Secondo Dentice (CeSI), l’operazione israeliana a Gaza contro il Jiahd islamico palestinese non altererà le relazioni tra Israele e parte del mondo arabo. Si tratta di una questione interna, collegata alle dinamiche della Striscia, che tuttavia ha un collegamento regionale: l’Iran, che finanzia il gruppo palestinese

L’ultimo raid israeliano è stato compiuto nella serata di domenica, alle 23:51. Pochi minuti dopo è entrato in vigore un cessate il fuoco che ha messo in pausa (tattica) l’ennesimo scontro tra Israele e i gruppi militanti della Striscia di Gaza. Ci sono state alcune violazioni nella notte, alcuni razzi lanciati in aree per lo più disabitate, ma l’intesa regge.

Israele ha ringraziato pubblicamente l’Egitto per il ruolo di contatto svolto. Il Cairo ha mediato lo stop dei combattimenti che duravano da tre giorni. Probabilmente, se la situazione resterà ferma nei prossimi giorni il cessate il fuoco evolverà in una tregua più strutturata.

Il governo israeliano rivendica di aver colpito tutti gli obiettivi che aveva pianificato, uccidendo 25 terroristi del Jihad islamico palestinese (PIJ, il gruppo protagonista di questi scontri) e colpendo diverse delle sue basi operative. Da venerdì scorso, il primo ministro, Yair Lapid, parla di “precisa operazione antiterroristica contro un pericolo immediato”.

“Breaking Down” (questo è il nome assegnato alla missione) è stata indicata come un’azione giocata d’anticipo, perché – così dicono gli israeliani – il PIJ stava organizzando degli attentati in rappresaglia per l’arresto del leader del gruppo nel West Bank, Bassem Saadi, fermato dalla sicurezza israeliana all’inizio della scorsa settimana.

Israele non aveva mai compiuto un’operazione di queste dimensioni contro il Jihad islamico. Tra le persone eliminate ci sono anche i comandanti dell’ala militare del gruppo nel sud e nel nord della Striscia, e il comandante dell’unità che si occupa di contrastare i mezzi di terra israeliani.

Una delle ragioni che potrebbe aver portato Israele alla decisione di concludere l’operazione (che ha impegnato mezzi di terra e aerei) potrebbe essere stato la volontà di evitare il convogliamento di Hamas. Il gruppo che controlla la Striscia di Gaza dal 2007 è molto più organizzato del PIJ: in questi giorni è restato in fase di osservazione, ma il protrarsi degli scontri lo avrebbe probabilmente a un impegno diretto (anche come risposta ideologica e di sostegno alla narrazione con cui ha presa sulla popolazione).

Hamas ha scelto di restare distaccato dal punto di vista operativo, e probabilmente lo ha fatto per non alterare il clima di (dis)equilibrio instabile che nell’ultimo anno e mezzo – dopo la fine dell’ultimo governo Netanyahu – si è creato con Israele e dentro la stessa Striscia di Gaza, dove il PIJ ha accresciuto i suoi consensi a danno proprio dell’organizzazione islamica al potere a Gaza. Tra l’altro Israele, appena sono iniziati gli scontri, ha bloccato l’invio di carburante nella Striscia e questo ha messo la popolazione in difficoltà (perché non funzionava la corrente elettrica e le condizioni climatiche sono caldissime). Hamas potrebbe aver preferito di non alterare la situazione entrando nel vivo dei combattimenti.

Dall’altra parte, oltre alla volontà di non stressare troppo lo scontro fino al coinvolgimento di Hamas, Israele potrebbe essere stato portato a frenare i combattimenti anche per evitare di snervare i partner arabi con cui sta costruendo una relazione più profonda. Il Bahrein, firmatario degli Accordi di Abramo per normalizzare le relazioni con Israele, ha diffuso una dichiarazione condannando parte delle attività israeliane di questi giorni e lo stesso ha fatto il Consiglio di cooperazione del Golfo. Anche perché tra le vittime ci sono anche venti civili e circa trecento feriti (forse anche a causa di razzi palestinesi difettosi che son esplosi prima di entrare in territorio israeliano).

Tuttavia, si tratta anche di posizioni doverose, anche legate alla necessità di mostrare vicinanza ai palestinesi. In realtà, quello che è successo potrebbe non cambiare i rapporti tra Israele e mondo arabo, soprattutto perché riguarda solo alcune dinamiche interne alla Striscia di Gaza e lambisce soltanto il tema più ampio delle relazioni israelo-palestinesi, secondo Giuseppe Dentice, responsabile del Mena Desk del CeSI.

“Va anche aggiunto che scatenare questo attacco molto importante per proporzioni, e poi accontentarsi di un cessate il fuoco che include molte delle richieste del gruppo palestinese, fa sembrare l’operazione mal calibrate e forse il primo ministro Lapid vi ha investito anche dal punto di vista elettorale: ragion per cui occorrerà vedere quanto e quale sarà il ritorno”, aggiunge Dentice con Formiche.net.

“Allo stesso tempo – continua – la questione si inserisce in maniera particolare nelle dinamiche regionali, perché il gruppo del PIJ risente molto delle influenze e delle interazioni con l’Iran”.

Dall’inizio degli anni ’90, l’Iran attraverso i Pasdaran, hanno fornito al Jihad islamico reddito e sostegno militare, tra cui armi di piccolo calibro, razzi (come il Fajr 5 e il Fajr 3) e droni esplosivi. Secondo il Country Report on Terrorism 2020 del dipartimento di Stato, “il PIJ riceve assistenza finanziaria e addestramento principalmente dall’Iran. PIJ ha collaborato con Hezballah, sponsorizzato dall’Iran e dalla Siria, per condurre operazioni congiunte”.

Dati parlano di una capacità di lancio pari a mille missili al giorno raggiunta dal gruppo. Questo potrebbe mettere in difficoltà i sistemi antiaerei israeliani, che invece sono stati protagonisti di una grande quantità di intercettazioni in questi giorni di scontri (in cui sono piovuti un totale di mille missili su Israele). La tattica delle organizzazioni palestinesi, condivisa anche dagli iraniani, è quella di ingolfare i cieli israeliani per rendere inefficace lo scudo di difesa aerea. Israele condivide con i Paesi arabi con cui dialoga la preoccupazione per la diffusione di armi sofisticate (droni e missili più efficaci) tra le milizie collegate ai Pasdaran.

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