Il Pd si gioca tutto con proposte che rischiano di alienare parte dei suoi elettori, dopo 30 anni vissuti al centro della scena politica come partito-sistema, e con lui rischia di cadere Forza Italia. Il paradosso forse è che FdI non pare preparata a raccogliere e tenere in mano tutto questo. Il crollo e la ricostruzione di un sistema che va al di là della “destra” e dei suoi valori. Gli scenari di Francesco Sisci

Forse il più grande successo di queste elezioni sarà una inversione di tendenza nella partecipazione al voto, ormai arrivata al 50%.
Al di là di chi vinca o chi perda, si va alle urne con alle spalle problemi sociali e politici enormi e in un contesto internazionale in grande movimento.
Gli M5s, che avrebbero dovuto essere la risposta ai drammi del paese si esauriranno, secondo i sondaggi, in poco più che una bolla di sapone. Ma le questioni a cui né loro né altri hanno risposto restano, e quindi occorrerà vedere se i partiti in lizza riusciranno a ricominciare a convincere il paese di una nuova direzione di marcia.

Di contro, l’economia, da molti anni il più dolente della situazione italiana, alla fine dell’anno registrerà una crescita del 5%, per la prima volta dopo 40 anni superiore ai dati cinesi. Così, con la crescita dell’anno scorso di quasi il 6%, alla fine del 2022 l’Italia avrà un Pil più alto rispetto a prima della pandemia. In più l’inflazione sarebbe bassa, quasi nulla se si toglie l’effetto del caro gas per la guerra in Ucraina.

I problemi politici urgenti quindi nascono da questi dati. Come dare continuità politica a un governo per favorire questa crescita e come raccogliere contributi dei cittadini, cioè tasse, per pagare i debiti e lo stato sociale.
Ma molti partiti sono in stato di smarrimento. A partire dalla Lega, da un trentennio praticamente metro della febbre nel sistema italiano.
La crisi del ’94, con la polverizzazione del Pentapartito centrato sulla Dc, fu annunciata dalla nascita di una nuova formazione, la Lega Nord.

Essa rifletteva la stanchezza, la riluttanza dell’Italia ricca e produttiva settentrionale a pagare, sacrificarsi ancora per gli sperperi e le inefficienze percepiti al Sud e a Roma. Era una spaccatura sociale e strutturale dell’Italia che annunciava il terremoto.
Fino a poco tempo la Lega è sembrata in grado di restare in contatto con questo suo tessuto nativo. Ma da qualche anno le cose hanno cominciato a girare storte.
A cavallo delle scorse elezioni del 2018, la Lega ha cercato di spostarsi dal nord al sud, e farsi non più voce di una parte del paese, ma di tutto. Interpretava tale afflato gridando contro l’immigrazione, ma anche contro l’euro. La prima voce poteva avere un senso, la seconda no.

Negli ultimi 20 anni il centro nord si è integrato sostanzialmente con la catena produttiva tedesca e bavarese in particolare. Migliaia di aziende italiane sono di proprietà tedesca e altrettante aziende italiane posseggono società in Germania. Un paio di nomi per tutti – Lamborghini e Ducati, acquisiti dalla Volkswagen.
Questo tessuto produttivo ha bisogno dell’euro, del legame con la Germania. Farne a meno sarebbe la morte. Il tentativo di strappare sulla Unione europea e la moneta unica, cosa che poteva andare bene a certi gruppi del Centro-Sud, tagliava le radici del partito.

Ciò prese forma compiutamente alla fine del governo Conte2. I centri produttivi del Nord volevano Mario Draghi, l’uomo della stabilità, di Bruxelles e della Germania, contro un governo semplicemente M5s-Pd. Ciò non è cambiato quando la Lega a luglio ha votato contro Draghi.
La scollatura quindi tra bisogni eurocentrici di questo ceto settentrionale e movimenti della Lega quanto avranno un riverbero nelle urne?

Una tendenza simile si può vedere intorno a Forza Italia (FI). Silvio Berlusconi era l’uomo della stabilità, del “fateci lavorare”, del doppio petto esibito in tv e nel cuore. Ma poi ha scelto l’incertezza e l’instabilità del voto per motivi non chiari. Questo non peserà alle urne?
Di contro FdI, originariamente di estrema destra, promette stabilità e governabilità, e un nuovo partito di centro con Matteo Renzi e Carlo Calenda, non tolgono aria a FI?
Si dovrà vedere alle urne, ma i sondaggi danno Lega e Fi insieme intorno al 15%.

