Dobbiamo creare le condizioni proficue per l’adozione delle migliori decisioni possibili nell’interesse nazionale, senza anacronistici tabù o impuntature ideologiche, in modo trasparente e all’insegna di un sano pragmatismo. E per l’energia, così come per le infrastrutture, ascolto, ascolto e ancora ascolto dei territori. Il manifesto di Massimiliano Atelli, Presidente della commissione Via-Vas e della commissione tecnica Pniec-Pnrr

“Non meno dell’Europa, non meno degli altri Paesi dell’Ue più simili a noi”: penso che in questa formula di sintesi potrebbe ritrovarsi, per il nostro Paese, un’utile bussola per orientarsi – riguardo alle politiche ambientali – nei complessi mesi che verranno.

Dove siamo sotto i target europei, dobbiamo riguadagnare terreno; dove invece siamo o possiamo essere “non meno” dei Paesi Ue che ci sono più simili, nel realizzare la transizione ecologica, occorre averne (e serbarne) consapevolezza.

E così, si deve proseguire e anzi accelerare ulteriormente sul percorso già intrapreso in materia di rinnovabili, grazie ai progressi delle tecnologie utilizzabili e all’abbondanza nel nostro Paese, per le sue caratteristiche fisiche, di energia ottenibile da fonti green. Non mi riferisco soltanto a solare (agrivoltaico incluso), ed eolico (anche offshore), dove si inizia a vedere l’effetto combinato, da un lato, di una procedura di Via che procede a ritmi serratissimi (nell’ambito della quale, l’unità di misura degli esiti autorizzatori sta sempre più diventando il GW) e, dall’altro lato, del congegno “sblocca-progetti” (in caso di dissenso fra Ministeri) imperniato sulla delibera risolutiva del Consiglio dei ministri.

Penso, anche, entro i margini in cui risulti ancora possibile. alla valorizzazione rispettosa della risorsa acqua, lungo tutto il nostro arco alpino, per la produzione di energia idroelettrica (che – quando, come nel 2021, la siccità non raggiunge i picchi emergenziali di questa estate -è riuscita a coprire, da sola, circa il 40 % del totale della produzione nazionale da rinnovabili).

Rinnovabili, dunque, al massimo. Certamente.

Fissato questo punto fermo, il tema oggi, sotto la spinta Ue, si allarga a categorie più ampie, in forza di un rinnovato sentiment continentale più inclusivo, attento cioè anche ai pesanti effetti delle tensioni geopolitiche in atto: da qui, il concetto di “energia pulita”, non semplicemente rinnovabile.

Il che pone un tema che nessuna cultura politica può eludere: se nella nuova tassonomia Ue, elaborata appena poche settimane fa, l’ambito dell’energia pulita si amplia a gas e nucleare, può l’Italia essere, per cosi dire, meno Ue della (e nella) Ue?

Dato che non è possibile essere europei (e, a fortiori, europeisti) a geometria variabile, cioè secondo le convenienze, su questo punto vanno evitate semplificazioni affrettate. Occorre capire meglio – specie avendo riguardo al fattore tempo, tanto nella prospettiva di breve periodo quanto in quella di medio-lungo periodo – cosa si intende quando si parla di gas, e cosa si intende quando si parla di nucleare.

Nelle dichiarazioni pubbliche di questi giorni ben pochi, si può constatare, si avventurano a dire che del gas (importato, quindi comunque “altrui”) l’Italia potrebbe fare a meno da domattina. E per la verità non lo fanno nemmeno i leader dei Paesi europei più simili a noi (per ruolo politico continentale e fabbisogni, anzitutto).

Sarebbe irragionevole, per il nostro Paese, fare diversamente (con ciò che ne consegue, su ambedue le dorsali costiere, riguardo a terminali di rigassificazione e sistemi di stoccaggio).

Parimenti, nel dibattito pubblico si registra da tempo un silenzio, forte e imbarazzato, di fronte alla notizia che la Croazia intende sfruttare i giacimenti di gas adriatici. Che, come noto, si estendono dalle loro coste alle nostre, e quindi si offrono e prestano allo sfruttamento – s’intende rispettoso, e soprattutto in sicurezza, non selvaggio e senza regole – da parte di entrambi i Paesi. Certo, i due Stati potrebbero decidere concordemente di non sfruttare quei giacimenti. Ma i fatti (la forza delle cose, si potrebbe dire) vanno nella direzione opposta, perché la Croazia ha deciso di farlo.

