Sarà quel che dovrà essere. Ma una cosa è certa fin da ora. Fascismo ed antifascismo non c’entrano minimamente. Quelle parole d’ordine si sono trasformate in una liturgia che mal si adatta al tempo presente. Ed è quindi perfettamente inutile gridare “al lupo”. Il commento di Gianfranco Polillo

“Ora e sempre resistenza”. Con queste parole si chiudevano i versi di Piero Calamandrei, nella “lapide dell’ignominia” posta nell’atrio del Palazzo comunale di Cuneo, nel 1952. Ricorreva allora l’ottavo anniversario della morte di Duccio Galimberti, ma l’occasione vera era stata data dalla liberazione di Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, condannato a morte. Poi all’ergastolo ed infine liberato a causa delle sue precarie condizioni di salute. Per inciso Duccio Galimberti era stato un comandante partigiano. Catturato dai tedeschi fu dapprima torturato. Quindi prelevato dalle camice nere e ucciso nelle campagne del cuneese.

Decisamente un grande personaggio. Tale da diventare un simbolo. Negli anni ‘60 era stato Fausto Omodei, con la canzone-ballata “Per i morti di Reggio Emilia” ad evocarne, nuovamente, la memoria. Non tanto un nuovo omaggio alla resistenza, quanto una critica, nemmeno tanto velata, nei confronti di un Pci ritenuto fin troppo tiepido sul fronte della lotta rivoluzionaria. Comunque sia, grazie ai versi di Calamandrei quel grido “ora e sempre resistenza” diverrà la cifra dell’impegno di tutta la sinistra. Pronto ad essere immortalato in altri monumenti, come quello in Piazza Santo Stefano a Milano. Anni ‘70. Per divenire infine il sottotitolo di quasi tutte le manifestazioni per il 25 Aprile. Giorno della Liberazione.

Insomma: oltre 70 anni di storia. Un periodo talmente lungo, per i tempi della politica, da apparire come una sorta di era geologica, in cui tutto o quasi tutto è cambiato. Di personaggi carismatici, come potevano essere Giuseppe Stalin o Palmiro Togliatti, sono emerse, a essere buoni, debolezze e contraddizioni. L’Urss di un tempo non esiste più. Non è più “l’altra patria oltre le Alpi ed il mare”, come cantava sempre lo stesso Omodei, in un’altra sua canzone. Oggi c’è Putin che si richiama alla dinastia dei Romanov ed al passato imperiale di Santa madre Russia. Lo stesso mito della Resistenza, dopo studi meno apologetici, come quelli di Claudio Pavone o i romanzi-inchiesta alla Gianpaolo Panda, ha perso molto del suo smalto originario.

Il culto della memoria va bene. Sapere da dove veniamo per decidere dove andare. Ma non può divenire una prigione che impedisce di vedere oltre le sbarre. Altrimenti si corre il rischio di prendere lucciole per lanterne, com’è capitato, sempre a proposito di Putin, a tanti dirigenti dell’Anpi: l’associazione partigiana. E che oggi sia questo il rischio prevalente è fin troppo evidente. Quei tempi lontani hanno perso gran parte della loro fascinazione. Il loro richiamo ha acquisito una strumentalità talmente evidente da risultare disarmante.

Ne deriva che, oggi, la strategia del Pd è legittimata solo da una cattiva, anzi pessima, legge elettorale. Che il centrodestra, più cinico e meno condizionato, ha cavalcato senza esitazioni. Vincerà lo schieramento che, al suo interno, presenterà il massimo di divisioni programmatiche ed identitarie. Capace, tuttavia, di parlare alle tante anime della società italiana. Ma se questo è l’obiettivo, seppur non dichiarato, allora la risposta del Pd, più che aprisi ai Frantoianni e ai Bonelli, doveva essere il “campo largo”. Semmai sacrificando Luigi Di Maio e Bruno Tabacci.

Era stato il suggerimento di Giuliano Ferrara, che aveva invitato Letta a non snobbare i “grillozzi”. Del resto che bisogno c’era? Pd e M5S avevano convissuto a lungo nel governo Conte II. C’era poi stato l’episodio del voto contrario, la sfiducia decretata contro il governo Draghi. Ma, in quell’occasione, il casus belli era stato il termovalorizzatore di Roma. Si poteva, quindi, soprassedere. Tanto più che i grillozzi avevano, si, scossò l’albero della crisi, ma ad abbatterlo era stata la manovra, sotto traccia, di Salvini e Berlusconi. Vedremo, comunque, nei prossimi giorni. Se l’analisi puntuale delle candidature metterà in evidenza, specie nel Mezzogiorno, il gioco delle eventuali desistenze. Sempre che intervengano prima altre forme di collaborazione.

Sarà quel che dovrà essere. Ma una cosa è certa fin da ora. Fascismo ed antifascismo non c’entrano minimamente. Quelle parole d’ordine si sono trasformate in una liturgia che mal si adatta al tempo presente. Ed è quindi perfettamente inutile gridare “al lupo”. I cui effetti, come insegna la favola di Esopo, potrebbero essere controproducenti. Meglio sarebbe un tuffo nel realismo, all’insegna della laicità dei comportamenti. Dire siamo di fronte ad una pessima legge, che non siamo riusciti o non abbiamo voluto cambiare. Di conseguenza non possiamo che rispettare quelle regole di ingaggio. Consapevoli che, chiunque vinca, sarà poi estremamente difficile governare. Il che porta a dire che ci sarà un secondo tempo della politica. Rispetto al quale prevedere, fin da ora, le possibili contromisure.

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