Per superare l’inverno servono rigore e unità politica, che per ora è assente. Il direttore del think tank per il clima Ecco sviscera il tema energia, dal gas alle infrastrutture del futuro, offrendo una mappa per mantenere coerenza tra la risposta alla crisi e il processo di transizione ecologica

L’emergenza bollette è entrata ufficialmente in campagna elettorale. Il prezzo del gas, già decuplicato rispetto all’anno scorso, continua la sua ascesa vertiginosa con picchi sopra i 320 euro per megawattora e si ripercuote sui prezzi dell’energia, alimentando l’inflazione. Una conseguenza diretta della campagna economica condotta da Vladimir Putin contro l’Europa, che, come le forze politiche italiane, non si è ancora dimostrata capace di produrre una risposta unitaria ed efficace e guarda al prossimo inverno con preoccupazione crescente.

In attesa del piano italiano d’emergenza, che verrà presentato a breve dal ministro Roberto Cingolani, e della ministeriale europea di settembre, dove si potranno misurare i progressi sul fronte europeo, si dibatte sull’efficacia delle possibili soluzioni – dalle misure di risparmio energetico al razionamento del metano, passando per il tetto ai prezzi del gas europeo – e della loro compatibilità con il processo più ampio di transizione ecologica. Così Formiche.net ha raggiunto Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo politiche nazionali di Ecco – think tank dedito al cambiamento climatico – per trovare i bandoli della matassa energetica che possano portare a una risposta coerente con il breve e il lungo termine.

Dottor Leonardi, che situazione possiamo aspettarci per il prossimo inverno sui versanti delle forniture e del prezzo del gas?

Se è vero che il prezzo del gas sale da settembre dell’anno scorso, ben prima dell’inizio della guerra, adesso è legato esclusivamente alla questione bellica. Fare previsioni equivale a esprimersi sull’esito del conflitto, ma se la situazione rimane questa è difficile pensare a un prezzo  del gas in linea coi valori storici. Se poi sale la tensione, il rischio di un blocco delle forniture russe è sempre più elevato. Le ripercussioni si vedono; il prezzo di riferimento è 20 €/MWh, da settembre siamo attorno ai 100, ora viaggia sui 2-300. Questo, inevitabilmente, è all’origine dell’inflazione.

Che oltre a far lievitare le bollette contagia anche altri settori.

In un’economia che doveva riprendersi dalla crisi Covid. E con impatti pesantissimi anche sulle imprese che con più difficoltà riescono a scaricare il costo dell’energia al dettaglio; chi non scarica non riesce a mantenere l’attività. La situazione è evidentemente molto critica, l’inflazione ne è la cartina tornasole. Inoltre mi sembra che le conseguenze sulle famiglie non siano state ben eviscerate, soprattutto nella costruzione delle politiche di sostegno messe in campo dall’inizio della crisi. Da un intervento generale sui costi dell’energia ci si è mossi progressivamente, ma mai verso meccanismi selettivi.  Questo ha indebolito sia la costruzione di una cultura per il risparmio, sia il meccanismo più banale di risposta del consumatore.

C’è chi parla di razionamento, chi di riduzione dei consumi, chi di efficientamento energetico. Quale soluzione è più realistica?

Efficienza vuol dire avere lo stesso servizio in maniera più efficiente, il risparmio implica una riduzione dei consumi e magari del livello dei servizi: per esempio, due gradi in meno di riscaldamento. Poi c’è il razionamento, cioè non accenderlo proprio in certe fasce orarie. A mio avviso il risparmio è doveroso, anzi mi sembra assurdo che non ci si preoccupi collettivamente di risparmiare, così come avvenne negli anni 70 con la crisi del petrolio, quando l’intera società si è adoperata per diminuirne l’impatto. Oggi non lo stiamo facendo, anzi abbiamo collettivamente sostenuto l’incremento dei prezzi per un anno intero – abbassando Iva e oneri di sistema, dunque trasferendo il costo sulla fiscalità generale – ed evitando di costruire uno spirito di risparmio a fronte di un’emergenza fattasi bellica.

Da dove si inizia?

Dall’abbassare il riscaldamento e mettersi un golf. In tutta l’amministrazione pubblica, ma anche nei condomini e nelle case private – evitando di abbandonare chi non riesce a pagarsi la bolletta. Al netto di un leggero declino, i consumi sono sostanzialmente invariati rispetto a un anno fa. È vero che abbiamo gli stoccaggi (riempiti a prezzi folli) ma se quest’inverno la Russia interrompe i flussi il razionamento è inevitabile. Dunque serve capire l’ordine di priorità. Nei piani europei vedo che si parte dalla riattivazione delle centrali a carbone, poi si passa alla riduzione di forniture per le industrie, poi al risparmio volontario. E poi si arriva dritti all’interruzione delle forniture civili. A mio avviso questa scala deve essere ridiscussa, non vedo perché fermare le imprese anziché adottare una strategia proattiva per evitarlo.

Cosa che richiede unità di intenti a livello politico.

