La coalizione Renzi-Calenda sarebbe la prima dalla caduta della Dc a non doversi occupare delle ali alla loro sinistra e destra. Ma attenzione a Giorgia Meloni, i cui potenziali elettori la percepiscono molto più centrista dei suoi alleati. L’analisi di Francesco Sisci

L’Italia è un Paese di centro, il consenso popolare per governare è là, nonostante il sistema politico sia bipolare.

Il Paese è di vecchi, che non vogliono perdere i piccoli o tanti benefici acquisiti, e vogliono conservare, non fare rivoluzioni, di destra o sinistra.

Anche i giovani sono legati mani e piedi a questo sistema per vecchi. Spesso vivono grazie alla casa, alla pensione, allo stipendio di mamma e papà.

Gli unici giovani che vorrebbero cambiare le cose sono gli immigrati, ma quelli in genere non votano.

Su questo centro, da destra o sinistra, si sono svolti due decenni di duelli tra Pd e Forza Italia. Romano Prodi, o Massimo D’Alema, o Matteo Renzi, nessuno di loro indossava panni radicali; né era radicale Silvio Berlusconi, artatamente in doppio petto, fisico e mentale.

Verso questo centro correvano anche i pentastellati, ufficialmente vaffa-estremisti, ma che poi si mettevano in prima fila, in giacca e cravatta, Luigi Di Maio o Giuseppe Conte.

Ma proprio al centro-centro, fino alla scoperta del terzo polo di Matteo Renzi non c’era nessuno.

Il motivo dell’assenza era sostanziale. La caduta del muro e la fine del sistema DC avevano tolto i veti alla sinistra e alla destra, a Pci e Msi, quindi il comportamento politico aveva interesse ad essere doppio.

Da una parte bisogna conquistare il centro, dall’altra raccogliere i voti alla propria destra o propria sinistra. I voti estremi erano in ogni conto marginali, ma perderli avrebbe potuto concedere un vantaggio di misura all’avversario.

Il sabotaggio del governo di Mario Draghi, con le sue politiche economiche e la sua posizione internazionale, da parte di Conte però ha reintrodotto un veto, almeno da parte di alcuni. Alcuni partiti, a cominciare da Italia Viva di Matteo Renzi, pensano che gli M5S, traditori di Draghi, siano intoccabili, i loro voti devono essere congelati.

Naturalmente, come sempre nella politica odierna italiana, tale veto di principio ha una utilità tattica, non strategica. Serve a mettere in difficoltà il Pd che con la presa di posizione di Renzi è con le spalle al muro. Se fa un accordo tattico con M5S, perde i suoi voti di centro, a favore di Draghi e contro Conte. Se non lo fa rischia di perdere in malo modo.

Così, come avevamo notato, un accordo intorno a Pd e Carlo Calenda che in un primo momento sembrava avrebbe schiacciato ed eliminato Renzi, si è trasformato in un boomerang per i suoi avversari di sinistra.

Evidentemente, in queste condizioni, vedendo una vittoria politica al centro con Renzi, Calenda ha cambiato cavallo, sostenendo che non voleva accordarsi con la sinistra radicale anti Draghi, anche se non è M5S.

Vere o false che siano le ragioni di Calenda, poco importa. Importa invece la creazione di uno spazio al centro che non si cura per la prima volta da oltre 30 anni della propria ala estrema.

Renzi appare l’uomo con l’intelligenza politica del vedere la situazione. Calenda sembra l’uomo che corre prima di qua, verso il Pd, poi di là, verso Iv, a seconda di quella che percepisce sia la convenienza del momento.

Il segretario del Pd Enrico Letta invece pare rimasto con il cerino in mano perché, diversamente da Prodi nei decenni passati, non è riuscito a raccogliere un consenso alla sua destra e alla sua sinistra, e ha sottovalutato le mosse di Renzi.

Un movimento analogo pare essere in corso anche a destra, dove pure l’alleanza sembra tenere. Nonostante FdI di Giorgia Meloni sia ufficialmente all’estrema destra secondo un sondaggio molti elettori sono indecisi tra lei o Renzi.

Cioè FdI viene percepito più centrista dei suoi alleati di centrodestra. Questo elemento forse è fondamentale perché anche Lega e FI, alleati di FdI, hanno fatto cadere Draghi e hanno avuto posizioni quantomeno ambigue con la guerra in Ucraina. FdI era all’opposizione e non ha fatto cadere il governo, e sulla guerra ha avuto posizioni non ambigue.

Ciò detto poi si tratta di trasformare la posizione tattica in voti, e qui vale sempre la regola centrista: non alzare i toni, rimanere moderati, perché ci sono anche estremisti di centro.

La Meloni su questo finora non sta sbagliando. Fa quello che deve fare, tiene un profilo basso, non si agita né cede alle provocazioni.

Più incertezze ci sono su Renzi. Riuscirà a togliersi un po’ di quell’aria di guappo antipatico che gli ha fatto tanto male in passato? Quell’aria è estremista, e non c’entra con il centro che lui vuole.

 

 

 

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