Mentre Mosca gioca sul ricatto dei tubi chiusi, la rete euroatlantica continua a trovare soluzioni di approvvigionamento

Sofia punta a duplicare la sua capacità tramite un nuovo impianto di gas naturale liquefatto (Gnl) da costruire ad Alexandroupolis, in Grecia: fino a 1 miliardo di metri cubi (bcm) di gas naturale all’anno entro il 2023 potranno essere usati per il fabbisogno bulgaro. In questo modo il paese si garantirà una fornitura diversificata e stabile di gas naturale. In sostanza, mentre Mosca gioca sul ricatto dei tubi chiusi, la rete euroatlantica continua a trovare soluzioni di approvvigionamento.

Qui Balcani

La peculiarità del costone balcanico è data anche dal doppio filone geopolitico che lì si distende: le policies di allargamento dell’Ue a est e i riverberi del dossier energetico in una macro area interessata dalle mire dei super players, che già in occasione della vax-diplomacy durante il Covid si erano manifestate apertamente. Sul gas si gioca ora la partita decisiva: a Sofia il governo ha annunciato che prevede di aprire gare per forniture di gas a medio e lungo termine e vuole importare più Gnl attraverso la Grecia. Passerranno circa 5,5 miliardi di metri cubi (bcm) di Gnl all’anno e se ne potranno stipare fino a 153.500 metri cubi.

Il terminal di Alexandroupolis infatti è l’epicentro infrastrutturale di questa nuova mossa che vede da sempre il favore degli Usa e, adesso, anche il vivo interesse dell’Ue: sarà costruito da un consorzio guidato dalla famiglia Kopelouzou, dalle società greche di gas naturale DEPA e DESFA (quest’ultima partecipata dall’italiana SNAM), dalla bulgara Bulgartransgaz e dalla cipriota Gaslog.

Perché Alexandroupolis

Non solo il porto ellenico gode di una favorevolissima posizione geografica, visto che risolve i cosiddetti colli di bottiglia logistici verso oriente, ma è sede di un interporto che permette alle navi di scaricare containers o mezzi militari e imbarcarli su treni diretti fino in Polonia. Se a questo schema si somma l’unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione (FSRU) attualmente in costruzione e il fatto che da lì passano sia il gasdotto Tap che l’interconnettore IGB, allora il quadro è completo e dà la cifra di un interesse strategico ormai protofanico. Anche per questa ragione il sito è attenzionato da militari (non solo greci) per via della sua estrema utilità in ambito internazionale coagulatasi attorno ad un nuovo asse energetico lungo l’asse Grecia-Cipro-Israele-Egitto.

Scenari

L’asse energetico in questione parte dal nuovo ruolo della Grecia, passata da cenerentola d’Europa per la crisi finanziaria del 2012 a pivot del gas: la postura euroatlantica di Atene, dopo le scivolate filo cinesi di Alexis Tsipras, è garantita dal premier conservatore Kiriakos Mitsotakis, che ancora una volta ieri ha precisato che Mosca vuole l’instabilità in Europa in quei paesi che reagiscono ai suoi piani: “La Russia attacca l’intera Europa con l’arma del gas naturale, il cui prezzo è balzato di 10 volte. Una minaccia senza precedenti per l’intero Occidente, Putin non lo nasconde e nemmeno Erdogan che ha pubblicamente dichiarato di volere un altro governo in Grecia”.

Tubi o rigassificatori?

L’interlocuzione turco-russa è la chiave per comprendere le nuove dinamiche energetiche tra Mediterraneo ed Egeo: dopo la nuova scoperta da parte di Eni dei giacimento Kronos a Cipro, appare evidente come si renda indispensabile un modo per usare quel gas, così come quello presente a Zohr e Nohr.

Le relazioni fruttuose tra Israele, Egitto, Cipro e Grecia attorno al Forum Eastmed hanno avuto proprio questo obiettivo, ma la contrarietà turca al gasdotto Eastmed ha bloccato il sì ai lavori. Inoltre la nuova partnership italo-francese sul pozzo Kronos (Eni e Total), sommata alla significativa presenza di Parigi in Grecia dopo la maxi commessa per 18 caccia Rafale acquistati dall’Aeronautica ellenica, (in attesa degli F-35) contribuisce a rafforzare anche le policies italiane alla voce gas dopo il no del recente passato alle trivelle in Adriatico. È di pochi giorni fa la condanna subita dall’Italia per i no alle trivelle e le mancate autorizzazioni a una piattaforma in Adriatico. La società inglese Rockhopper Exploration ha vinto l’arbitrato internazionale che costerà all’erario 190 milioni di euro per il blocco di Ombrina.

@FDepalo

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