatili, ovvero energia e prodotti agricoli, il ritmo inflazionistico ha accelerato al 3,8%, ovvero è andato molto oltre l’obiettivo del 2%. La scalata continuerebbe a luglio nella media dell’eurozona (8,9%), secondo le prime stime della Bce, ma non in Italia per cui prevede una lieve regressione all’8,4%. Nondimeno, la stagione estiva indurrà nel settore dei servizi a una rincorsa dei prezzi rispetto a quelli degli altri settori dopo i ritardi degli scorsi semestri (8 punti percentuali di differenza in meno).

Le retribuzioni del lavoro non hanno ancora risentito dei rincari al consumo, ma le richieste di integrazioni salariali si fanno sempre più forti. In qualche misura il governo viene in aiuto dei redditi con modesti sgravi fiscali, mirati ai percettori di redditi intermedi, e tende a sostenere i consumi dei meno abbienti, dei lavoratori e dei pensionati con bonus, benefici fiscali e trasferimenti monetari alle famiglie. A questi sostegni alla spesa per consumi si sommano quelli agli investimenti previsti dal Pnrr e dal programma complementare, con il risultato di alimentare la dinamica della domanda e di riflesso della crescita, pur in un periodo in cui si richiederebbe una stabilizzazione della domanda per prevenire il diffondersi e radicarsi delle aspettative di inflazione elevata. Si configura, pertanto, un assetto discordante della politica italiana degli aiuti e incentivi rispetto al quadro tendenziale interno ed esterno.

In particolare, mentre la politica di bilancio prosegue nel sostegno della domanda interna, i conti commerciali con l’estero peggiorano per il rincaro di importazioni essenziali e le avverse ragioni di scambio, il valore esterno dell’euro diminuisce nel rapporto col dollaro, moneta di denominazione dei prodotti energetici e delle materie prime, la crescita economica dell’area Oecd tende a flettere di fronte al diffondersi di aspettative d’inflazione e la Bce ha iniziato ad applicare i freni monetari per riportare la dinamica dei prezzi in linea con gli obiettivi. Quindi, l’interrogativo è se sia sostenibile una crescita dell’economia italiana in controtendenza rispetto al ripiegamento di quella tedesca, nostro principale partner economico, al rallentamento di quella europea, alle attese di recessione in America nel 2023 per effetto della stretta monetaria della Fed e all’impatto del rialzo dei tassi d’interesse da parte della Bce? Ancora un quesito, la politica della Francia di compensare una parte dei rincari dei costi energetici ed agricoli può essere un buon modello da seguire per l’Italia? I dubbi permangono in quanto la crescita economica italiana è molto condizionata da quella europea e mondiale, e se l’inflazione francese è risultata meno rapida di quella italiana (a giugno 6,5% contro 8,5%), questo è il prodotto di diversi fattori che non sono presenti in Italia.

L’appropriatezza della politica italiana di bilancio va pure considerata in rapporto all’atteggiamento restrittivo della Bce e a quello dei mercati finanziari. Appena la Bce ha annunciato l’intenzione di rialzare i tassi d’interesse e di dare priorità al contrasto dell’inflazione i rendimenti dei Btp decennali sono entrati in tensione, fino a toccare il 4%, e a distanziarsi sempre più da quelli dei Bund tedeschi. Le tensioni si sono placate in parte allorché la Bce ha introdotto il nuovo strumento per contrastare l’allargamento del differenziale (spread) tra titoli italiani e tedeschi, il Transmission Prevention Instrument (Tpi). Per le autorità italiane questo è stato motivo di sollievo, e potrebbe essere interpretato anche come una delle ragioni per cui non ha colto l’occasione dei maggiori introiti per accelerare il rientro dell’indebitamento e del debito su posizioni più sostenibili.

Si potrebbe arguire che il Tpi fornisca in qualche misura una rassicurazione a governanti e forze politiche che non sia necessaria una simile accelerazione, perché in caso di nuove tensioni sullo spread la Bce verrà in soccorso rafforzando la domanda di titoli italiani sui mercati finanziari. Il clima elettorale, d’altronde, asseconda le pressioni per concedere aiuti e mantenere elevati i flussi di spesa pubblica. Sembra che non si debba fare meglio degli impegni assunti con l’Ue in termini di deficit di bilancio e debito/Pil anche nell’eventualità in cui se ne presentasse l’occasione per via dell’andamento economico più favorevole. Si potrebbe ritenere, inoltre, che col Tpi diventerebbe meno preoccupante il rischio di peggioramento del giudizio degli investitori.

