C’è molto più senso nella proposta di Fratelli d’Italia, di limitare la flat tax agli aumenti contrattuali, che nel mitico richiamo ad una tassa piatta, che nella legislazione italiana si è trasformata, da tempo, in un miraggio che appare all’inizio per poi scomparire ad urne chiuse

Da quando si è cominciato a parlare di flat tax, la tassa piatta che dovrebbe rivoluzionare l’erario italiano, la pressione fiscale, in Italia, è aumentata di 1,5 punti di Pil. Passando dal 41,8 per cento del Pil del 2017, al 43,4. Che poi altro non è che il valore del 2013, quando l’economia, ma soprattutto la società italiana, usciva dalle grinfie di Mario Monti, con la sua politica tutta “lacrime e sangue”. Eterogenesi dei fini? Anche, ma soprattutto il velleitarismo di determinate posizioni. Vale a dire il voler prescindere in nome di un’astrattezza teorica, pure condivisibile, dalle reali condizioni del Paese. Che alla fine si impongono, costringendo  politici ed opinionisti a rapide marce indietro non sempre dichiarate.

E allora, invece di alimentare ulteriormente la polemica, sarebbe bene cambiare metodo. Abbandonare il cielo della teoria, per partire dalle reali condizioni del fisco italiano. Dai dati che lo stesso ministero dell’Economia, con una pazienza certosina, sforna, anno dopo anno, a partire dalle dichiarazione dei redditi dei singoli contribuenti. Dai quali è possibile vedere in che modo l’Irpef, l’imposta personale sul reddito, colpisce quasi tutti i contribuenti italiani. Una massa di dati, che non è agevole gestire, ma che è come la grotta di Alì Babà. Basta in quel caso conoscere la parola magica per aprire la montagna e trovarsi di fronte ad un grande tesoro.

Gli ultimi dati si riferiscono ai redditi relativi al 2020, come risultano dalle dichiarazioni Irpef dell’anno successivo. Si scopre così che i contribuenti italiani sono stati pari ad oltre 41,18 milioni, anche se a pagare sono stati solo 40,11. Il cui reddito complessivo ha superato gli 865 miliardi di euro. Pari ad oltre il 52,2 per cento del Pil di quell’anno. Da questa immensa platea occorre, tuttavia, sottrarre coloro che, per disposizioni legislative, sono esentati dal pagamento delle relative imposte. Si tratta, com’è noto, della No tax area. Essa comprende i redditi fino a 8.174 euro l’anno. Ai quali è accordata una riduzione d’imposta pari a 1.880 euro. Che corrisponde al 23 per cento del reddito dichiarato. Ne deriva che tutti coloro che si trovano nella situazione descritta sono chiamati a presentare la dichiarazione dei redditi, ma il dovuto è pari a zero.

Tutto ciò in teoria. Nella pratica, invece, date le mille vischiosità del fisco italiano, qualcosa si riesce a spremere anche dai contribuenti meno abbienti. I dati elaborati dal Dipartimento delle Finanze nel Mef, non consentono una sovrapposizione integrale. Pur con questi limiti, il numero di coloro che presentano un reddito imponibile inferiore ai 7.500 euro l’anno, sono risultati essere pari al 19,4 per cento del totale dei contribuenti paganti. Il loro imponibile medio è risultato più che modesto, pari a  3.449 euro l’anno. Nonostante ciò hanno pagato un Irpef pari a 260 euro pro-capite. Con una percentuale pari al 7,5 per cento. Ma già che ci siamo, è possibile estendere lo sguardo ai dati più complessivi del prelievo fiscale, per giudicare il relativo grado di equità.

Dal totale occorre togliere, come appena detto il 19,4 per cento dei contribuenti, che appartengono alla No tax area. Ne restano poco più dell’80 per cento. La distribuzione complessiva del carico fiscale, è sintetizzata nella famosa curva di Lorenz, la cui convessità rispetto alla retta di equa redistribuzione,  esprime il grado di progressività dell’imposta. Ebbene, secondo questi dati, il 64,5 dei contribuenti paga il 24,7 per cento dell’Irpef. Ne consegue che la maggior parte del carico fiscale, oltre il 75 per cento, pesa su presunti Paperoni. Se tali possono essere ritenuti coloro che hanno un reddito superiore ai 23.000 euro lordi l’anno. Fino ad un massimo – oltre 300 mila – ma in numero fortemente decrescente,  non specificato.

