Bergoglio ha nominato 16 nuovi cardinali elettori, poi il viaggio a l’Aquila nel nome e nel segno del perdono (si celebra la Perdonanza di Celestino V), poi due giorni di discussione romana con tutti i “principi della Chiesa” giunti dal mondo intero per fare il punto; su cosa? Lo racconta Riccardo Cristiano

Prima la nomina (“creazione” secondo il linguaggio d’un tempo) di 16 nuovi cardinali elettori, poi il viaggio a l’Aquila nel nome e nel segno del perdono (si celebra la Perdonanza di Celestino V), poi due giorni di discussione romana con tutti i “principi della Chiesa” giunti dal mondo intero per fare il punto; su cosa? Chiedersi se il tema sia il futuro della Chiesa o piuttosto la riforma curiale denominata Predicate Evangelium appare sarcastico: se il futuro della Chiesa non fosse predicare il Vangelo quale sarebbe? Certo, predicare il Vangelo in questo mondo appare complesso, a dir poco complesso: Cina, Taiwan, Russia, Ucraina, Iran, Medio Oriente, Nicaragua, Venezuela, Messico, Libia, Sahel, Europa, Stati Uniti; solo elencare i titoli delle sfide alla predicazione del Vangelo fa venire i brividi. Ma è l’assenza di un titolo indispensabile che dovrebbe far riflettere: Onu. Cos’è?

La prospettiva che Francesco ha aperto all’odierna predicazione del Vangelo, oltre che alla luce del perdono, è all’ombra del multilateralismo. La Chiesa universale che guida il vescovo di Roma non è più e non potrebbe più essere una Chiesa occidentale. Meglio ammetterlo. È, vuole essere e deve essere una Chiesa universale. È qui che si coglie l’importanza dell’altra discussione della quale non si discuterà nelle ore che arrivano: il sinodo. Questa discussione in realtà ingloba le discussioni di cui parliamo. Infatti il sinodo sulla sinodalità, in corso e che si concluderà nel 2023, è innanzitutto la richiesta di perdono a tante Chiese da una Chiesa che si è voluta imporre a tutte le altre. Questa Chiesa, la Chiesa occidentale, ha perso nella sua storia e tradizione la sinodalità. Non la Chiesa orientale, e ora (grazie al cielo) questa sinodalità torna universale. Sinodalità vuol dire camminare insieme. Ma per camminare insieme occorre anche un firmamento comune, e l’assenza di un multilateralismo e di un multipolarismo possibili sono il problema politico.

Il rischio concreto è che il multipolarismo e il multilateralismo nel mondo odierno diventino un multi imperialismo. Dall’impero unico, occidentale, ai tre o quattro imperi: quello occidentale, quello cinese (e russo), e poi quelli islamici tra i quali scegliere: turco? Iraniano? Se quello del multi imperialismo è un problema che riguarda direttamente la predicazione del Vangelo in Asia e in tutto il Terzo Mondo, quello del secolarismo la sfida in Occidente (e non solo). Di cosa ci parla questa secolarizzazione? E’ un orco feroce? Un mostro a tre teste? O non ci parla forse di società, soprattutto occidentali, che vogliono essere incantate di nuovo? Questo di incanto e disincanto non è forse il problema della Chiesa in Occidente? Dalla scoperta illuminista della democrazia si è pensato di potere realizzare laicamente dei valori evangelici. Ma il disincanto ha fatto perdere molti sapori. Ne è seguito un conflitto disincantato da una parte, rigorista dall’altra. Così i linguaggi si sono allontanati. Si può cambiare tendenza? Non si avverte il bisogno popolare di incantarsi di nuovo, anche se su basi nuove?

Guardando alla complessità e diversità delle sfide fa sorridere il metro dell’affollamento ecclesiale: chiese piene, chiese vuote? Ma per cosa? Per imporre o per incantare? Non è forse il perdono l’unica possibile base trascurata da entrambi per ripartire?

L’incontro romano di questi giorni, che comincia sabato 27 agosto e prosegue fino a martedì, porta poi un’altra grande novità: non ci sono trionfi da rivendicare. È una presa d’atto di essere in crisi? O non è stato il trionfalismo a produrla? Una Chiesa immersa nel dialogo con l’uomo moderno più che maestra sarà certamente madre. Anche le madri potranno sbagliare, ma questa madre non ha solo il figlio occidentale al quale parlare, del quale curarsi. Per questo a me sembra che la scelta sinodale sia anche la scelta di fondo, epocale. Sarà ovviamente una discussione su come essere Chiesa, che viene da Ecclesia, cioè “comunità”. Comunità senza clericalismo, senza “ali marcianti” direbbero altri linguaggi. Infondo la cultura consumista ha eliminato proprio il senso di “comunità”.

Che un evento del genere per essere capito ha dovuto trasformarsi in un thriller estivo su dimissioni che affosserebbero proprio la novità epocale, cioè quella sinodale, ha dell’incredibile. In un mondo privo di bussola proprio perché nessuno lo sente più comunità nella quale capirsi, spiegarsi, e quindi perdonarsi, la discussione su Predicate Evangelium diviene una domanda su che tipo di futuro preferiamo: tramontata per sempre l’epoca occidentalista si tratta di capire quale epoca aprire: l’epoca di un nuovo incanto articolato, multidimensionale, con accenti e priorità diverse, ma comuni nella loro tendenzialità, o la libera competizione imperiale all’ombra del consumismo indiscutibile?

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