In questo sforzo di tessitura delle idee migliori potremo progredire tutti: contro le vane grida e le esclusioni della destra un appassionato atteggiamento inclusivo potrebbe essere più convincente. E vincere. Il commento di Mario Giro

La coalizione attorno al Pd fatica a formarsi. La questione è se possono stare assieme i liberaldemocratici di Azione e +Europa (a cui hanno aderito alcuni personalità moderate, liberali e popolari, provenienti da Forza Italia), assieme ai Verdi europei, a Sinistra Italiana (che rappresenta una parte di quella che fu la sinistra radicale cioè porzioni che furono prima rifondazione e SEL, per intenderci), e agli ex Cinque Stelle condotti dal ministro Di Maio. Il tentativo di Enrico Letta è di creare una rappresentanza più larga possibile per contrastare la destra sovranista.

Questo è il punto: l’avversario non è più il vecchio centrodestra, cioè una versione più o meno moderna della liberaldemocrazia, come era ai tempi di Berlusconi, e nemmeno la versione pragmatica della Lega secessionista di Bossi, cioè quella rappresentata da Salvini e dagli imprenditori del nord-est. Oggi si tratta di confrontarsi con la destra di Fratelli d’Italia che ha un impianto politico del tutto diverso e che detiene la leadership. Si tratta di una sfida nuova sia per il centrosinistra che per il centro liberale: il programma di tale destra è un misto tra destra sociale statalista e centralizzatrice e sovranismo presidenzialista. Ciò che si vuole è trasformare la nostra Repubblica nell’Ungheria di Victor Orban o, al meglio, nella Polonia di Jarosław Kaczyński. Non è l’Europa delle nazioni: anche De Gaulle la voleva. È qualcosa di peggio: un’Europa in cui la democrazia sia sottoposta ai limiti imposti dalla (presunta) maggioranza, senza diritti per chi non vi si riconosce e con sempre meno spazio per le opposizioni, la stampa libera e così via.

L’Italia che sogna questa destra è tutt’altro che liberale ma non è nemmeno conservatrice: è reazionaria e vetero-tradizionalista, odia ogni cambiamento e modernizzazione sociale, crede nel passato, guarda alla storia nel retrovisore e propone un modello di società dove non ci sia spazio per i deboli, i fragili, le minoranze di ogni tipo. Si tratta di un modello che esclude e non include. Tale destra si pone contro i diritti collettivi e individuali assieme, per una giustizia controllata dai valori di chi vince, per una costituzione verticistica in cui il potere sia in una mano sola, per un’idea di paese radicalmente nazionalista. Che sia chiaro: essere patriottici è amare il proprio Paese, essere nazionalisti è odiare le patrie altrui. Si tratta di una forma di democrazia che assomiglia piuttosto a quelle autoritarie e illiberali molto in voga oggi. Quindi sia per i veri liberali o liberaldemocratici, che ancor più per i popolari e per i socialdemocratici o per i socialisti, difendere la democrazia costituzionale repubblicana è la vera priorità. Ovviamente ciò deve essere fatto con intelligenza, facendo cadere l’avversario nelle sue stesse contraddizioni senza demonizzarlo.

Detto questo resta il grande tema di mettersi d’accordo su cosa proporre all’Italia. L’agenda Draghi che Azione propugna come base del programma della coalizione in realtà è già superata nei fatti, per due ragioni: perché la destra attuale non la considera una posta in gioco (dunque si parlerebbe a vuoto) ma soprattutto perché gli elettori votano sul futuro e non sul passato. Like it or not, l’agenda Draghi appartiene al passato ed ora ci vuole qualcosa di nuovo, qualcosa di più. Azione propone soluzioni pragmatiche valide, legate all’emergenza del presente: ne abbiamo bisogno. È tuttavia necessario che nella coalizione vi sia anche chi guarda al futuro, quello lontano. Non si vive di solo presentismo. Sulla questione energia e rifiuti in generale (transizione energetica, rigassificatori, nucleare o termovalorizzatori ecc.) apparentemente non c’è consenso: Basta però porli in ordine temporale per ottenerlo. Per l’immediato abbiamo bisogno di alcune soluzioni emergenziali, forse non tanto green ma urgenti; in prospettiva abbiamo invece necessità di una spinta tecnologica puntata sulle rinnovabili e su una totale transizione energetica.

Verdi e Azione possono essere d’accordo: basta mettere le idee e le proposte nella giusta scansione: prima questo e poi quello, considerando che il dopo va costruito da subito e che l’emergenziale è opportuno ma non vi si edifica sopra una politica di lungo respiro. Sul sociale esiste lo stesso dilemma: Azione propone soluzione liberali legate ad una maggior efficienza del mercato, alla meritocrazia, alla lotta al burocratismo e agli sprechi. Sinistra Italiana (ma anche buona parte del Pd, Articolo1 e Demos) guardano invece alle diseguaglianze crescenti e a tutto ciò che può contenere il rancore sociale di cui si nutre la destra. Anche in questo caso basta mettere i fattori nel giusto ordine: chi può dire che non abbiamo bisogno di un mercato più efficiente e di meno burocrazia? Chi può negare che il nostro sistema manifatturiero non sia vitale per l’Italia? Allo stesso tempo chi può negare il grave tema delle diseguaglianze e le sue conseguenze? Il reddito di cittadinanza ha sollevato molte polemiche ma con la pandemia è stato (oltre le stesse aspettative di chi lo aveva voluto) una mano santa. Può essere riformato. Azione teme lo spreco e il lassismo nel cercare o accettare il lavoro; la sinistra teme la fine dell’unica misura di contrasto della povertà (perché di questo si tratta, non di politiche attive del lavoro). Entrambe le due inquietudini possono fondersi assieme.

Guardando ai temi che la destra sta portando avanti in questo inizio di campagna, appaiono chiare due aspetti: ripete solo i vecchi temi dell’allarmismo sociale; non fa nessuna chiarezza sulle prospettive sociale ed economiche dell’Italia (per non parlare del posizionamento internazionale). Questa destra va sfidata con continue domande perché appaia la sua vacuità. Con questa destra non si tratta di creare un clima da scontro ideologico o di odio (che la favorirebbe perché l’odio è il suo terreno) ma di fare funzionare la democrazia del compromesso, del pragmatismo e del dialogo che i padri costituenti volevano. Ricordiamoci che “la Repubblica democratica fondata sul lavoro” fu la risposta pragmatica scelta tra chi voleva si citassero i valori religiosi e chi invece quelli socialisti e rivoluzionari. Con il tempo ne abbiamo fatto –giustamente – una poesia ma all’inizio fu una mediazione pratica e realista. In questo sforzo di tessitura delle idee migliori potremo progredire tutti: contro le vane grida e le esclusioni della destra un appassionato atteggiamento inclusivo potrebbe essere più convincente. E vincere.

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