Il governo approva in fretta e furia due misure con cui provare a disinnescare una possibile crisi sistemica, originata dalle piccole banche rurali, finite a corto di cassa e al centro dello scandalo dell’estate. Smaltimento forzato degli npl e indagine a tappeto sui prestiti al mattone

La psicosi è solo all’inizio. Presto potrebbe diventare una vera e propria isteria di massa. Se c’è un fantasma che in questi anni di pandemia, debito e crescita con il freno a mano tirato ha accompagnato la Cina, quello è Lehman Brothers. La grande banca americana, simbolo della crisi finanziaria scoppiata nel 2008 e madre di tutti i crack. Ora, non c’è un caso Lehman nel Dragone, ma il bacillo è proprio quello che fece saltare per aria l’istituto statunitense: soldi prestati a chi era insolvente o stava per diventarlo. E a Pechino provano a disinnescare la mina.

Una storia già vista in Occidente e che ora il Dragone sta sperimentando sulla propria pelle, forse senza averne calcolato al centesimo le conseguenze su una popolazione già provata da 18 mesi di emergenza sanitaria a suon di lockdown molto simili a un regime carcerario in 41-bis. I sintomi ci sono tutti e sono quelli tipici di una crisi sistemica da debito. Le piccole banche, soprattutto quelle della provincia e legate a doppio filo al mondo rurale, hanno concesso negli anni fior di prestiti alle società immobiliari, Evergrande e Shimao tanto per citarne alcune, che proprio in loco hanno realizzato interi quartieri, quando non autentica cittadine.

Poi però è entrata in gioco la bolla immobiliare: appartamenti rimasti invenduti o alienati solo sulla carta e conseguente crollo dei prezzi con deterioramento finale del mercato. I giganti del mattone non hanno incassato, finendo a corto di liquidità e diventando per questo motivo insolventi e impossibilitati a restituire il denaro alle banche finanziatrici. Le quali a loro volta hanno prima eroso la poca cassa rimasta, finendo poi con il trattenere i depositi dei correntisti per il solo scopo di sopravvivere. Tutto questo, come raccontato da Formiche.net a più riprese, ha avviato una spirale di rabbia e angoscia, con migliaia di risparmiatori scesi in piazza per protestare contro uno scippo legalizzato, in quanto avallato dallo stesso governo cinese.

Ora però la vera preoccupazione di Pechino è impedire che una crisi di liquidità probabilmente ancora gestibile, si trasformi in un mostro a tre teste, aumentando il malcontento popolare. Di qui, come rivelato da Reuters, due interventi che fanno il paio con l’indagine avviata dallo stesso governo cinese, due settimane fa, per far luce sullo shadow banking e sul complesso mondo dei trust, anch’esso gran finanziatore del mattone cinese.

Primo, la vigilanza bancaria, dunque la Pboc, ha deciso di passare al setaccio i portafogli di prestiti immobiliari delle principali banche locali, proprio quelle finite nel mirino dei risparmiatori, per valutare la sussistenza di rischi sistemici. In altre parole, Pechino vuole capire se la crisi di liquidità degli istituti minori può diventare qualcosa di più grande e arrivare al cuore del sistema del credito dell’ex Celeste Impero. Ma non è finita qui. Fitch ha appena certificato l’accelerazione delle banche cinesi verso lo smaltimento dei crediti incagliati, ovvero quei prestiti che è difficile recuperare. Bilanci più puliti, d’altronde, sono una delle prime mosse per tagliare la strada all’incendio e rendere meno fertile il terreno al propagarsi di una crisi di debito.

Tutto questo mentre, fuori dalle stanze degli istituti, il governo cerca di disinnescare l’altra bomba, quella sociale. Approvando nuovi rimborsi per i clienti delle ormai note banche rurali cinesi che avevano arbitrariamente congelato i depositi dei risparmiatori. L’Ufficio per la Regolamentazione del settore bancario e assicurativo dello Henan, nella Cina centro-orientale, ha infatti dato il via libera alle operazioni di rimborso per i clienti con depositi compresi tra i 350mila e i 400mila yuan (tra i 51mila e i 58mila euro) a partire dal 22 agosto. Oggi.

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