Sarebbe irragionevole fare voto unilaterale di rinuncia, consentendo alla Croazia di privatizzarsi (con quali modalità estrattive?) le relative utilità, socializzando (a scapito nostro) le eventuali esternalità negative.

Non esistono soluzioni semplici per problemi complessi, limitarsi a dire “noi non lo facciamo” non è una ricetta valida, in questo caso.

Rispetto a certi temi, è ragionevole parlare di temporaneità di date soluzioni. Lo è meno, in alcuni casi, indicare una data precisa per la cessazione di questa temporaneità.

Una parte importante dei problemi legati alla crisi energetica in atto dipendono dal conflitto in Ucraina (un’altra parte, pure importante, ha invece radici nazionali più risalenti e profonde), e tutti speriamo che il cessate il fuoco possa arrivare domattina, ma in realtà nessuno oggi è in grado di prevedere quando la pace potrà essere ristabilita. Le soluzioni temporanee legate a un’esigenza transitoria vanno dunque superate quando – ci si passi l’ovvio – è cessata l’esigenza, ma è impossibile darle per superate sin d’ora a data fissa.

Allargando il discorso, non si può non convenire sul fatto che procurarsi la necessaria autosufficienza (o, se si preferisce, indipendenza) energetica è possibile solo con un mix assortito con accortezza (oltre che con impegni seri sull’efficienza energetica), in modo tale da evitare di rimanere troppo dipendenti da una data fonte (anche per le rinnovabili, un problema di dipendenza c’è, sebbene indiretto, e sarà superato solo se e quando si sarà sviluppata una solida filiera italiana dei pannelli, delle pale e dei sistemi eolici), e/o da un dato fornitore. Nell’ambito di questo mix, di fronte a esigenze temporanee possono – nel quadro dei paradigmi UE, e non diversamente da altri Stati membri simili al nostro – trovare spazio soluzioni temporanee più “di transizione”, se essenziali – anche da noi – al fine di garantire tenuta economica e conseguente coesione sociale.

Poi, c’è il tema nucleare. Al riguardo, non appare casuale che in Italia l’attenzione si stia concentrando sulla “ricerca” in materia, considerato che la realizzazione di impianti di tipo tradizionale è, secondo gli esperti, operazione di medio-lungo periodo (non potrebbe quindi risolvere le criticità attuali, troppo forti e a effetto immediato per immaginare altro che non sia una decisa azione a livello UE sul prezzo del gas), mentre per quelli di nuova generazione occorre, sempre ad avviso degli addetti ai lavori, piena certezza che se ne possano trarre in tempi brevi risultati sufficienti a giustificare gli importanti investimenti occorrenti.

Anche su questo, può l’Italia non considerare che la Germania (dove i verdi sono parte rilevante della maggioranza di governo) ha deciso di rinviare la chiusura delle tre centrali nucleari ancora attive, e che la Francia sembra preferisca costruire sei nuove centrali nucleari piuttosto che dotarsi di un nuovo gasdotto attraverso i Pirenei per rifornirsi di gas africano (adducendo l’argomento che la sua realizzazione potrebbe essere troppo tardiva e troppo costosa)?

Può cioè il nostro Paese, a salvaguardia dell’interesse nazionale a una transizione ecologica che sia vera transizione (cioè processo essenziale e irreversibile ma a formazione progressiva, rapido il più possibile ma non irrealisticamente istantaneo, quindi sostenibile, da un punto di vista anche economico e sociale), fare meno – persino nel campo della semplice ricerca – degli altri Paesi Ue?

A garanzia, beninteso, di tutti, come giustamente afferma il novellato articolo 9 della Costituzione, quindi “anche” (ma non soltanto) delle generazioni future. Evidentissime ragioni che attengono alla salute umana, nonché alla tenuta dei sistemi economici e sociali, fanno della transizione ecologica un imperativo, non solo morale, per le generazioni presenti (impegnandole, per conseguenza, a cambiamenti rilevanti nelle abitudini di vita e di consumo). Ma questo imperativo, a tutela anzitutto delle generazioni future, non può essere spinto all’estremo, sino cioè a esigere l’autodistruzione – economica, e, quindi, sociale – delle generazioni presenti. Anche perché, senza le generazioni presenti, non ci saranno generazioni future (già a molto a rischio, per vero, a giudicare da curve demografiche ormai impietose).

È tutto? No. Accanto a questi temi, sempre di attualità (perché in fondo rimasti per buona parte irrisolti), ce ne sono altri di cui invece ci si ricorda, colpevolmente, a singhiozzo.

