Da Ivan il terribile a Stalin a Putin le trame e le congiure del Cremlino non finiscono mai. Viene letto cosi l’attentato che a Mosca ha provocato la morte della figlia dell’ideologo del Presidente Russo. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Attacco a Putin. Scuote il regime del Presidente russo l’attentato compiuto nella notte in una capitale stretta nella morsa dei servizi segreti del Cremlino. Una morsa paragonabile soltanto ai tragici anni di Lavrentij Berija e del culmine delle purghe staliniste.

Un ordino esplosivo ha fatto saltare in aria e distrutto fra le fiamme l’auto sulla quale viaggiava Darya Dugina, 30 anni, commentatrice politica e figlia di Oleksandr Dugin considerato l’ideologo ispiratore di Vladimir Putin.

Sulla Toyota Land Cruiser esplosa avrebbe dovuto viaggiare anche il filosofo, vero obiettivo dell’attentato, che invece all’ultimo istante all’uscita del concerto, al quale padre e figlia avevano partecipato, è salito su un’altra macchina. Un video girato sulla scena del rogo seguito all’esplosione mostra la disperazione di Aleksandr Dugin mentre osserva impotente il rogo dell’auto in cui è rimasta uccisa la figlia Darya.

Evidente l’effetto dirompente e la minaccia incombente, all’interno e all’esterno dell’orbita del potere assoluto del capo del Cremlino, impelagatosi in una guerra d’invasione contro l’Ucraina che da quasi sei mesi sta terremotando l’economia l’armata russa e gli stessi servizi di sicurezza.

Se gli attentatori sono riusciti a piazzare una bomba sotto l’auto del pluri sorvegliato Dugin, significa che sono in grado di colpire ancora e in alto.
Un messaggio inquietante che fra timori e sospetti più o meno interessati è destinato probabilmente a fare scattare faide di potere all’interno del regime fra le eventuali fazioni di favorevoli e contrari al proseguimento della guerra contro l’Ucraina.

Aleksandr Dugin, consigliere di diversi altri politici, è il filosofo russo delle tesi anti-occidentali, di estrema destra e “neo-eurasiatiche più radicali e nazionaliste. Nel 2014 è stato licenziato dall’Università statale di Mosca in seguito al suo appello ad “uccidere, uccidere, uccidere” gli ucraini.

Al culmine di un ventennio di potere, assediato dalle ambizioni della nomenclatura emergente e da un’opinione pubblica repressa ma ostile e pronta a uscire allo scoperto al primo passo falso, per Putin la situazione si fa sempre più complicata.

Alla vigilia di un autunno che potrebbe avere i colori del tramonto politico, dietro il paravento delle accuse ai terroristi ucraini, dei quali bisognerebbe tuttavia spiegare la presenza a Mosca, l’eventuale reazione repressiva darà la misura della consistenza e della durata di un regime che non sembra possa avere continuatori.

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