A differenza delle precedenti elezioni politiche, il voto del 25 settembre presenta particolarità e caratteristiche elettorali inedite che fanno prevedere una maggiore rilevanza delle scelte dei cittadini. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Rien ne va plus. Sarà l’opinione pubblica a decidere la sorte dei candidati presentati dai partiti dopo un crescendo di notti dei lunghi coltelli ordite da leader talvolta padronali o dittatori, destinati tuttavia alla ghigliottina politica in caso di insuccesso.

Chi più chi meno, con l’esclusione di Giorgia Meloni, tutti i sondaggisti prevedono infatti un lunedì 26 settembre nero, con una débâcle elettorale, per almeno quattro dei sette principali leader: Luigi Di Maio, Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Carlo Calenda, Matteo Renzi ed Enrico Letta. Un lunedì nero senza altre chance. Oltre alla leadership rischiano infatti di non avere più un futuro politico.

Il puzzle dei vincenti e dei perdenti è tuttavia ancora confuso, con variabili e possibili colpi di scena. La suspense delle affilate forbici delle proiezioni degli exit pool dell’alba del giorno dei Santi Cosma e Damiano, sarà caratterizzata dalla risultanza di rilevamenti post voto e di algoritmi previsionali inediti, determinati dalla somma degli effetti del taglio dei numero dei parlamentari e dalla conseguente ridefinizione dei collegi elettorali e delle circoscrizioni del Rosatellum, la legge elettorale vigente.

Solo che l’ampliamento dei collegi è destinato a determinare, in particolare al Senato, dove la ripartizione dei seggi è su base regionale, un innalzamento della soglia di sbarramento nazionale, fissata per legge al 3%. In almeno 7 regioni, Friuli, Sardegna, Liguria, Marche, Umbria, Basilicata, Molise, dove i senatori da assegnare variano da uno a tre, lo sbarramento effettivo lieviterà dal 10-15% al 15-20%. In pratica, solo i due partiti maggiori avranno eletti. Ma non è tutto: è previsto anche un cosiddetto effetto “flipper” che rende molto difficile, alle forze politiche minori, individuare i collegi “blindati” ovvero sicuri. Sul fronte dei sondaggi inoltre la ridefinizione dei collegi e delle circoscrizioni, l’incognita del voto giovanile e quella molto più rilevante dell’astensione, rende aleatorio l’individuazione di trend incentrati più sui candidati che sui partiti.

L’interrogativo principale, ancora non rilevato da sondaggi in progress, che faticano a tarare territorialmente gli indici di gradimento, rimane quello dell’impatto del governo di Mario Draghi sull’elettorato. Un termine di paragone d’efficienza e di operatività che soltanto alcuni candidati sono in grado di reggere.

Nonostante i contraccolpi della crisi economica determinata prima dalla pandemia e a seguire dalla guerra in Ucraina, in poco più di un anno e mezzo Draghi ha messo in sicurezza il Paese e varato il piano di risanamento europeo.

Decisiva soprattutto la credibilità del premier che ha posto l’Italia al centro dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica. Un livello di governo e un ruolo mondiale impensabili per l’Italia dei governi Conte-Salvini e Conte-Zingaretti dell’inizio di legislatura, ma che paradossalmente ha messo la politica di fronte alle sue vulnerabilità, a cominciare dalle crisi d’identità nazionale e dai legami occulti col populismo internazionale. Incognite alle quali leader e partiti non riescono ancora a dare quelle risposte concrete che l’opinione pubblica invece più volte ha evidenziato di essere già in grado di discernere e di scegliere.

Un’opinione pubblica emancipata, refrattaria ai sondaggi, che guarda ai risultati, sa valutare le svolte positive e che, secondo l’unico dato convergente di tutti i sondaggi, farà la differenza tanto sulla scelta di far cadere il governo Draghi, quanto sulle prospettive di continuità. Chi non pensa al futuro, difficilmente riuscirà a viverlo serenamente.

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