Il vicepresidente dell’associazione di categoria: “I rigassificatori a Piombino e l’eventuale messa a punto di centrali nucleari di ultima generazione prevedono tempi troppo lunghi. Nel frattempo, si rischia di perdere centinaia e centinaia di imprese”

Rincari sulle forniture energetiche fino al 300% su base annua, rarefazione delle materie prime e inflazione alle stelle. In questo scenario si muovono le imprese nell’anno del Signore 2022, alla vigilia di un autunno che si prospetta lungo e tortuoso. Un primo segnale di malcontento arriva dalla categoria dei pubblici esercizi che fa capo al sistema Confcommercio, la Fipe, i cui associati in tutta Italia, da ieri, hanno deciso di esporre sulle vetrine delle loro attività le bollette rincarate. E la politica, che su questo tema si gioca gran parte della credibilità per lo meno agli occhi di una fetta consistente dell’elettorato, “propone da un lato soluzioni a lungo termine, che non danno risposte all’immediatezza del problema o ipotizzano correttivi che si muovo su tavoli sovranazionali”. L’analisi è del vicepresidente nazionale di Fipe, Matteo Musacci che peraltro è titolare di due locali.

I programmi dei partiti, dunque, non rispondono alle esigenze delle imprese?

I partiti provano, ognuno sulla base delle proprie sensibilità, a fornire qualche risposta al problema energetico. Ma tutte le proposte hanno un difetto: non sono percorribili nel breve termine. E il fattore tempo, in questo contesto, gioca un ruolo importante.

Il terzo polo, ad esempio, sull’energia ha un piano interessante. 

Sì, ma i rigassificatori a Piombino e l’eventuale messa a punto di centrali nucleari di ultima generazione prevedono tempi troppo lunghi. Nel frattempo, si rischia di perdere centinaia e centinaia di imprese. Anche perché, differentemente dagli anni scorsi, le compagnie che erogano le forniture, non sono più disposte a fissare un prezzo fisso per le aziende, anche solo per un anno. Dunque in questo contesto a rimetterci davvero sono gli imprenditori, tanto più che un rincaro di queste proporzioni (dal 200 al 300% nel 2022 rispetto all’anno scorso) non era preventivabile.

Dunque la Fipe ha deciso di far esporre ai propri associati le bollette in vetrine. Un modo per manifestare platealmente il proprio disagio. Cosa si pensa di ottenere in questo modo?

È chiaro che si tratta di un’iniziativa ‘plateale’. Ma è un modo per mostrare ai nostri clienti in che condizioni lavoriamo e che, se qualcuno ha deciso di alzare i prezzi, non è per guadagnare di più, bensì per far fronte a spese folli che rischiano di minare la tenuta delle imprese stesse. Non è, insomma, una lamentela fine a se stessa. Senza dimenticare, peraltro, che ristorazione e pubblici esercizi vengono da due anni di pandemia nei quali sono state ‘bruciate’ tutte le riserve.

Che scenario prevede da qui all’autunno?

Le incognite sono tante e questo non giova certo alle aziende. Anche perché ci sono essenzialmente due partite fondamentali: una che si gioca sui tavoli romani e l’altra a Bruxelles. Quella romana, dipenderà da quando e da come sarà composto il prossimo governo. Per ora abbiamo ottenuto solamente una dichiarazione del ministro Massimo Garavaglia che ha promesso di discutere in Consiglio dei ministri la possibilità di concedere il credito d’imposta per le bollette di luce e gas alle aziende del settore turistico e ricettivo. Sul livello europeo lo sforzo dovrà essere maggiore. Anche perché un conto è trattare in Europa con un premier della caratura di Mario Draghi, con un governo ampio. Un conto è trattare con un governo che, anche in virtù di questa legge elettorale, non sarà particolarmente stabile. Dall’Ue, comunque, bisogna non solo ottenere il tetto europeo, ma anche una rinegoziazione sule forniture.

 

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