Non mi sembra ci siano tutti gli elementi sul piatto per costruire l’unità. Tutti presentano tante istanze senza trovare la quadra – che è la politica per il clima. Tra le proposte non vedo una soluzione per risolvere la crisi senza crearne un’altra cercando approvvigionamenti alternativi a spesa della crisi climatica. I dietologi ci dicono di non fare la spesa quando si è affamati: ora c’è un richiamo ossessivo a nuovi rigassificatori e infrastrutture che non coincidono necessariamente con la traiettoria di riduzione delle emissioni che l’Italia dovrebbe abbracciare. Altro discorso è l’idea dietro a queste scelte, ossia trasformare il nostro Paese in un hub europeo del gas per compensare quello russo.

Appunto: come ci stiamo muovendo a livello europeo?

Registro un’incapacità di fare politica comune per gli approvvigionamenti. Non è possibile che Olanda, Germania e Italia facciano shopping individualmente invece di contrattare come un player unico, più potente ed efficiente. In secondo luogo, stiamo creando i presupposti di fragilità economica e climatica. Ci stiamo allontanando dalle forniture russe negoziando con dei Paesi a cui domani dovremo chiedere di rispettare gli impegni per il clima. Quando si tirano in mezzo gli altri Paesi serve assicurarsi che non ci siano contraddizioni assurde.

Tipo?

Prendiamo l’Algeria, dove il 96% dell’elettricità si produce col gas e da cui ci riforniamo, e immaginiamo di chiedergli di smettere di trivellare e sostituire tutto con le rinnovabili. Serve credibilità a livello globale, cosa che non otterremo con una corsa ad assicurarci ancora più forniture. Un impianto di generazione rinnovabile da 10 GW sostituisce circa tre miliardi di metri cubi di gas; seguendo il piano europeo per la transizione, in quattro anni non avremo più bisogno del gas russo.

Tuttavia serve una soluzione europea anche per il breve termine, a partire dall’inverno. 

Dopo un anno di prezzi così elevati – in cui, come dicevo, abbiamo praticamente trascurato le soluzioni strutturali offerte dalle rinnovabili – non c’è nemmeno la bozza di un accordo. Non ci siamo. A settembre vedremo se l’Europa vuole esprimere una politica comune, ma rimangono ancora troppe variabili per assegnare una percentuale di successo alla risposta europea. Intanto dobbiamo sempre tenere a mente che l’obiettivo è generare tra il 70 e l’80% di energia rinnovabile al 2030. E siamo ancora molto lontani, in buona parte per colpa dell’amministrazione pubblica che non è in grado di consegnare autorizzazioni nei tempi, nelle quantità e nei modi necessari.

E il disaccoppiamento del prezzo del gas da quello dell’elettricità?

Il problema è il disegno del mercato elettrico e delle sue tecnologie abilitanti. Mi fa specie che se ne parli ora, quando le rinnovabili guadagnano così tanto, solo per via del prezzo del gas. Lo stesso Carlo Calenda nel 2017 ha scritto nel suo piano che le rinnovabili devono crescere senza incentivi e attraverso Ppa (power purchase agreement, ndr), che sono contratti a lungo termine. Ma ancora oggi sono delle mosche bianche: non si sono fatte le strutture regolatorie, finanziarie e di garanzia per attivare un mercato di Ppa delle rinnovabili. Non è necessaria una riforma completa per disaccoppiare; dovremmo costruire un mercato elettrico tarato sullo sviluppo delle rinnovabili, specie considerando che dovrebbe essere funzionale all’obiettivo rinnovabili.

Torniamo al discorso infrastrutture. La promessa di prima ibridare e poi sostituire il metano con l’idrogeno verde non basta a giustificare nuovi gasdotti, specie considerando l’alto potenziale di generazione rinnovabile dei Paesi mediterranei?

L’approccio hydrogen-ready non è sbagliato, ma non sappiamo ancora abbastanza dell’ibridazione. L’obiettivo rimangono le rinnovabili, poi è certo che quando raggiungeremo i tassi di cui sopra avremo bisogno di sviluppare degli accumuli di energia che garantiscano la riserva stagionale. L’idrogeno si presta molto bene, ma può prendere diverse forme, dal gas alla zolletta di ammoniaca. Inoltre non sappiamo se i poli di produzione e consumo dell’idrogeno verde ricalcheranno quelli del gas. Infine, nel pensare le infrastrutture non bisogna lasciare l’integrazione dei sistemi elettrici (di cui non sento parlare) in secondo piano. Mancano degli elementi importanti nell’equazione: si deve iniziare a tracciare lo schema dell’approvvigionamento mediterraneo.

E l’implementazione della Cbam (la tassa europea di aggiustamento dell’intensità di carbonio al confine) può aiutare a superare le contraddizioni di cui parlava?

Il problema della Cbam è che almeno inizialmente verrà applicata solo su alcuni prodotti industriali. E imporre un dazio per l’importazione di prodotti che non rispettano la stessa qualità ambientale in termini di emissioni rischia di creare un “club di nazioni verdi”, che non è il miglior stimolo a chi ne rimane fuori ad allinearsi. L’obiettivo è costruire un mercato globale a emissioni zero: in parallelo serve la diplomazia, servono gli accordi bilaterali. Se il nostro partner per l’acciaio è la Turchia dobbiamo sederci a un tavolo con loro. L’azione diplomatica non può non partire dalla costruzione della domanda di prodotti verdi all’interno del mercato europeo – come fanno i tedeschi, che stanno già virando verso la costruzione di auto green non solo nelle emissioni, ma anche nella costruzione. E abbiamo tempo, dato che la Cbam verrà introdotta verso la fine degli anni Venti.

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