Eppure forse la crisi più importante è nel Pd. Partito-sistema della continuità tra Prima e Seconda repubblica. Nato dall’unione del vecchio Pci con la sinistra Dc oggi vive in una schizofrenia.
Propone politiche a favore di una classe “operaia” che non lo vota (disciplina fiscale, patrimoniale ecc) e che danneggiano invece i suoi elettori, una classe medio-alta integrata e cointeressata al sistema di potere.

Giusto o sbagliato che sia da un punto di vista generale, con oltre l’80% degli italiani proprietari di una casa, volere una tassa patrimoniale e annunciare maggiore pressione fiscale significa alienarsi la maggioranza degli elettori.
Se bisogna aumentare le entrate fiscali, si può agire sul denominatore, la base fiscale, e non sul numeratore, la quantità di tasse richieste al singolo. Quindi forse si deve pensare a fare crescere l’economia nel suo complesso e riportare al fisco gente che paga le tasse all’estero o non le paga proprio. Ciò aumenterebbe il gettito complessivo, riducendo la pressione sui singoli.

Questa riforma fiscale possiamo chiamarla come vogliamo, flat tax o non flat tax, e certo il diavolo è nei dettagli. Ma appare più praticabile da punto di vista pragmatico che promettere uno stato di polizia fiscale che non si può realizzare.
Su questo si potrebbero migliorare molte cose e si getterebbero le basi per un nuovo patto sociale nella nazione. Le tasse, come il voto, sono la pietra angolare di ogni patto sociale.
La base di questo patto sociale è che gli italiani che guadagnano di più smettono di scappare, e tornano a contribuire alla crescita del paese. Questo patto sociale dovrebbe riguardare in primo luogo gli elettori del Pd, che in media guadagnano di più di quelli di FdI.

Che il Pd non si renda di conto di tale suo distacco dalle esigenze concrete dei suoi elettori potrebbe essere più grave della crisi della Lega.
Infine la governabilità del paese. I cambi di governo ogni 17 mesi andavano bene nella prima repubblica quando in un sistema stabile, con direzioni interna e internazionale certe, ogni tanto si ridistribuivano gli incarichi.
Ma con cambi di maggioranza radicali, e incertezze enormi all’interno e all’esterno le cose sono diverse. Specie se, come la Ue richiede, il paese ha bisogno di riforme profonde.

Qui si pone la proposta del presidenzialismo, di fatto una scorciatoia a una più complessa e difficilmente perseguibile, riforma costituzionale, come suggerisce anche Sabino Cassese in un articolo recente. Certo va pensata, calibrata ma dire semplicemente “no” di fatto va contro la Ue.
Inoltre mentre FdI fa proposte, giuste o sbagliate non importa, non accusa i suoi avversari di essere “comunisti”, come aveva fatto Berlusconi in passato. Il Pd invece ha inveito contro i “fascisti” di Fdi. L’invettiva può funzionare se ritrova un’invettiva uguale e contraria, “comunisti”. Ma se il FdI si limita a dire che non sono fascisti e non si mette a quel livello allora il gioco degli insulti rimbalza contro chi ha iniziato – il Pd.

Quindi tasse, presidenzialismo, urla al “fascista” minano le fondamenta di un partito che per 30 anni è stato il sistema e la continuità. I suoi voti certamente verranno da quel sistema che si difende.
Ma se sarà sconfitto stavolta non sarà solo uno smacco del partito, ma la fine di un modo di governare durato 30 anni, e passato anche nel governo degli “altri”, il centrodestra di FI. È un mondo che crolla, non solo un partito.

Il paradosso forse è che FdI non pare preparata a raccogliere e tenere in mano tutto questo. Il crollo e la ricostruzione di un sistema che va al di là della “destra” e dei suoi valori. È un modo di governare il paese che cambia.
C’è una classe dirigente capace di vedere e magari guidare tali cambiamenti? Ne si può riproporre soluzioni vecchie in una situazione nuova. Questa la sfida più grande, perché il paese, in mezzo a guerre vicine e lontane, può fare un balzo in avanti, o indietro.

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