Dietro l’apertura tedesca al price cap c’è il timore di assistere impotenti alla disintegrazione delle imprese, condannandosi ad anni di crescita anemica e perdendo lo scettro di locomotiva d’Europa. Una paura più forte delle possibili ritorsioni russe

 

Ora anche Berlino vuole il tetto al gas. Troppa, forse, per la locomotiva d’Europa (nemmeno tanto, visto che ad oggi l’Italia cresce a ritmi più sostenuti di Germania e Francia) la paura di non riuscire più a sostenere il costo del metano, finendo con il mandare all’aria l’intera industria federale, a cominciare da quella automobilistica. Al punto da vincere le ultime resistenze, frutto della quasi completa dipendenza energetica tedesca dalla Russia, dopo l’addio al nucleare, che fino a due giorni fa volevano il governo di Olaf Scholz titubante nello sposare una causa che avrebbe potuto innescare la reazione rabbiosa di Mosca, alias la chiusura immediata dei rubinetti.

Di questo sono convinti anche gli esperti dell’agenzia di rating tedesca, Scope, che in un report appena sfornato hanno messo nero su bianco le motivazioni che hanno spinto Berlino ad accettare di discutere nel board straordinario dei ministri dell’Energia (9 settembre) l’applicazione di un price cap al gas. Per capire il peso della Germania nella partita, basti pensare che ai primi, timidi, annunci, il prezzo ad Amsterdam è sceso del 20%. La tesi è la seguente: premesso che le finanze teutoniche avrebbero avuto la stazza per resistere a uno shock energetico violento, una costante risalita dei prezzi dell’energia porterebbe certamente il Paese in recessione. Tanto vale, dunque, giocare la carta del tetto.

“Le finanze pubbliche tedesche sono abbastanza solide da resistere a un grave shock energetico”, ha scritto Scope. Tuttavia, “i forti aumenti dei costi energetici, unitamente alle nuove interruzioni delle catene di approvvigionamento globali, porterebbero a una recessione, sotto forma di contrazione nei due trimestri successivi, a partire dall’ultimo trimestre del 2022”. L’agenzia di rating sottolinea come l’economia tedesca sia “cresciuta a malapena nel secondo trimestre, con la guerra in Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia, la pandemia e le interruzioni dell’offerta che l’hanno portata sull’orlo di una recessione che secondo la Banca centrale nazionale è sempre più probabile”.

Insomma, c’è poco da scherzare, se il gas costa troppo, piuttosto che rischiare l’eutanasia industriale meglio fissare un price cap e correre con la transizione in attesa di capire se e quando le forniture russe si bloccheranno. Anche perché il danno è già stato fatto in parte. Gli analisti di Scope hanno affermato che le prospettive di crescita dell’economia si sono notevolmente deteriorate a causa della guerra in Ucraina, prevedendo una crescita dell’1,6% nel 2022 e dell’1,7% nel 2023.

E che in Germania la postura verso Mosca sia cambiata, lo ha fatto capire anche lo stesso cancelliere Scholz. La Germania è ora “in una posizione decisamente migliore per far fronte alle minacce provenienti dalla Russia, inclusa la crisi del gas scatenata da Mosca sulla scia dell’invasione dell’Ucraina. Tutte le misure adottate dalla Germania per garantire l’approvvigionamento di gas hanno contribuito al fatto che oggi siamo in una situazione decisamente migliore di quella prevista qualche mese fa”. Come a dire, ora il tetto si può mettere.

 

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