La più alta funzionaria statunitense per il Medio Oriente ha messo in guardia su limiti e potenzialità del ruolo cinese nella regione. È un lavoro enorme, dice Barbara Leaf, ma gli Stati Uniti devono mantenere il proprio ruolo

“Non vorrei che la Cina assumesse il ruolo che noi abbiamo avuto per quasi 80 anni nel garantire le rotte marittime e il flusso del commercio per l’intera economia globale”, ha dichiarato Barbara Leaf, assistente del segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, durante un’audizione della Commissione Esteri del Senato giovedì. “It’s a big job, una grande responsabilità; preferirei che fosse sulle spalle degli Stati Uniti piuttosto che su quelle della Cina”.

I senatori statunitensi temono che la Cina, e non gli Stati Uniti, sarà l’attore esterno dominante in Medio Oriente — che è un’area cruciale per le catene di collegamento globale. Leaf è d’accordo, e ha delineato nel suo intervento congressuale il perimetro della sfida futura per Washington, indicando come e dove vincerla.

Sebbene gli Stati Uniti rimangano il principale partner di sicurezza della regione, i senatori temono che i crescenti impegni della Cina possano portarla a crescere di ruolo. Mosso principalmente dalla necessità di strutturare le partnership energetiche, Pechino potrebbe avviare anche cooperazioni sul piano della sicurezza: queste, per i senatori americani potrebbero minacciare gli interessi statunitensi.

E in effetti potrebbero intaccare l’unico spazio di vantaggio che Washington preserva nella regione mediorientale rispetto al rivale globale. A marzo, l’Arabia Saudita e la Cina hanno per esempio siglato un accordo per la costruzione di droni militari CH-4 che andranno a rafforzare l’industria della difesa del regno (anche l’Iraq è un utilizzatore di questi tipi di velivoli, mentre gli emiratini hanno in dotazione gli Wing Loong).

D’altronde, Riad ha più volte chiesto agli alleati statunitensi di poter ricevere i droni armati (come i Reaper), ma i congressisti e il dipartimento di Stato hanno sempre negato l’autorizzazione. Gli Usa vogliono evitare di fornire una tecnologia così avanzata a player non completamente coscienziosi sul piano dell’uso (in Yemen, per esempio, sono stati più volte superficiali nella discriminazione dei bersagli tra ribelli Houthi e civili).

Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno ricevuto invece autorizzazione per l’acquisto di droni armati da parte del Pentagono: come può Riad restare indietro? “I cinesi hanno messo più di un piede nella porta, proprio grazie al loro monopolio virtuale sulla tecnologia dei droni e l’hanno diffusa in tutta la regione”, ha detto Leaf.

Biden ha visitato Israele e l’Arabia Saudita a luglio in un viaggio molto atteso e costruito in buona parte attorno a un messaggio di presenza: “Washington non si sta ritirando dal Medio Oriente, non verrete lasciati soli, non dovrete sostituirci con la Cina”, è il senso del pensiero di Joe Biden. A distanza di due settimane dalla visita, gli Stati Uniti hanno dato una dimostrazione di capacità e presenza uccidendo con un raid aereo mirato il leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, top list tra i più ricercati terroristi al mondo.

Il viaggio di Biden tra Israele e Arabia Saudita, così come quello di Vladimir Putin a Teheran, sono stati studiati dai cinesi, spiegano gli analisti di China Med, notando che “in generale, i commentatori e gli esperti dei media cinesi sono stati tutt’altro che impressionati o preoccupati dalla visita a lungo attesa di Biden in Medio Oriente”. Il tenore dei commenti è anche da inserire nella narrazione strategica cinese: stressati i punti critici e sottolineati quelli che appaiono come insuccessi parziali, almeno nel breve periodo

Il presidente Biden sostiene però che mantenere stretti legami con Riad e altre capitali regionali è necessario come parte della strategia lungo termine. E non solo per motivi di sicurezza, ma anche per continuare ad avere influenza sui governi del Golfo in materia di diritti umani. Questa è una componente a uso interno del coinvolgimento americano in Medio Oriente, legata anche alle contestazioni ricevute dalle aree leftist del partito democratico statunitense sul riavvicinamento statunitense a Riad guidato dall’amministrazione Biden. È anche un punto delicato, parte complicata della partnership da far comprendere ai Paesi della regione, che sono coinvolti in complesse attività di emancipazione e sviluppo su cui detestano interferenze esterne. Interferenze che la Cina garantisce di evitare come fondamento strategico.

Il caso dei droni ai sauditi è emblematico anche in questo senso: nella sua azione politica, Pechino non ha remore di carattere etico e morale riguardo ai partner. È un aspetto che tocca anche il mondo delle nuove tecnologie, dove gli Stati Uniti competono con la Cina per evitare che questa detti gli standard su ambienti complessi come quello del 5G — temendo anche che una forte presenza di tecnologie cinesi nel campo delle comunicazioni possa compromettere la sicurezza americana, dato che gli Usa considerano il mondo delle tlc cinese controllato dalle forze armate e usato come arma di spionaggio.

Per Washington la grande difficoltà è nel chiedere una scelta bipolare, e per questo stanno evitando di spingere il dossier Cina fino a questo punto. I funzionari più esperti e meno ideologizzati, come Leaf, sanno che si tratta di un lavoro “big”, dove occorre fornire alternative pratiche a questo punto, perché la totale fiducia nell’America si è logorata, soprattutto in regioni come il Medio Oriente.

Washington è attiva: all’Arabia Saudita ha per esempio proposto lo sviluppo della tecnologia Open Ran in modo congiunto, consapevole che altrove i rivali cinesi hanno giocato le proprie carte. Come negli Emirati, per esempio, che hanno scelto la sospensione del programma F-35 pur di poter avere mani più libere con la Cina — fornitrice tramite Huawei della tecnologia che serve ad Abu Dhabi e Dubai per essere hub globali di finanza e turismo, ma anche sponda nel progetto strategico portuale della Collana di Perle, che prima o poi potrebbe essere inglobato nella Belt and Road.

La collaborazione con Huawei “è solo una delle tante, una di una lista di cose” che ha fatto deragliare la vendita degli F-35 negli Uae ha detto Leaf. Un altro episodio emblematico sulla complessità della partita: gli Emirati hanno diffuso un comunicato in cui ricordavano il rispetto del principio della “One China” policy a pochi giorni dalla visita a Taipei della Speaker della Camera Nancy Pelosi — che per Pechino è una violazione di sovranità in quanto Taiwan è considerata parte della Cina. Lo stesso ha fatto il Qatar, chiedendo di evitare escalation e sottolineando il ruolo sia degli Stati Uniti che della Cina nel mantenimento della stabilità globale.

I Paesi del Golfo “hanno adottato un approccio diverso nei confronti dell’Iran […] Chiederanno conto alla Cina? Non vedo l’ora che arrivi quel giorno, perché francamente la Cina la sta facendo franca in alcuni termini”, ha detto Leaf. È il punto: quanto la Cina avrà interesse a essere coinvolta in certi dossier di carattere politico e securitario regionali, come da decenni fanno gli Stati Uniti?

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