Dato che dovrebbe da un lato tranquillizzare coloro che sono sempre pronti a strapparsi le vesti in nome di una sempre maggiore giustizia sociale. Dall’altro preoccupare: chi pensa, invece, che una distribuzione di questa fatta possa incidere negativamente sul quadro macroeconomico. Scoraggiando ogni “voglia di fare”, per tirare a campare alla giornata, lasciando che tutto vada come deve andare.

Non si dimentichi, infatti, che l’ipotesi stessa di flat tax si basa sulla cosiddetta “curva di Laffer” dal nome dell’economista che convinse Ronald Reagan a ridurre il carico fiscale, al fine di favorire la crescita economica. Con l’idea che ciò che il fisco perdeva nell’immediato, a causa di una riduzione del prelievo, lo avrebbe recuperato, con gli interessi, grazie all’aumento del Pil, indotto dal miglioramento delle aspettative: sia delle famiglie che dell’imprese. Sui risultati non ci giureremmo. Sta comunque il fatto che il privato, in linea di massima, in quanto a produrre ricchezza, offre migliori garanzie rispetto al pubblico.

Ma come si spiega questa distribuzione del carico fiscale, per altro ben poco investigata? Con un grande stratagemma, se proprio non si vuol parlare di un piccolo grande raggiro. Quando parliamo di imposte personali, come l’Irpef, siamo abituati a ragionare in termini di aliquote legali. Quelle indicate nell’articolo 11 del Tuir (Testo unico del 22/12/1986 n. 917). Valori, come si dirà meglio in seguito, più volte variati nel tempo. Da questo punto do vista, secondo i dati del Mef, l’aliquota legale media, nel 2020, è risultata pari al 27,6 per cento, escludendo dal conto la No tax area. Imposta lorda a carico dei redditi superiori a 7.500 euro l’anno, pari a circa 217 miliardi, diviso il numero dei contribuenti, pari a 30,8 milioni, per un importo pro-capite di 7.052 da applicare su un imponibile medio di 25.518 euro. Risultato: quello appena detto.

Sembrerebbe, quindi, che l’ipotesi, avanzata da Silvio Berlusconi, abbia un qualche fondamento. Portare quell’aliquota al 23 per cento, significherebbe sgravare il contribuente italiano, in media del 4,6 per cento. Al di là dell’eventuale costo, un ristoro notevole. Che tuttavia ha un grande punto debole. Le attuali aliquote non sono uniformi. In linea di massima quelle che, nel 2021, sono state applicate a redditi lordi inferiori a 23.000 euro l’anno, sono state inferiori al 23 per cento. Mentre per i redditi superiori si va da un minimo del 23 ad un massimo del 40 per cento.

Ancora più grave l’inconveniente dovuto alla contestuale esistenza di aliquote effettive, vale a dire al netto delle deduzione e delle detrazioni, di ciò che gli economisti chiamano le tax expenditure, che sono poi quelle che gravano effettivamente sul reddito dichiarato. E che rappresentano una vera e propria giungla alla quale, fin dai tempi in cui Giulio Tremonti era ministro dell’economia, più o meno il 2011, si cercò di mettere mano. Purtroppo senza successo. L’aliquota netta media, una volta dedotte le detrazioni, infatti si riduce notevolmente passando dal 27,6 al 22,1 per cento del reddito imponibile. Con una differenza di 5,5 punti che corrisponde, tuttavia, a quasi il 25 per cento del prelievo complessivo. Non proprio quisquiglie.