È il caso, per fare un esempio soltanto, della crisi idrica, che quest’anno ha colpito duro nel nostro Paese (e non solo: come il Po, anche il Reno è finito in secca, bloccando le chiatte che riforniscono le centrali a carbone che la Germania tiene ancora accese). Crisi idrica significa un problema che richiede soluzioni e ricette avanzate, capaci di tenere insieme i delicati equilibri dei ghiacciai alpini (Marmolada docet), la tutela degli ecosistemi fluviali e lacustri, la produzione di energia e quella agricola (Coldiretti stima in 6 mld i danni procurati da un 2022 eccezionalmente siccitoso), la regolazione per i diversi usi dei grandi laghi settentrionali e di quelli vicini alle grandi città, la pulizia e la manutenzione di alvei e canali, la creazione di bacini di accumulo, il contrasto efficace ai furti d’acqua e di sabbia, fino ad arrivare ai processi e alle tecnologie di desalinizzazione.

Non bastano, per questioni di simile ampiezza (fortemente interconnesse), soluzioni puntuali. Occorrono, piuttosto, strategie ad impatto di area vasta e di respiro nazionale. Anche sulla crisi idrica, in ogni caso, è necessario fare “Non meno dell’Europa, non meno degli altri Paesi dell’UE più simili a noi.”.

Accanto alle (tante) questioni di merito, quelle di metodo.

Per esperienza diretta, credo che fra le priorità dei prossimi mesi vadano inserite una concentrazione (più ancora che una semplificazione) dei processi di permitting, con riferimento agli impianti per la produzione di energia, e un’estensione su larga scala dell’efficientamento dei sistemi amministrativi ai diversi livelli di governo, in campo ambientale.

Dove si è effettivamente realizzato l’efficientamento di una parte del sistema amministrativo, vuol dire – ritengo – che è possibile anche l’efficientamento dell’intero sistema.

Efficientare, per essere chiari, con l’obiettivo costante di favorire la decisione, a scapito dell’indecisione.

Di creare, detto altrimenti, le condizioni proficue per l’adozione delle migliori decisioni possibili nell’interesse nazionale, senza anacronistici tabù o impuntature ideologiche, in modo trasparente e all’insegna di un sano pragmatismo. Perché tutto è meglio di una indecisione che si trascina nel tempo, perfino un no (se detto subito).

E per l’energia, così come per le infrastrutture, ascolto, ascolto e ancora ascolto dei territori. E interlocuzione (concreta, interlocuzione), con i territori. Perché una sintesi si deve cercare e, se si cerca seriamente, si può trovare (in molti casi, seppure non in tutti). Senza soggezioni, con reciproco rispetto, e con robusti argomenti tecnici sul tavolo. Perché anche a parità di intervento, e perfino a parità di territorio, le reazioni e gli atteggiamenti possono risultare, alla prova dei fatti, profondamente diversi (si pensi, per un verso, ai differenti casi delle due navi rigassificatrici in fieri, e, per altro verso, alle posizioni delle amministrazioni comunali che si sono avvicendate li dove approda, in Italia, il Tap).

In questo contesto, occorre però, se mi si passa la metafora, spostare dal fondo della sala alle prime file il tema delle compensazioni per i territori. Dove il problema non è tanto quello dei fondi da trovare, allo scopo. Il punto è, piuttosto, un altro.

Da un lato, infatti, occorre mettere a punto un congegno che, nel percorso di ricerca attiva di un punto di sintesi con i territori, dia appropriata centralità e cogenza al tema delle compensazioni. Di converso, occorre introdurre un meccanismo che scongiuri il rischio di vedere poi impiegate le compensazioni, da parte dei singoli territori, in interventi stravaganti o inutili (depuratori e aree boscate – forte antidoto ai cronici problemi di dissesto idrogeologico – per intendersi, anziché nuove panchine nella piazza principale del comune, magari sotto elezioni).

Non abbiamo davanti mesi di prosperità garantita. Ma, di contro, è vero che i problemi impossibili da risolvere sono, essenzialmente, quelli che non si vogliono risolvere o su cui non ci si spende abbastanza.

Nonostante le sue difficoltà, il nostro resta un grande Paese, con la capacità di dimostrare a se stesso e ai partner dell’UE, nonché agli investitori, che anche dal lato ambientale (con ciò che comporta per energia e infrastrutture) c’è motivo di considerarlo tale. Comunque, “non meno” degli Stati membri più simili a noi.

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