In realtà, la presenza del Tpi non accresce i gradi di libertà dei governi italiani nel tenere in deficit il saldo primario di bilancio e i livelli di debito/Pil su valori molto superiori al 100%. Al contrario li riduce, perché espone a possibili nuovi vincoli nella condotta finanziaria e di bilancio. Lo strumento è impostato su una grande flessibilità nello scegliere quando intervenire, in che misura e a quali condizioni, ma proprio per questa flessibilità e scarsa definizione dei meccanismi espone ancor più le politiche del Paese al giudizio, non esclusivamente economico, dei maggiori Paesi dell’eurozona.

L’intervento, infatti, non è automatico a ogni allargamento dello spread, ma è possibile soltanto se il Paese interessato risponde a un insieme di condizioni. Attualmente l’Italia riesce a rispettarle soltanto in quanto è in vigore la temporanea sospensione delle procedure per deficit eccessivo con l’attivazione della Clausola Generale di Salvaguardia e l’evoluzione del debito pubblico in rapporto al Pil è giudicata sostenibile nel contesto delle attuali politiche monetarie lassiste. Un altro impedimento, che è rappresentato dalla presenza di gravi squilibri macroeconomici, viene superato in quanto le autorità rispettano le raccomandazioni dell’Ue sul percorso di aggiustamento. Analogamente, il ricorso al Tpi è ammesso se il Paese osserva gli impegni in materia di bilancio e politica macroeconomica presi nel quadro del Pnrr e delle raccomandazioni comunitarie.

Ne discende che il venir meno di queste condizioni impedirebbe l’accesso al Tpi, al pari di quanto avverrebbe per i finanziamenti del Pnrr nel caso di sua inosservanza. Due conseguenze sono di grande portata. Primo, quando verrà ripristinata l’operatività della procedura per deficit eccessivo il Paese dovrà effettuare pesanti correzioni del suo disavanzo di bilancio, riportare in positivo il saldo primario e accelerare il passo verso livelli sostenibili di debito pubblico, per poter beneficiare del Tpi. Secondo, la politica economica del Paese resterà vincolata per i prossimi anni agli impegni presi verso l’Ue di riequilibrio della finanza pubblica e di riforme, qual che sia la maggioranza politica che deterrà le leve di governo. Né il compito sarebbe facilitato dal perdurare di un’alta inflazione che gonfierebbe le entrate ed eroderebbe il valore reale del debito emesso, perché anche la spesa pubblica lieviterebbe sia per la parte corrente che per gli investimenti.

In ogni caso si nota un limite di fondo nell’eleggibilità di un Paese per beneficiare del Tpi: un allargamento eccessivo dello spread nei tassi d’interesse sui mercati finanziari potrebbe rispondere a un giudizio negativo degli investitori sulle politiche perseguite dal paese in grave disequilibrio, condizione questa che, se condivisa dalla Bce, impedirebbe l’impiego del Tpi, che presuppone l’assenza di importanti squilibri macroeconomici, o la presenza di deviazioni dal sentiero di aggiustamento. Pertanto, il Tpi sarebbe applicabile soltanto nei casi in cui le valutazioni macroeconomiche dei mercati differirebbero notevolmente da quelle della Bce, o nei casi di accentuato “rischio politico”, o di parossismo dei mercati, o di reazione ad eventi straordinari e imprevisti. Queste limitazioni dovrebbero fugare le illusioni sull’esistenza della rete di salvataggio del Tpi.

Indubbiamente la finanza pubblica va impiegata per promuovere la crescita, sostenere i settori più vulnerabili, fornire quei servizi a beneficio dello sviluppo sociale e perseguire la stabilità macroeconomica. Nondimeno, questi obiettivi vanno perseguiti con efficienza, con un’attenta selezione dei beneficiari ed evitando elargizioni a quanti con un maggior impegno personale possono provvedere ai loro bisogni.

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