Una dimensione così vasta degli sconti fiscali, considerato ch’essi vanno a beneficio dei redditi più bassi, è stata conseguenza della fertile fantasia del legislatore, sempre alla ricerca del consenso di questa o di quella categoria. Ma senza pagare dazio. Nella maggior parte dei casi erano benefici non solo mirati, ma nascosti nelle pieghe delle varie leggi. Venivano recepiti dagli interessati, ignorati dal resto dei contribuenti. Destinate quindi a depredare le casse dello Stato, ma senza troppa pubblicità

Se l’aliquota netta media è quella indicata, evidentemente la proposta di Forza Italia, invece di ridurre il carico fiscale, rischia di aumentarlo. Seppure di uno 0,9 per cento. Inconveniente che nasce quando si prescinde dai numeri veri, e si va avanti a spanne. Sull’onda delle esigenze politiche della campagna elettorale. Il messaggio dovrebbe quindi essere corretto,  anche se il rimedio, da un punto di vista della comunicazione, rischierebbe di essere peggiore. Si dovrebbe dire, infatti, che mentre le aliquote dei redditi inferiori a 45.000 euro l’anno rimangono invariate, quelle relative agli scaglioni superiori subiscono un taglio che va da 2 a 17 punti. A secondo dell’aliquota netta esistente, grazie sconti praticati.

Tuttavia non basterebbe. Bisognerebbe aggiungere che le detrazioni e le deduzioni a favore di queste categorie dovrebbero essere cancellate. Mentre dovrebbero rimanere per i redditi inferiori. Anche se ciò aprirebbe un problema di carattere sistemico di non facile soluzione. Per i reddito al di sotto della soglia precedentemente indicata, (circa 45 mila euro l’anno), infatti, queste agevolazioni dovrebbero  essere mantenute, altrimenti il prelievo fiscale, invece di rimanere stazionario, sarebbe destinato ad aumentare. Mentre abolite per gli altri. Si determinerebbe, in tal modo, una frattura profonda, caratterizzata da un diverso regime giuridico tra le due parti del sistema. Con redditi al di sotto della soglia prevista che godono di un regime agevolato ed altri invece che ne sono esclusi. Al di là degli eventuali problemi giuridici, non certo la via maestra verso una semplificazione amministrativa.

E veniamo ora al secondo tabù. Il costo dell’operazione sarebbe, tutto sommato limitato, 20/25 miliardi di euro, ai prezzi 2021. Che andrebbero comunque coperti. Sperando in Laffer, si potrebbe pensare che, in prospettiva, il maggior reddito potrebbe compensare lo sborso iniziale. Ma solo nel caso in cui la crescita indotta del Pil fosse almeno pari a 3 punti di Pil.  Se invece della proposta Berlusconi, si passasse a quella Salvini, con una flat tax al 15 per cento, il costo aumenterebbe enormemente, giungendo a superare i 50 miliardi. E di conseguenza per il ristoro, in termini di crescita del Pil, i punti dovrebbero essere almeno 6 o 7.

Va, comunque, aggiunto che nel caso delle posizioni della Lega, siamo solo ai titoli. In effetti nella proposta di legge a firma Armando Siri, come ha avuto modo di calcolare Luigi Marattin, non c’è una sola aliquota, ma ben 18, di cui almeno 17 di gran lunga superiori al 15 per cento. Un paradosso facilmente spiegabile con le considerazioni svolte in precedenza. Data la complessità del fisco italiano, non si possono modificare le aliquote legali se, al tempo stesso, non si interviene sul sistema delle deduzioni e detrazioni.

A dimostrazione, basta vedere l’ultima legge di bilancio che ha ridotto le aliquote Irpef da 5 a 4, a valere sulle prossime dichiarazioni dei redditi.  Per i redditi compresi tra 15.000 e 50.000 euro l’anno, le aliquote sono state leggermente diminuite, ma contemporaneamente, per garantire coerenza sistemica, le deduzioni sono passate da 978 euro più una percentuale del reddito mancante ai 28 mila euro, a 1.190 per i redditi fino a 15.000. Ed in misura minore, ma sempre variata, per quelli tra 28.000 e 50.000 euro.

Queste quindi le contraddizioni di determinate parole d’ordine, che stanno infiammando la campagna elettorale. C’è solo da apprezzare la fermezza con cui Giorgia Meloni cerca di stoppare le promesse irrealizzabili. C’è molto più senso nella proposta dei Fratelli d’Italia, di limitare la flat tax agli aumenti contrattuali, che nel mitico richiamo ad una tassa piatta, che nella legislazione italiana si è trasformata, da tempo, in un miraggio che appare all’inizio per poi scomparire ad urne chiuse.

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